Da Massimo Minini a Giulio Paolini e ritorno

In uno scambio epistolare tra un gallerista pensatore e un artista filosofo (e autore dell’opera grafica in dono agli amici di «Il Giornale dell’Arte») si parte dalla decrescita infelice e si finisce nell’infinito

«In scena (Gilles)» (2021) di Giulio Paolini © Giulio Paolini. Foto Alessandro Zambianchi. Cortesia della Fondazione Giulio e Anna Paolini, Torino  «Il mondo di prima» (2020) di Giulio Paolini © Giulio Paolini. Foto Alessandro Zambianchi. Cortesia della Fondazione Giulio e Anna Paolini, Torino  Giulio Paolini e Massimo Minini al Macro di Roma nel 2013 in occasione della mostra «Giulio Paolini. Essere o non essere» © Luciano Romano
Massimo Minini e Giulio Paolini |

Caro Giulio,

il problema è che siamo troppi e che dobbiamo
decrescere e smetterla di fare un buco a terra e cacciare
giù materiali inquinanti. Dovremmo smettere
di buttare in mare scorie radioattive, plastica, mercurio,
arsenico, cromo esavalente. Dovremmo smettere
anche di produrre, produrre, produrre, inclusa l’arte,
i monumenti pubblici inutili, braccia e mani
che reggono mappamondi, donne nude a strisce.
Anche gli artisti hanno il dovere di non inquinare il pianeta con le loro giostre e calcinculo: per questo ho chiesto a Basilea di abolire «Unlimited», sezione XXL king size, e fare invece «Limited», una sezione di opere piccole e intense. L’arte non può chiamarsi fuori, è responsabile dell’inquinamento. È il modello di sviluppo che va cambiato. Less is more? Allora scendiamo pian piano senza voltarci indietro.

M.M.
Caro Massimo,

sì, certo siamo al mondo e per sopravvivere dobbiamo allinearci sull’amaro fronte della crescita, dopo però (ma quando?) rimarremo senza un prima, ovvero qualcosa di originale (originario) che ci consenta di sottrarci alla ricerca obbligata, a simulare la conquista di un traguardo. Grazie allora, caro Massimo, del tuo illuminato segnale che mi auguro, oltre a noi pochi, possa convincere i più. Lasciami ora prendere la parola per constatare che non possiamo, com’è ovvio, perseguire la decrescita ma dubitare, questo sì, dell’obbligo della corsa in avanti e percorrere l’illusione di un dopo. La natura è bella ma è innegabile che, per esempio, il tramonto visto in quel certo quadro possa meritare più consensi di quanto possiamo osservare dal vero. L’idolatria della Natura è simile all’adorazione che spesso sgorga dai popoli verso i governanti più autoritari. Allo stesso modo la Natura esercita il potere assoluto di rigenerare ad infinitum la crescita rivolta alla perenne conservazione della specie e di sé stessa. Buongiorno, dunque, e a presto ritrovare il luogo dal quale non ci si era mai mossi.

Con tutto l’affetto di Giulio
Caro Giulio,

tutto dunque in noi ormai parla di «quello», di quel luogo di cui parli alla fine? Non posso che ritirarmi citando:
«Superior stabat Julius, longeque inferior Massimo Minini».
Continua, grazie al cielo, la nostra corrispondenza, ciò che ci garantisce non aver ancora ritrovato il luogo dal quale «mai ci siamo mossi», come tu dici. Ma allora se non ci siamo mossi, se il vero è quello lassù, chi era colui che figurava quaggiù? È stata tutta una finzione? Oppure siamo stati mandati qui pro tempore con un programma predefinito? Ricorderai l’Alighieri e la teoria della pre-destinazione. Noi saremmo quindi delle mere monadi esecutrici? Degli automi? L’unica è sperare in uno sdoppiamento: se non ci siamo mai mossi da lì, allora abbiamo avuto un alter ego che è rimasto colà mentre noi agivamo di qua. Un contretype direbbero i francesi. Ma quale dei due è quello vero e che accade se l’uno smentisce l’altro nei fatti? È ben vero che tra i due momenti (da noi verso loro almeno), non c’è collegamento. Tutto noi ignoriamo. Ma dal «Luogo» sanno tutto di noi. Quale dei due profili passerebbe alla storia in caso di discrepanza?
Per alleggerire la tensione il pizzino mio ultimo tratta un argomento meno impegnativo, direi effimero: gli ephemera.

Yours, M.M.


G.P.

da domani, credo, non ci sarà più differenza tra il prima e il dopo: tutto sarà simultaneo, o assente. Se si vorrà trarne qualche considerazione, quel che ne risulterà non potrà essere riferito che al silenzio.
Se l’opera non è quella che crediamo, allora, fa da sé e non chiede un riscontro, non pretende di mostrarsi come vuole l’autore.
Ma allora che cosa vediamo? Cosa arriveremo mai a vedere?
Quell’opera che da qualche millennio, dai Greci o prima ancora, è sempre uguale a sé stessa. Ecco perché non riusciamo (più) a vederla, ma soltanto a osservarla.
Come e dove guardare?
Meglio non chiederselo e lasciare libero lo sguardo di spaziare qua e là, sempre che si decida di osservare qualcosa, di constatare il visibile e prenderne atto. Si noterà subito la natura arbitraria di questo atteggiamento (voler pervenire a un effetto, arrivare a percepire un segnale concreto e apprezzabile), come se in questo modo fosse possibile trasferire al valore di esperienza un puro e volontario atto intenzionale.
Quali e quanti sono i quadri che seguono o precedono l’immagine che stiamo osservando? Qui e ora, nitida e chiara nel vuoto della cornice che la inquadra, ma altrettanto indefinita e incerta nella sua effettiva appartenenza alla storia dettata dal continuo divenire delle arti.


Maestro,

permettimi di chiamarti così.
Maestro di intuizioni, in un mondo i cui contorni ci sfuggono, una caverna piena di ombre che ci paiono e appaiono, «nel continuo divenire delle arti». Platone osserva senza parlare. Lui ha visto sovrapporsi come in una inversa dissolvenza duemilacinquecento anni di pensiero che ha depositato strato su strato figure, parole, marmi...
Noi viviamo (per quanto ancora? meglio: per poco ancora!) questa incredibile esperienza di ricchezza e guardiamo l’infinito, come l’uomo di Caspar David Friedrich che contempla lontane cime innevate. Pensiamo alla teoria della relatività generale e ci perdiamo affacciandoci sull’abisso delle galassie o sull’acceleratore di particelle; ci tuffiamo nell’incomprensibile Tractatus o nella prospettiva di Piero.
«Quali e quanti sono i quadri che seguono o precedono...?». Non lo sapremo mai, ma potremo dire che ci siamo conosciuti tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo su uno stretto crinale che lasciava intravedere lontani orizzonti azzurri di brume del mattino.

Tuo,
M.M.

© Riproduzione riservata «In volo (Icaro e Ganimede)» (2019-20) di Giulio Paolini © Giulio Paolini. Foto © Algostino Osio. Cortesia della Fondazione Giulio e Anna Paolini, Torino