Due mostre sulla nostra comprensione dell’oceano

In un viaggio e in un’isola, Dineo Seshee Bopape e Diana Policarpo presentano temi etici ed emergenza climatica

Veronica Rodenigo |  | Venezia

È un viaggio attraverso scenari oceanici quello proposto da TBA21–Academy nella sede espositiva dell’ex chiesa di San Lorenzo, ribattezzata Ocean Space. La curatrice Chus Martínez chiama a Venezia due artiste, la sudafricana Dineo Seshee Bopape e la portoghese Diana Policarpo, con due mostre visitabili dal 9 aprile al 2 ottobre, frutto di un viaggio e di una ricerca.

Con «Ocean! What if no change is your desperate mission?», Bobape ci svela, spiega la curatrice, «il risultato di un viaggio fatto insieme alle Isole Salomone, da lì l’artista si è spostata verso le piantagioni del Mississippi fino a raggiungere la Giamaica, per poi fare ritorno a casa, in Sudafrica». L’installazione, composta da video, suoni e opere d’argilla riporta alla memoria le drammatiche traversate oceaniche degli schiavi africani, spesso gettati in mare ancora vivi. «L’epoca coloniale dell’oppressione non è storia passata, come non lo sono la distruzione e lo sfruttamento delle risorse». A schemi astratti ritraenti il movimento dell’oceano e a opere di realtà aumentata si aggiunge il canto su una melodia comparsa in sogno all’artista durante il viaggio alle Isole Salomone.

Il lavoro di Diana Policarpo è una grande installazione scenografica intitolata «Ciguatera», nome di un’intossicazione alimentare causata dall’ingestione di alimenti di origine marina contaminati da una tossina. Anche in questo caso lo spunto è nato da un viaggio, quello alle Isole Selvagge portoghesi (tra Madeira e le Canarie), caso-studio nella mappatura delle storie coloniali attraverso il tracciamento della biodiversità naturale. Nell’opera s’intersecano video, audio e disegni sul microbiota del mondo oceanico. L’insieme trasmette una sensazione estetica del paesaggio, con nel tentativo di far comprendere al visitatore i problemi che affliggono la costa, incluse alghe e pesci che la abitano.

«Diana Policarpo gioca con la nostra presenza fisica nello spazio per rendere visibili i molti modi in cui l’oceano dà senso alla vita. L’installazione è un’isola, un’isola selvaggia, non toccata dagli umani. Entrambe le commissioni, scrive la curatrice, offrono una base solida all’interrogativo sulla nostra comprensione dell’oceano: come mettersi formalmente in contatto con un’entità senza forma e perché l’arte è così importante, così fondamentale per temi quali l’oceano e l’emergenza climatica? Se non saremo in grado di fare esperienza di tutte le dimensioni che potenzialmente ci connettono all’oceano, anziché separarci, non sapremo come agire. E agire è ciò che intendiamo fare. Un’azione che non può limitarsi a evitare un danno ulteriore, ma che deve essere tesa a creare le condizioni per fare esperienza di noi stessi e di ogni essere vivente come parte di una vita che rispettiamo e ascoltiamo».

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