Dollari americani, chic parigino

Al Palais Galliera la storia di «Vogue Paris», la rivista di moda per eccellenza: dive, stilisti leggendari ma anche il meglio della letteratura francese sulle pagine del mitico periodico Condé Nast

«Désir d’ailes», Peter Lindbergh con Cordula Reyer, cover di «Vogue Paris» maggio 1989 © Peter Lindbergh
Luana De Micco |  | Parigi

On parle français!», decretava l’editoriale del primo numero di «Vogue Paris», uscito il primo luglio 1920. Appena nato, il giornale del gruppo statunitense Condé Nast, rivendicava la sua identità francese, anzi parigina. Ancora oggi (mentre ad agosto veniva lanciato il primo «Vogue Scandinavia», con Greta Thumberg in copertina), l’edizione francese è la sola a portare il nome di una città e non del Paese. «Una città è una donna», diceva nel 1965 Violette Leduc, scrittrice e icona femminista.

Su 16 copertine, tra il 1962 e il 2003, quasi sempre in abito Yves Saint Laurent, è l’attrice Catherine Deneuve a incarnare la donna parigina, e quindi la donna Vogue, ideale. Dopo un secolo di vita, l’influente magazine continua a fare e disfare la moda, portando alle stelle stilisti come Karl Lagerfeld e top model come Kate Moss. In occasione del centesimo anniversario, dal 2 ottobre al 30 gennaio 2022, il Palais Galliera presenta la mostra «Vogue Paris 1920-2020», rinviata di alcuni mesi a causa della pandemia.

È la seconda grande rassegna (dopo la retrospettiva dedicata a Chanel) del museo della moda parigino che, dopo due anni di importanti lavori di ristrutturazione, ha riaperto le porte lo scorso ottobre nonostante la crisi sanitaria. Sempre ora il museo inaugura anche, nelle nuove gallerie espositive, il primo allestimento permanente della sua collezione (oltre 30mila abiti dal Settecento ad oggi) con il titolo «Una storia della moda» (fino al 13 marzo 2022), che sarà rinnovato nell’aprile 2022.

Nell’universo di Vogue si entra dal Salon d’Honneur, dove sono esposte 1.007 copertine che hanno fatto la storia del giornale, ma che parlano anche dell’evoluzione dei tempi e della società, nonché delle tecniche editoriali e della fotografia. La capacità di sapersi adattare nel corso degli anni e, talvolta, di anticipare le tendenze, sembra dirci il museo, sono le chiavi di tanta longevità. La mostra, costruita sugli archivi del magazine, è cronologica e vi si scovano decine di aneddoti.

Si scopre per esempio che, negli anni Venti e Trenta, nell’ufficio newyorkese di Condé Nast il nome «Vogue Paris» veniva abbreviato in «Frog» (rana, in inglese), ovvero «French +Vogue», diminutivo che strizza l’occhio al soprannome che gli inglesi avevano dato ai vicini d’Oltremanica, mangiatori di rane per cliché. Per quanto parigino nell’anima sin dalla nascita, il giornale conquistò una vera autonomia dalla redazione di New York solo nel 1929, con l’arrivo del nuovo caporedattore, Michel de Brunhoff, alle redini fino al 1954.

Fu de Brunhoff a rilanciare il giornale nel 1945 dopo gli anni confusi della guerra (quando la pubblicazione venne sospesa per la prima e unica volta) arricchendolo di pagine culturali e foto di Robert Doisneau. L’impostazione culturale del resto fu conservata dalle successive caporedattrici, Edmonde Charles-Roux prima e poi, dal 1966, François de Langlade. Le cronache letterarie erano firmate Mauriac, Sagan, Genet.

Una sezione è dedicata all’«Era dei fotografi», dal 1968 al 1986, gli anni sovversivi di Helmut Newton, Guy Bourdin e Jean-Loup Sieff. Si arriva quindi a epoche più recenti, dagli sconvolgimenti grafici degli anni Novanta, implementati da Colombe Pringle (fino al 1994), con una paginazione più leggera e l’introduzione di temi di società e attualità, alla transizione digitale iniziata da Emmanuelle Alt, che dopo dieci anni ha lasciato di recente la testata. Transizione digitale diventata centrale nella strategia attuale del gruppo, che proprio in questi mesi si sta ristrutturando.

© Riproduzione riservata Uno scatto di Robert Doisneau per la copertina  di «Vogue Paris»  di giugno 1951. Archives Vogue Paris  «Néoclassiques» di Mert & Marcus con Lara Stone per «Vogue Paris» 2008 © Mert & Marcus/Paris Musées, Palais Galliera «Kate Moss in bolero Gucci» di David Sims, copertina per «Vogue Paris» di marzo 2004. David Sims/Paris Musées, Palais Galliera
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