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Opinioni

Desiderio di comunità

Siamo gli unici esseri viventi parlanti e aspiriamo a diventare donanti. La ricerca di una vita associata per l’uomo è cosciente ricerca di superamento della morte

Il monastero di Bose (a Magnano, Bi)

Perché l’uomo cerca la comunità? Possiamo rispondere che il desiderio di comunità si innesta nella natura relazionale dell’uomo e la esprime; esso dice che l’uomo non esiste senza l’altro e senza gli altri; che non si dà «io» senza un «tu» in cui specchiarsi e da cui differenziarsi e che l’«io» ha la vocazione al «noi».

Che l’uomo desideri la comunità è naturale se crediamo alla definizione dell’uomo come zòon politikón, data da Aristotele: «L’uomo è animale politico, socievole più di ogni altro animale che viva in greggi». Dove «politico» rinvia alla polis intesa non tanto come città situata su un territorio preciso, quanto piuttosto come comunità di persone, come vita associata degli uomini, organizzata e regolata in vista del loro bene.

La comunità degli umani è legata alla capacità di parola dell’uomo: l’uomo, animale politico, è anche «l’unico animale che ha la parola» e la parola crea legami di appartenenza, comunica, costruisce relazioni, dà forma a leggi e patti che consentono la vita comune. Il desiderio di comunità si può realizzare solo attraverso la parola, grazie a una disciplina e a un’ascesi della parola quale strumento comune agli umani, anzi, quale dimora comune degli umani, quale elemento che fa degli umani «la comunità dei parlanti».

La comunità degli umani è la comunità della parola. Ma quanto detto, basta per rispondere alla domanda: perché l’uomo cerca la comunità? Possiamo andare più a fondo se riflettiamo sul fatto che ogni uomo è destinato alla morte e ne ha coscienza. Proprio la coscienza di essere mortale ha condotto l’uomo a dare origine alla cultura, alla legge, alla vita associata: «Non esisterebbe cultura, probabilmente, se gli esseri umani non fossero consapevoli della propria mortalità; la cultura è uno strumento antimnemonico per dimenticare quello di cui gli umani sono consapevoli» (Zygmunt Bauman).

La morte è parola originaria, parola che rende l’uomo parlante, che lo rende un essere che problematizza l’esistenza e che si interroga. Potremmo dire che l’uomo, unico essere dotato di parola, è anche l’unico essere che ha la facoltà della morte, cioè, che è cosciente di dover morire e può pensare la propria vita a partire dalla prospettiva della propria morte. Dunque, la ricerca di comunità per l’uomo è cosciente ricerca di superamento della morte, è tentativo di sfuggire alla fragilità, precarietà e transitorietà delle vicende umane trascendendosi in un insieme che va oltre la sua semplice individualità. Paul Ricoeur ha affermato che «la politica rappresenta lo sforzo supremo dell’uomo per rendersi immortale». Il desiderio della comunità è desiderio di vita che nasce dalla coscienza della morte. L’uomo desidera la comunità perché è mortale e perché è parlante.

Com-munitas

Ma che cosa desidera l’uomo desiderando la comunità? L’etimologia può aiutare. Il latino communitas, da cui proviene il vocabolo «comunità», contiene il riferimento al munus, termine che ha due significati: da un lato è il dovere, l’obbligo, il compito, dall’altro è il dono, ma il dono che si deve fare, non quello che si riceve. La com-munitas è allora l’insieme delle persone unite non da un possesso, non da una proprietà, ma da una mancanza, da una carenza; non da un «di più», ma da un «di meno»; da un debito di ciascuno verso gli altri.

La comunità rende i suoi membri dei «donanti»: gente che esce da se stessa e che si apre alla comunione. Desiderare la comunità è dunque indirizzare la ricerca di senso del vivere nella via della donazione. Quell’essere mortale che è l’uomo desidera la comunità perché in essa trova vita donando la propria vita, donando cioè tempo e presenza agli altri. Quell’essere parlante che è l’uomo desidera la comunità perché in essa si realizza come essere-in-relazione donando ascolto e parola agli altri. Dare tempo, dare presenza, dare ascolto, dare parola: così si tesse quotidianamente la tela della comunità.

