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Dalla Natività ai Magi nell'arte italiana | 30 dic

Il riposo dalla fuga in Egitto di Benefial

Marco Benefial «Riposo dalla fuga in Egitto» Carcassone, Musée des Beaux-Arts

«Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: "Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finchè non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo“. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode».

Così il Vangelo secondo san Matteo (2.13 – 2.15) descrive, a dire il vero laconicamente, l’episodio della fuga in Egitto, che in seguito divenne uno dei più rappresentati nella Storia dell’Arte in Occidente. Curioso che il motivo di tale successo non sia la Bibbia, la tutta una serie di testi apocrifi in cui tale storia si colora di aneddoti ed eventi miracolosi: alberi di palma che si piegano al passaggio di Gesù, belve del deserto che gli si inchinano, oltre all’incontro con i ladroni che saranno poi crocifissi con lui.

La chiesa ufficiale non potè non tollerare simili «licenze poetiche», in quanto effettivamente rendevano il racconto biblico più accattivante, «contemporaneo» e in qualche modo anche più fruibile per le masse, che oltretutto non potevano non simpatizzare, e identificarsi, con le vicende della Sacra Famiglia in difficoltà, in lotta per la sopravvivenza.

Uno dei dipinti del Settecento romano e, forse, italiano, più affascinanti e innovativi nel trattare un tema così rodato, che poteva facilmente scadere nel déjà vu, è questa gran tela di Marco Benefial oggi nel Museo di Belle Arti di Carcassone, in Francia: ne ignoriamo sia il committente che l’originaria destinazione, anche se è più che probabile, viste le dimensioni, che fosse una pala d’altare; venne portata via dall’Italia da Jacques Gamelin. Molto plausibile che il pittore, durante il soggiorno capitolino, venisse in contatto con l’artista romano per tramite del cardinale Domenico Orsini, che ne era il protettore e più importante mecenate, che a sua volta favorì l’accesso del francese nell’Accademia di San Luca.

Ma tornando alla nostra tela: quel che colpisce è l’iconografia certo inconsueta, con un angelo che porta il bastone a Giuseppe, aiutandolo a portare l’asino, che pare ragliare. Il momento viene descritto con un acuto realismo, a rendere l’azione il più verosimile possibile: constatiamo inoltre la lenticolare descrizione della bisaccia come delle ampie vesti all’antica del padre di Gesù, che ne rendono la figura possente nella sua decisa volumetria.

Lo svolgersi ricco e, per certi versi, verrebbe da scrivere «pretestuoso» delle preziose e morbide vesti di Maria, certo poco adatte a un viaggio improvvisato, al punto che non ci immaginiamo la donna a cavalcioni dell’animale, pare quasi enfatizzare, per contrasto, la scena di cogente veridicità di fronte alla quale ci troviamo, con la madre che allatta il pargolo paffuto, mostrando il seno al fruitore, quasi non fossimo di fronte a colei che ha generato il figlio di Dio, ma a una donna presa a prestito da qualche vicolo della Roma del tempo (infatti non ci sono aureole e solo la presenza dell’angelo attesta l’eccezionalità di quel che viene raffigurato).

Insomma questa notevole opere manifesta la complessità della poetica di un grande pittore ancora poco conosciuto al grande pubblico, ma di certo uno dei più grandi della sua epoca.

Alessandro Agresti, edizione online, 30 dicembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA
  • Marco Benefial «Riposo dalla fuga in Egitto» Carcassone, Musée des Beaux-Arts
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