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Dalla Natività ai Magi nell'arte italiana | 26 dic

Tra pietre e ciliegie: la Madonna e santi di Pietro Befulco

Pietro Befulco, Madonna col Bambino e Santi, firmata e datata 1490 , Pinacoteca Nazionale di Capodimonte, Napoli

L’arte italiana è un esercito infinito di santi. Alla voce Stefano, il più memorabile di tutti è naturalmente quello di Giotto. Poco meno che stereometrico, con una sola pietra che affiora dalla calotta cranica come un pulsante bianco, si trova al Museo Horne a Firenze. Dopodiché, scesi dalle cime, la ricerca promette sviluppi andando a bussare a indirizzi meno battuti come la Napoli aragonese.

Per celebrare il protodiacono e protomartire, siamo tornati a Capodimonte che, come ogni monumento locale, qualcuno avrebbe desiderato intitolare a Maradona ed è carico di apici sperabilmente popolari e cose, diciamo così, di mero raccordo tra un capolavoro e l’altro (oltre che di un’opera divenuta il feticcio della pinacoteca: la Flagellazione del Caravaggio).

Ora tra i quadri da storici d’arte, che nei manuali non entreranno mai, Stefano compare, con ruoli da protagonista, nella Madonna col Bambino e Santi firmata e datata nel 1490 dal salernitano Pietro Befulco, che i documenti consegnano operoso sino ai primi del ‘500. Su questa tavola hanno affilato le unghie i migliori cursori di cose meridionali.

Si tratta di una macchina di lettura difficoltosa, come succede per epoche di cultura composita come quella aragonese; a mettercisi con pazienza, scopriamo, nella cimasa, santo Stefano preso a pietrate da un mannello di ultras scatenati alla presenza di Paolo di Tarso che si gode lo spettacolo seduto (salvo poi convertirsi). La scena avviene con uno sfondo cittadino che più fiammingo di così si muore.

In basso Santo Stefano è, insieme a due colleghi di contemplazione, San Domenico (o San Pietro Martire) e Girolamo: i tre stanno ai piedi della Madonna, dal canto suo già bastionata dal Battista e Sant’Andrea Apostolo (mai accerchiamento fu meno rispettoso del distanziamento).

A centro pagina, il bambino iper vitaminizzato affonda le mani in un cestino di ciliegie, che sta tra le belle nature morte del nostro circuito quattrocentesco e la si ritrova, poche sale prima, nel riquadro superiore del polittico, di qualche anno precedente, del «Maestro dei Santi Severino e Sossio». Se è vero che i grandi musei non smettono mai di dire ciò che hanno da dire, oggi è il giorno delle ciliegie.

Siamo nel 1490 in cui, nel datario basico si moltiplicano, nel comparto figurativo tra Milano, Firenze, Urbino e Venezia, i miracoli che sappiamo. Ma in quelle sale del secondo piano di Capodimonte, allestite soprattutto a benefizio degli storici d’arte, la cosiddetta maniera moderna cara al Vasari ci entra a spizzichi e a bocconi. Il destino dei porti di mare è questo: un’inevitabile discontinuità nell’offerta. Lo comporta il meticciamento di culture che ne caratterizza la cultura.

Ora quello di Pietro Befulco, che i documenti ci consegnano operoso sino al 1503, è un nome da specialisti di quelle che, anni fa, si chiamavano rotte mediterranee della pittura. Ci vuole il mare davanti per capire questi maestri.

E difatti una carissima amica torinese mi scrive: io di lui non so (quasi) nulla. E non dice la verità dato che aggiunge, con occhio linceo, le indicazioni essenziali per familiarizzarsi con questo nobile maestro di fine secolo: ‘certamente ha bazzicato fiamminghi e spagnoli, e forse più i fiamminghi’. D’altronde, sempre a suo dire: questo quadro è una sciccheria! Santo Stefano ha un abito broccato riccio controtagliato che è una meraviglia. Chissà quanti altri santi, con gli attributi del martirio, avranno avuto uguale cura di non sporcarsi il vestito buono.

Anche in lingua napoletana, come in dialetto romanesco, per stigmatizzare un’uscita stravagante si dice tieni le pigne in capa. E qui di pigne, o pietre, se ne vedono almeno due, che sembrano le escrescenze finte ma vere della francese Orlan…

A parziale risarcimento di Stefano, che assomiglia parecchio a re Ferrante d’Aragona, c’è un secondo santo, in questo dipinto, in cui l’attributo del martirio trapassa volentieri in espressione metaforica. Alludiamo al San Pietro lì accanto: cosa gli starà passando per la testa…? Non è dato saperlo. Mettiamoci una pietra sopra e buon Santo Stefano a tutti!

Stefano Causa, edizione online, 26 dicembre 2020

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