L’esperienza di alcuni decenni di vita all’interno di una comunità monastica mi spinge a dire che la comunità è il frutto della condivisione delle povertà di ciascuno, ben più che della somma delle loro capacità e ricchezze. Ma se il desiderio di comunità risponde al bisogno umano di trascendere la morte, esso lo realizza in maniera paradossale: l’uomo che vive con gli altri, resta mortale e morirà certamente, e tuttavia trova nella logica del dono la via di una morte vivificante. C’è una «morte vitale» che dà senso e rende appassionata la «vita mortale».

Scrive Edgar Morin integrando prospettiva cristiana e agnostica: «Il Vangelo dice: Diventiamo fratelli, viviamo da fratelli, e saremo salvati. Io dico: Diventiamo fratelli, viviamo da fratelli, perché siamo perduti. Senza voler imporre questo vangelo della perdizione, io credo che la coscienza umana debba integrare questa incertezza, questa angoscia e questa presenza della morte. E per superare l’angoscia non c’è altra via che la partecipazione, la comunione, l’amore. Il solo modo di sopportare questo niente che ci circonda, è di vivere poeticamente, di vivere nell’amore la nostra condizione umana. L’amore che il Cantico dei cantici dice essere forte come la morte, è, almeno, il suo unico antidoto».

Comunità di desiderio

La declinazione, cristiana o agnostica, della logica del dono insita nella dinamica della comunità, si presenta come un paradosso. E il paradosso consiste nel fatto che la vita che l’uomo cerca nel suo desiderio di comunità è trovata attraverso un donare, dunque un perdere, indispensabile per costruire la comunità, ma che può giungere fino al dono (alla perdita) della vita stessa. Ma il paradosso che è il dono, che è la vita trovata donando vita, non fa che rinviare alla realtà esistenziale e storica, nelle cui pieghe è sempre presente il paradosso.

Il paradosso, infatti, è ricerca o attesa della sintesi che inevitabilmente, nel tempo della nostra vita e della storia, ci sfugge. La sintesi, la pienezza, non può che essere oggetto di continua ricerca per gli umani: finché siamo in vita, dobbiamo sempre cercare. Questa continua ricerca definisce l’uomo come essere di desiderio, come homo desiderans. Il desiderio autentico, infatti, è insaziabile, è quello che il desiderato non sazia, ma approfondisce. Il desiderio non è nostalgia, non è aspirazione a un ritorno, perché esso anela a un luogo dove non siamo mai stati. O di cui abbiamo avuto solo pregustazioni, anticipazioni, annunci.

Il desiderio è affascinato non da oggetti, ma dal senso. L’uomo abita la comunità, esperisce diverse forme di comunità, ne conosce gli allettamenti e le delusioni, il fascino e lo scandalo, le realizzazioni che aprono squarci di speranza nella storia e quelle che si mutano in tragedie e inferni, ma il desiderio persiste e fa nascere utopie. Il desiderio di una comunità di diversi che vivono nel rispetto e nel riconoscimento reciproco, nell’accoglienza e nella fraternità, nella non-violenza e nella gratuità, nella reciprocità e nella condivisione, si sgretola regolarmente nell’urto con la storia, non regge alla prova della lunga durata, eppure puntualmente rinasce.

Forse, il desiderio di comunità è destinato a rinascere sempre dalle proprie ceneri, dalle macerie lasciate sul terreno dai tentativi anche più generosi, ispirati e profetici. E forse questo ci dice che l’umanità conosce il desiderio di comunità perché essa è una comunità di desiderio. Perché il desiderio è ciò che accomuna gli umani.

Luciano Manicardi è priore del monastero di Bose a Magnano, Biella

Luciano Manicardi, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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