Da Gracis l’evoluzione di Maranò

Un percorso di una trentina di opere ricostruisce le tappe stilistiche dell’artista pugliese, figura chiave della scena del sud Italia nel Secondo Dopoguerra

«Senza titolo» (1960 ca) di Franca Maranò
Francesca Interlenghi |  | Milano

A partire dal 6 febbraio, la Galleria Gracis, in collaborazione con la Galleria Richard Saltoun (quest’ultima con sedi a Roma e Londra), presenta la personale di Franca Maranò (Bari, 1920–2015), una delle artiste che per prime ha utilizzato il tessile nell’arte contemporanea e figura chiave della scena del sud Italia del Secondo Dopoguerra.

Fu lei, infatti, a fondare nel 1970 nel capoluogo pugliese, insieme ad altri cinque artisti (Umberto Baldassarre, Mimmo Conenna, Sergio da Molin, Michele Depalma e Vitantonio Russo), la storica galleria Centrosei, luogo di sperimentazione e importante catalizzatore d’avanguardie che si aprì in maniera significativa all’arte al femminile, ospitando tante figure di spicco del periodo, tra cui Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Renata Boero e Ketty La Rocca.

Il progetto espositivo, visibile sino al 28 marzo, raccoglie 30 opere che danno conto dell’evoluzione della ricerca di Maranò. Si incomincia con i quadri degli esordi, quelli degli anni Sessanta influenzati dalle ricerche informali dell’epoca. Sono tele di piccole dimensioni, con figure geometriche che si congiungono sulla superficie. Dalla bidimensionalità della pittura si passa alla tridimensionalità della scultura in ceramica, in cui l’artista traspone segni calligrafici, quasi ancestrali, dai toni bruni e rossastri.

E si giunge infine alla produzione in tessuto degli anni Settanta, che l’artista definisce «una precisa scelta mentale». È quello il decennio in cui, grazie alle lotte condotte dai gruppi femministi e dalle organizzazioni delle donne, il volto del Paese muta radicalmente. Il mondo dell’arte non rimane impermeabile al cambiamento e numerose sono le artiste, i collettivi, le critiche e le storiche dell’arte che aderiscono al pensiero e alle pratiche del femminismo.

Mossa dall’urgenza di affrancarsi dai canoni estetici imposti fino allora dell’egemonico linguaggio  maschile e desiderosa di esprimersi al di fuori della «cultura del privilegio», Maranò rielabora l’antica arte dei fili, l’arte di una tessitura che viene dal cuore, dal profondo del proprio vissuto. «Il tema della mia opera si riferisce al mio stato di donna matura che infilza la tela con uno strumento prettamente femminile, riandando al passato, alle sue attese, alle sue delusioni, ai momenti felici e ai pensieri che purtroppo si affacciano alla mente».

A partire dal 1975, nel contesto storico di un profondo ripensamento del corpo, che lo declina a materia dell’arte, la tela cucita dell’artista si trasforma in progetto performativo. Nasce così la serie intitolata «Abiti mentali»  (1975–82), esposta per la prima volta alla galleria Centrosei nel 1977. Testimonianza dell’incessante ricerca dell’artista barese, le vesti realizzate in tela medievale (un misto di lino e canapa), appese al muro come stendardi, necessitano di essere indossate per attivarsi, «assumendo, come sottolinea l’artista, uno specifico segno di identità comportamentale».

© Riproduzione riservata «Abito mentale» (1977) di Franca Maranò
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