Due secondi posti per Picasso e Fontana: 140 e 20,5 milioni

Nelle aste novembrine di Phillips, Sotheby’s e Christie’s buoni risultati per Johns, premiata Martin, sottotono Rothko e Koons

«Flags» (1986), di Jasper Johns (venduta per 41 milioni di dollari). © Sotheby’s
Alberto Fiz |  | New York

C’è voluta la signora di quadri per salvare una stagione che si era messa piuttosto male. Del resto, che fosse l’unico acuto del 2023 lo sapevano entrambe le major che si sono date battaglia per mesi prima che fosse Sotheby’s ad aggiudicarsi la raccolta di Emily Fisher Landau, la filantropa e mecenate scomparsa lo scorso marzo alla veneranda età di 102 anni, dopo una vita trascorsa tra musei e fondazioni, tanto che il Whitney Museum of American Art di New York ha potuto beneficiare di ben 400 opere sottratte agli eredi. Questi ultimi hanno sbrigato le pratiche in fretta e furia per sfoggiare la raccolta nel periodo invernale, quello che nonostante le contingenze dovrebbe dare i frutti migliori.
Emily Fisher Landau
In effetti, la collezione ha confermato le previsioni con un risultato complessivo di 406 milioni di dollari (le stime erano comprese tra 344 e 430 milioni) per un totale di 31 opere tutte vendute. E su quest’ultimo aspetto non vi erano dubbi visto che i lotti apparivano blindati dalle garanzie in modo da evitare guai, come invece era accaduto a maggio da Christie’s con la disastrosa vendita Fineberg che comprendeva le opere del tycoon americano dell’immobiliare proposte in mare aperto a prezzi inferiori anche del 50% rispetto alle cifre iniziali e un fatturato di 197 milioni di dollari rispetto ai 270 previsti. Questa volta non si poteva sbagliare tenendo conto che una buona fetta della partita si giocava su un Picasso iconico e di grande appeal commerciale. Avrebbe potuto meritare anche il record assoluto, ma di questi tempi è bene accontentarsi. Così «Femme à la montre» del 1932, un ritratto della musa e amante Marie-Thérèse Walter resa con grazia e ironia dosando con precisione cubismo e decorazione, è stato aggiudicato per 139,3 milioni di dollari, il prezzo più elevato raggiunto da un’opera d’arte nel 2023. Nella classifica personale di Picasso rimane tuttavia al secondo posto superato da «Les femmes d’Alger» del 1955 aggiudicato l’11 maggio 2015 da Christie’s a New York per 179 milioni di dollari.
«Femme à la montre» (1932), di Pablo Picasso (venduta per 139,3 milioni di dollari). © Sotheby’s
Picasso a parte, la vendita Landau (il totale è stato il più alto mai raggiunto da un nucleo di opere provenienti da una collezionista donna) ha premiato Agnes Martin che con «Grey Stone II», una grande tela del 1961 dall’assoluto rigore concettuale, ha ritoccato il suo record personale ottenendo 18,7 milioni di dollari. Si è difeso bene anche Jasper Johns presente con «Flags», le due classiche bandiere americane realizzate nel 1986, una data non certo storica per un lavoro ideato oltre vent’anni prima. Nonostante questo handicap, la cifra finale è stata di 41 milioni di dollari. La provenienza invece non è bastata per «Untitled», un brutto dipinto di Mark Rothko datato 1958 scivolato via a 22,1 milioni di dollari rispetto a una valutazione gonfiata di 30-40 milioni. Ma l’arte contemporanea rappresenta la vera spada di Damocle del 2023 che ha visto una forte contrazione anche tra i big, a dimostrazione che nel prossimo periodo si potrebbe assistere a un radicale mutamento del gusto.

La deludente vendita newyorkese organizzata da Christie’s il 7 novembre, insieme a un gruppo di artisti sconosciuti destinati ad accendere fuochi di paglia, ha visto ritirare a meno di 6 milioni di dollari «Nice ’n Easy», un tipico dipinto di John Currin in equilibrio ambiguo tra classicità e sensualità che il 15 novembre 2016 da Christie’s a New York aveva raggiunto la cifra record di 12 milioni. Se nella medesima occasione «Untitled» di Cy Twombly datato 2004 con 19,9 milioni di dollari si è tenuto con qualche affanno sul labile filo delle valutazioni minime, è apparso decisamente sottotono Jeff Koons che continua a inanellare pessime figure: «Baroque Egg with Bow» (199x195x103 cm), un classico uovo rosa con fiocco dorato in acciaio inox lucidato a specchio, ha visto fermarsi il martello del banditore ad appena 2,4 milioni di dollari rimanendo al di sotto del minimo. E pensare che il 10 maggio 2016 da Christie’s a New York un lavoro molto simile aveva realizzato 7,4 milioni di dollari. Ciò significa che in sette anni l’artefice di quell’arte banale quanto lussuosa ha perso quasi il 70% del suo valore.

Va decisamente meglio a Lucio Fontana che ha superato indenne la vendita newyorkese del 15 novembre organizzata da Sotheby’s. Era di scena una «Fine di Dio» di colore bianco (nel 2000 era stata venduta da Christie’s a Londra per appena 500mila sterline) appartenente alla serie più gettonata dal mercato. In pochi minuti ha raggiunto il break even con un’aggiudicazione di 20,5 milioni di dollari in linea con quanto era avvenuto nel 2018 quando un’altra «Fine di Dio», questa volta marrone, si era imposta per 16,3 milioni di sterline durante l’«Italian Sale» di Christie’s. Certo, rimane fuori quota la «Fine di Dio» gialla che il 10 novembre 2015, in un altro contesto economico, aveva totalizzato da Christie’s a New York 29,2 milioni di dollari, cifra strabiliante non più ripetuta.

Sempre da Sotheby’s non ha fatto follie «Self-Portrait as a Heel», l’autoritratto verde di Jean-Michel Basquiat che si è fermato a 42 milioni di dollari rispetto a un’ottimistica previsione di 60 milioni. Ma disperarsi non vale la pena visto che il 19 maggio 1999 da Christie’s a New York era stato venduto per un’inezia, appena 772mila dollari. In questa fase così turbolenta l’arte impressionista e moderna appare più stabile e il 9 novembre da Christie’s a New York in un cocktail d’asta che spaziava da Egon Schiele a Andy Warhol, a farsi strada è stato Claude Monet con «Le bassin aux nymphéas», un classico dipinto che appartiene alla serie delle Ninfee, fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’Astrattismo nella seconda metà del Novecento. L’opera, dipinta tra il 1917 e il 1919, è stata aggiudicata per 74 milioni di dollari confermando i pronostici di un mercato come quello di Monet che non teme le mode e prosegue con regolarità assoluta la sua marcia. Il confronto è dietro l’angolo e due anni fa nell’asta newyorkese di Sotheby’s un’altra opera della serie aveva fatto fermare il martello del banditore a 70,3 milioni di dollari garantendo all’investitore un guadagno costante senza eccessive speculazioni.

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