Da Cortesi l’architettura è pittura

La mostra milanese di Pardi celebra la sua aspirazione di traslare l’architettura in ambito pittorico

Una veduta della mostra «Archipittura» di Gianfranco Pardi, Milano, Cortesi Gallery
Ada Masoero |  | Milano

Nell’anno in cui Gianfranco Pardi (Milano, 1933-2012) avrebbe compiuto 90 anni, Cortesi Gallery gli dedica a Milano, dal 30 marzo al 31 maggio, la mostra «Archipittura», curata da Marco Meneguzzo e realizzata con l’Archivio intitolato all’artista e con la Galleria Gió Marconi.

Dopo «Autoarchitettura», del 2018, questa nuova retrospettiva appunta l’attenzione sulle tappe più significative del percorso, sempre radicale, compiuto dall’artista nella sua ricerca di un’arte astratta di segno architettonico in cui, grazie alla pittura, l’architettura trovasse quella libertà che non può, per sua natura, praticare.

Il percorso espositivo della mostra (il cui titolo è preso a prestito dal Licini astratto degli anni ’30) si muove a ritroso, partendo dai lavori dell’ultimo ventennio, più liberi da vincoli architettonici, e giungendo a quelli, pionieristici, degli anni ’60, con cui comunque conservano un evidente legame.

Entrando, ci s’imbatte nel grandioso dipinto «Nagjma», «stella» in arabo, un lavoro (come raccontava l’artista) «iniziato in Marocco: forse la luce di Tangeri [ne] ha deciso la forma, le decorazioni dell’architettura araba hanno suggerito questi segni [...]. Ma la stella è luce, non ha forma, è un punto d’irraggiamento luminoso nel buio della notte [e] queste stelle, in questi quadri, indicano un movimento di fuga verso l’esterno, oltre il limite definito del margine».

L’opera si riverbera nella scultura «Box», scaturita da lavori realizzati con scatole di cartone. Si attraversano gli anni ’80, con «Casa» e «Museo», opere in cui il segno, rigorosamente astratto, non recide tuttavia la relazione con l’architettura, poi i ’70, con le «Architetture», dove le tele, dipinte ad acrilico, sono «strutturate» da cavi d’acciaio, tensori, arridatoi nautici: elementi del reale che si confrontano con un luogo della finzione quale è la tela, per giungere infine ai «Giardini Pensili», del decennio precedente, frutto della sua rilettura delle Avanguardie storiche del ‘900, con i quali Pardi attuava una costruzione architettonica non nello spazio ma «dello spazio».

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