D’io: l’apostrofo dello stupore

Una mostra sull’arte al tempo della perdita dell’idea di assoluto

Il logo del progetto D'io
Guglielmo Gigliotti |

Milano. A volte basta un apostrofo impertinente per far saltare il senso profondo di antiche parole, o per rovesciare concezioni radicate nella coscienza e nella cultura, così da scovarvi aperture inedite e creative. È quanto ha invitato a fare Alessandro Aleotti, chiamando artisti di tutta Italia a confrontarsi con dio e con l’io, fusi nel neologismo «d’io», già adottato da Gino De Dominicis per una sua mostra del 1971.
Presso lo Spazio Atelier del Palazzo della Permanente di Milano, dal 15 al 23 dicembre, 23 artisti esibiranno, nella mostra «Progetto D’io», lo loro libere interpretazioni di assunti e aforismi di Aleotti, vergati, e precedentemente esposti, in forma di scrittura visiva su tela, col fine di «incitare l'individuo a occupare il luogo esistenziale lasciato vuoto dalla scomparsa di ogni forma di assoluto».
Gli artisti: Maurizio Avi, Sofia Battisti, Nicola Bertoglio, Dorothy Bhawl,
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

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