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Dalla Natività ai Magi nell'arte italiana | 3 gen

La fuga in Egitto di Carlo Maratti

Carlo Maratti «Fuga in Egitto» (particolare), collezione Lemme

L’episodio della fuga in Egitto, come è noto, è solo accennato nel Vangelo secondo Matteo, ma venne arricchito di aneddoti e gustosi episodi a tratti folkloristici nei vangeli apocrifi. La chiesa ben tollerò queste escursioni dal canone, in quanto le raffigurazioni in pittura risultavano decisamente accattivanti: infatti il periglioso viaggio della Sacra Famiglia verso l’Egitto per sfuggire ad Erode che assassinò tutti i primogeniti maschi, alla ricerca di Gesù, offriva una notevole gamma di possibilità che rendevano l’immagine religiosa decisamente più accostante di tante altre; e chissà quante persone in difficoltà si saranno identificate con le vicende di Maria e del povero Giuseppe!

L’iconografia, in pittura, risulta tra quelle maggiormente divulgate nella Storia dell’Arte in Occidente: quindi il finissimo dipinto su rame di Carlo Maratti, conservato presso la Galleria Corsini di Roma, che qui si illustra, risulta una versione di non poco conto, anche perché aggiunge la presenza del fiume da attraversare, all’ombra di esotiche palme, al cospetto di putti e cherubini giubilanti che incorniciano la scena.

L’opera è una replica in formato ridotto della pala d’altare licenziata nel 1664 da Carlo Maratti per la cappella del voto del Duomo di Siena che ne segna la definitiva consacrazione a maestro della scuola pittorica romana. Infatti proprio in quell’anno il pittore venne eletto all’unanimità principe dell’Accademia di San Luca, la massima onorificenza alla quale potesse aspirare un artista all’epoca, sotto gli auspici di Giovan Pietro Bellori che nell’ Idea del pittore, dello scultore e dell’architetto scelta dalle bellezze naturali superiore alla natura, discorso che sarà la prefazione alle Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, lo incorona come il nuovo Raffaello della sua epoca.

La cita proprio il Bellori: «Continuava il papa la sua grazia verso Carlo, onde gli commise due tavole d’altare per la sontuosa cappella del duomo della città di Siena, la Visitazione di Santa Elisabetta e la Fuga in Egitto» insieme alla sua derivazione «L’ Invenzione fu sì grata ad Alessandro, che volle ritenerla sopra un Rame picciolo di Camera dal medesimo Carlo terminata diligentemente per il Sig.r Principe D. Agostino Ghigi nipote del Papa».

Al momento non sappiamo se l’esemplare Corsini sia quello effettivamente eseguito per volere di Alessandro VII o invece sia da indentificare con un ulteriore versione, sempre su rame, transitata sul mercato dell’arte nel 2013. D’altronde non può sfuggire come queste due pitture non siano delle semplici «copie» dalla pala senese: infatti, a renderle quasi dei quadri autonomi, si scelse di eliminare il formato centinato optando per quello rettangolare, in verticale, in modo da dare maggior risalto al dato naturalistico e di calare più convincentemente le figure nell’idillio di un paesaggio che precorre le grazie dell’Arcadia settecentesca, a testimonianza del magistero della pittura marattesca, che perdurò per tutto il «secolo dei lumi».

Alessandro Agresti, edizione online, 3 gennaio 2021

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  • Carlo Maratti «Fuga in Egitto», collezione Lemme
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