Da Huebler a Dean l’importanza della parola

Il percorso della milanese Osart Gallery raduna due generazioni di noti artisti messe a confronto per l’utilizzo che hanno fatto del linguaggio

«Untitled (The New York Times, Associate Art Director, Sunday November 20, 1994)» (1994), di Stephen Dean
Francesca Interlenghi |  | Milano

A partire dal 30 novembre Osart Gallery, in collaborazione con la collezione Panza di Biumo, presenta la collettiva «CrossWords» (cruciverba). L’esposizione, accompagnata da un testo critico di Nicola Ricciardi, raccoglie una serie di lavori realizzati tra il 1969 e i primi anni 2000, che si collocano a cavallo tra due diverse generazioni di artisti e che, seppur con esiti formali diversi, si muovono lungo la stessa traiettoria concettuale con l’obiettivo di costruire nuove strutture linguistiche al di fuori delle forme selettive esistenti.

Basato sull’indagine del linguaggio e della comunicazione, il progetto mette insieme la ricerca di Robert Barry (New York, 1936), noto per il suo rifiuto nei confronti della tradizionale dipendenza dell’arte dagli oggetti fisici e per essersi dedicato all’esplorazione dell’immaterialità dell’espressione; Max Cole (Kansas, 1937), pittrice che attraverso i temi della ripetizione e del ritmo ha creato un suo personale alfabeto visivo; Stephen Dean (Parigi, 1968), artista multidisciplinare la cui cifra stilistica si è sempre contraddistinta per l’uso intenso e vivace del colore;
«Untitled (Vogue, The New York Times, Sunday, March 19, 1995)» (1995), di Stephen Dean
Allan Graham (San Francisco, 1943), che ha orientato il proprio interesse sulla destrutturazione delle parole, scomponendole e ricoprendole al fine di creare nuovi significati; Ron Griffin (California, 1954), la cui propensione a rendere nobili le cose umili si manifesta in questa occasione con un segno monocromo di inchiostro e poliuretano su legno; Douglas Huebler (Michigan, 1924-97), che ha spesso combinato fotografie e mappe con descrizioni scritte, spostando la riflessione su come il linguaggio informi e al contempo limiti la percezione della realtà; Jonathan Seliger (New York, 1955), presente con una proposta di scrittura intesa come immagine, in questo caso quella delle mani, evocativa del segno.
«Chronicle» (1984), di Allan Graham
Chiude la rassegna, visibile sino al 24 febbraio 2024, Ian Wilson (Durban, Sud Africa, 1940-2020), il più estremo tra gli artisti concettuali, che considerava opere d’arte le discussioni filosofiche che organizzava in forma di esperienze da condividere con i partecipanti. Giuseppe Panza, confessando di amare «quegli artisti che esprimono istinti che arrivano dalle parti più alte del loro corpo», si sedette con Wilson in occasione di numerose conversazioni, «acquistandole» poi tramite un contratto che fungeva da unica «prova fisica» delle stesse.
«Discussion: May 20, 2006-Varese» (2006), di Ian Wilson
Proprio come in un gioco enigmistico, che richiede l’uso del pensiero critico e delle abilità logico-deduttive per essere risolto, la mostra invita lo spettatore ad andare oltre l’apparenza, talvolta criptica, del lavoro di questi autori, veri e propri precursori di gusti e tendenze, in grado di catalizzare e molto spesso anticipare lo spirito del tempo a loro coevo.

© Riproduzione riservata
Calendario Mostre
Altri articoli di Francesca Interlenghi