Dediti all’appropriazione di objet trouvé

Da Tommaso Calabro lavori degli anni ’60 e ’70 di Remo Bianco e Raymond Hains

Una veduta della mostra da Tommaso Calabro con i «Fiammiferi» di Raymond Hains
Ada Masoero |  | Milano

Nati a quattro anni di distanza, nel 1922 l’italiano, nel 1926 il francese, Remo Bianco (scomparso nel 1988) e Raymond Hains (morto nel 2005) non lavorarono mai insieme né appartennero alle stesse correnti artistiche ma guardavano l’uno al lavoro dell’altro, si stimavano molto come artisti e, nella vita, erano amici veri.

Tommaso Calabro, cui si devono mostre sempre originali e stimolanti, ha messo a confronto i loro lavori degli anni ’60 e ’70 (quando la loro frequentazione era più stretta ed entrambi esponevano sia in Italia che a Parigi) nella mostra «Remo Bianco/Raymond Hains» (fino al 26 febbraio), documentando non solo la continua tensione sperimentale di ognuno, ma anche certe affinità che li legarono.

Oltre agli omaggi che reciprocamente si fecero, come l’«Appropriazione di Raymond Hains», 1972, in cui Remo Bianco inserisce una delle sue bandierine-tableau-doré in una fotografia che li ritrae insieme al ristorante, a Milano (tre anni dopo, Hains avrebbe creato l’«Omaggio a Remo Bianco»).

Con i «tableau doré» di Bianco figurano in mostra i «Fiammiferi» giganti del francese; i «Sacchettini» del primo (bustine con frammenti del quotidiano) con le «Affiches lacérées» di Hains, perché per entrambi la creazione artistica si fondava sull’appropriazione di objet trouvé: oggetti, persone, cose, situazioni, tratti dal vivere d’ogni giorno.

Senza contare, poi, i loro lavori tridimensionali, dai «3D» di legno o plexiglas di Remo Bianco ai lavori anch’essi di plexiglas di Raymond Hains, con le distorsioni delle copertine dei cataloghi dei Padiglioni della storica Biennale del 1968.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Ada Masoero