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Dalla Natività ai Magi nell'arte italiana | 25 dic

L'annnuncio ai pastori

Maestro dell'Annuncio ai Pastori (sec. XVII ) Museo di Capodimonte, Napoli, Italia

L’annuncio ai pastori è narrato nel Vangelo di Luca in un passo che è già cinema naturale e che di solito, in chiesa, uno impara a leggere con un poco di suspence: (…) c’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: ‘Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore…’.

Nessuno, tra i maestri del colore, ha saputo restituire questo incipit meglio di Taddeo Gaddi. In un riquadro degli affreschi fiorentini di Santa Croce, il braccio destro di Giotto fa stendere due pastori sulla nuda roccia. Sui calanchi cretacei si accendono zonature di luce dorata; mentre, ai piedi del pastore di fronte, stacca il particolare di una borraccia, la più bella della pittura (a riprova che i primi a dare la parola alle cose furono i primitivi e che le origini della natura morta vanno rintracciate nei trecenteschi murali Baroncelli).

Insomma: accomodarsi coi pastori non significa solo guadagnare il migliore dei punti di osservazione per sapere in tempo, e prima degli altri, della nascita di Gesù. Ma vuol dire anche immaginare una breve ma veridica storia dell’arte. Tre secoli dopo, nella Napoli spagnola, un maestro di cui non sappiamo il resto di niente (a cominciare dal nome), riambienta il passo di Luca in un carnaio di corpi di animali umani, e veri, come direbbe un evangelista moderno come Tolstoj.

Dimentichiamoci gli spazi giotteschi; qui, nell’Annuncio ai Pastori di Capodimonte, di aria ce n’è poca e quella che circola non viene certo dall’albero magico. Buttati l’uno sull’altro, uomini ragazzi pecore e asini, persino il pezzo di pane: sono tutti una razza e una faccia (assonnata). I pastori di Taddeo avevano divise integrali di stoffa per ripararsi da vento e pioggia; questi qui sono straccioni, pastori per malasorte. Più che vestiti sono coperti, e in maniera approssimativa visto che, di quello al centro s’intravedono le pieghe del ventre mentre il compagno seminudo, uno dei passi irrinunciabili dell’antologia pittorica napoletana ci regala, a lume di naso, un piede spatolato da secoli di sporco.

Se esistono quadri che puzzano, anzi: fetano, questo lo si comincia a sentire dalle prime sale del secondo piano. Non è un caso che il «Maestro dell’Annuncio ai Pastori», il genio degli anonimi del Seicento sia stato inventato nell’ultimo dopoguerra, quando la cultura italiana batte bandiera rossa e s’ingegna di farci stare, benché comodamente seduti in una sala cinematografica, dalla parte degli ultimi. Bene.

Ci hanno insegnato a guardare il dipinto, che a Capodimonte fa compagnia a quel panzone del Sileno ebbro di Ribera, raccomandandoci di inforcare gli occhiali del neorealismo caravaggesco, che avevano lenti così spesse da impedirci di cogliere nel pastore in primo piano un adattamento pastorale del personaggio in angolo nella Trasfigurazione Vaticana. Raffaello? Il pittore dei cafoni e dei professionisti della miseria. Al confronto Caravaggio è il vero assessore al classico. Buon Natale a tutti (e poi dicono che uno si butta a sinistra!)

Stefano Causa, edizione online, 25 dicembre 2020

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