Dialoghi inediti da Studio La Città

L’originale percorso nella galleria veronese è frutto di una sceneggiatura orchestrata da Hélène de Franchis e Luca Massimo Barbero

«Untitled» (2018) di Arcangelo Sassolino e «Working week (seconda parte)» (1979) di Richard Smith
Camilla Bertoni |  | Verona

Oltre il sipario, quello strappato del film «Torn curtain» di Alfred Hitchcock, citato con vivace disinvoltura dai due curatori, si apre la narrazione, libera e giocosa, di una «consuetudine elettiva», che ha tenuto in contatto la vita professionale dei due autori di una mostra costruita fuori dagli schemi. Intrigante fin dal titolo, che va dal regista britannico al neon del duo Cuoghi Corsello, con quel «buongiorno, buonasera» che fa da sottotitolo, la mostra appena aperta allo Studio la Città (sino al 4 maggio) è un dialogo tra i suoi due curatori. Un duetto che parte da due «Nature» di Lucio Fontana di fronte alle quali, quasi ormai cinquant’anni fa, Hélène de Franchis, fondatrice e instancabile guida della galleria, e Luca Massimo Barbero, allora ragazzo, oggi curatore e autorevole storico dell’arte riconosciuto a livello internazionale, si sono conosciuti.

Nella salda intesa professionale che qui si celebra, c’è anche l’omaggio al dono dell’archivio di Barbero alla Biennale di Venezia avvenuto lo scorso autunno che comprende anche il citato disegno di Cuoghi Corsello. Solo lasciandosi catturare da questo spirito si riesce a capire cosa ci fa un bronzo déco accanto a un Fontana o una china di Alberto Martini al giovane Luca Marignoni e ci si riesce a stupire di fronte a un disegno di Carlo Carrà che «complotta» con le porcellane dipinte dal giovane RunoB e, ancora, ci si lascia trasportare dall’Egitto delle foto in bianco e nero di Lynn Davis alla storica pittura tedesca della grande tela di Markus Lupertz.
«Vasi Comunicanti» (2023-2024) di Davide Bramante
«Non è un amarcord, non è nemmeno il nostro specchio, non è lucida follia e non è un racconto nostalgico; spiega Luca Massimo Barbero, è una sceneggiatura che abbiamo tessuto insieme in presa diretta, un racconto che abbatte tutte le categorie. Del resto, “chiedere a uno che racconta delle storie di tener conto della verosimiglianza mi sembra tanto ridicolo quanto chiedere a un pittore figurativo di rappresentare le cose con esattezza”, diceva Alfred Hitchcock».

Ecco allora che Hélène de Franchis «riafferra» le foto di Richard Avedon commissionate dal mondo della moda negli anni ’80 e le mette in relazione con un grande Clemente, mentre, alla foto emblematica dove Bruce Weber gioca a trasformare un modello in un pistolero, fa eco la tela del giovane trentino Andrea Fontanari; allo stesso tempo nell’altra sala Giorgio de ChiricoWilhelm von Gloeden «scherzano in parallelo» con il nudo, disegnato da uno, fotografato dall’altro.

In una parete quasi surreale scorrono una piccola tela di Edward Burnes-Jones, che copia Tintoretto e una resina del tedesco Herbert Hamak, che custodisce un antico paesaggio innevato. Appare anche un dipinto di Arturo Tosi e subito dopo un Mario Sironi si trova in un’imprevista quanto sorprendente sintonia con una tela di Matteo Fato. In un’altra parete ancora, una scultura in di Arcangelo Sassolino vola accanto alle ali in tela di Richard Smith degli anni ’70. «Raccontiamo la nostra esperienza, conclude de Franchis.

© Riproduzione riservata «Il garzone percosso IV» (1944) di Carlo Carrà e «Beyond illiterares white ball» (2023) RunoB
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