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Da Cambi la collezione di Eugenio Borroni

A Milano il 29 settembre opere da una delle più vaste raccolte di giovani figurativi italiani

L’opera di Marco Tirelli della collezione Borroni in asta da Cambi

Nel 2001 chiuse i battenti a Bollate, a pochi chilometri da Milano, il grande stabilimento di collanti della famiglia Borroni, situato in una filanda del 1878. Dopo tre anni di lavori di ristrutturazione, l’azienda si trasformò in un nuovo tipo di fabbrica, tutta rivolta alla creatività, per ospitare la vasta collezione di giovane arte italiana di Eugenio Borroni, imprenditore ma anche entusiasta e visionario collezionista d’arte.

Un luogo che diventò ben presto punto di riferimento non solo per artisti, ma anche per galleristi e altri collezionisti, grazie ai numerosi eventi e mostre allestite. Il 29 settembre a Milano, da Cambi, va all’incanto una parte significativa della collezione Borroni, composta da opere accomunate dalla personale idea del bello del proprietario, sempre guidata dal filo conduttore della libertà.

«A partire dagli anni Ottanta Eugenio Borroni ha iniziato a comprare opere che sono diventate il nucleo storico della sua raccolta, di artisti attivi nei quartieri popolari di Roma e ora noti come la Scuola di San Lorenzo», commenta Daniele Palazzoli, esperto di arte moderna e contemporanea di Cambi.

Fu da qui che tutto ebbe inizio, portandolo a formare forse la più vasta collezione privata di giovane arte figurativa italiana che sia mai stata realizzata». In asta vanno, fra gli altri, un carboncino su masonite di Piero Pizzi Cannella, firmato e datato 1987, «Senza titolo (Torso)», dal delicato e misterioso accento segnico (stima 8-12mila euro).

Di un altro celebre esponente della Scuola di San Lorenzo, ovvero Marco Tirelli, è proposta un’opera del 1986 composta da tre pannelli di legno dipinti con olio e tecnica mista. Essa colpisce per la rigorosa reiterazione di oggetti e scansioni cromatiche che perdono il loro significato originario per assumere un accentuato valore geometrico (5-7mila).

La spiccata capacità di Daniele Galliano di ritrarre volti con acutezza introspettiva e inusuali punti prospettici è invece testimoniata da «Trittico del Nervoso», un olio su tela del 1995 (4-6mila).

L’originale tecnica pittorica di Cristiano Pintaldi trova espressione in «Marziani» del 2000, acrilico su tela che richiama la costruzione puntiforme delle immagini digitali composte da migliaia di pixel (8-12mila), mentre fra le sculture più irriverenti si segnala una terracotta policroma di Paolo Schmidlin del 1994, che rivoluziona la tipologia del busto classico effigiando un giovane muscoloso e accigliato con tanto di tatuaggi e orecchino (2-3mila).

Elena Correggia, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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