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Musei

Cristiana Collu: «Un museo non è immutabile»

La rivoluzione della storica dell'arte alla Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea

Cristiana Collu

Roma. Cristiana Collu è stata confermata questo ottobre dal ministro Franceschini alla guida della Galleria Nazionale d’Arte moderna e contemporanea. Dopo la direzione al Man di Nuoro (1996-2012) e del Mart di Trento e Rovereto (2013-14), la storica dell’arte sarda è giunta al vertice del museo romano nel 2015. Ora ha altri quattro anni per esprimere la sua originale concezione di museo.

Che cosa ha pensato quando le è giunto dal Mibact il messaggio di riconferma?

Ho guardato subito in prospettiva, e ho pensato che devo fare meglio di come ho fatto finora, ovvero cambiare le cose che non hanno funzionato, e rafforzare quelle che sono andate molto bene, per fortuna la maggior parte.

È andata bene «Time is out of joint», titolo della rivoluzione museologica da lei attuata, incardinata sul principio metastorico dell’arte e sul dispiegamento atemporale degli allestimenti, con accostamenti di opere di periodi e linguaggi differenti. Museo e storia dell’arte divorziano?

Un museo non è un libro di storia dell’arte. Capisco bene che il primo approccio a un dispiegamento non cronologico, lineare e progressivo dei fatti dell’arte possa frastornare. Ma la cronologia come spiegazione dei processi artistici è consolatoria e riduttiva, ogni periodo è molto di più di quanto si possa chiudere in una stagione della storia, nessun incasellamento è esaustivo. A volte per spiegare il senso di certe cose bisogna fare grandi salti. L’ordinamento tassonomico ha il suo senso solo se viene colto come una delle opportunità che ha il museo di organizzarsi, è un’opzione strumentale. Quello che è saltato con il nuovo allestimento è il dispositivo, ma il nuovo sistema rientrerà nell’intuitivo, come il digitale, che per i giovani è naturale.

Il pubblico ha risposto bene: i visitatori con la sua direzione sono aumentati del 100%.

Per me il visitatore è chi abita temporaneamente il museo, e il museo deve essere inclusivo per essere abitato bene. Il visitatore deve sentirsi un flâneur che girovaga libero tra tempi differenti: così funziona la nostra vita interiore, così è quando disponi a casa tua un oggetto moderno vicino a uno antico, così è quando parli assieme a tua figlia e tua nonna. Pensare un museo ispirato a questi principi mi è venuto naturale. L’ho subito visto come un display in movimento, più vicino al cinema che alla storia dell’arte, con inquadrature che cambiano in modo dinamico e soggettivo. Entri in relazione diretta e soggettiva con le opere, e, per dirla con Didi-Huberman, «se le immagini ti toccano» è fatta, il varco è stato aperto.

Il museo si fa opera d’arte?

«Time is out of joint» persegue senza dubbio una concezione installativa, è frutto della lectio contemporanea degli artisti, che sono stati i primi a intervenire nello spazio in modo differente.

Quali progetti espositivi futuri?

A marzo apriremo «Io dico io», una mostra sulla questione femminile, che mi sta molto a cuore. Il titolo è tratto da Carla Lonzi, le opere saranno di donne italiane. È una delle poche iniziative firmate da me al museo, perché non amo i direttori che curano sempre le mostre che ospitano. I direttori di museo sono pochi, gli storici e i critici d’arte, e relative aperture, sono molti di più.

Com’è il suo rapporto con Roma?

Buono, se si considera che solo in questa città così stratificata poteva avvenire un esperimento con «Time is out of joint». Questa città mediterranea è un fulcro dove c’è sempre qualcosa di sorgente. Poi Roma fa anche soffrire perché è la capitale delle contraddizioni. Potrebbe essere la capitale della complessità, delle diversità, del rispetto e della convivenza, perché ha sempre accolto tutto, potrebbe avere anche una vocazione spirituale. Ma poi...

Nei suoi saggi cita sovente filosofi, santi e poeti, e spesso il tema è la ricerca della quiete.

È un’inclinazione naturale, che mi porta ad amare anche la solitudine. Non perché la cerchi, ma perché io sono solitudine.

Scherzando ha detto anche che fonderà un monastero. Lo farà alla Galleria nazionale?

Oh, no, lo edificherò sopra un alto sperone di roccia, a ispirazione delle cosiddette «meteore» sorte in Grecia... Amo la contemplazione, ma se nasce dalla terra, se è radicale nel senso che è radicata nell’humus, non dimentico che secondo san Luca «siamo nella carne».

La sua formazione di storica dell’arte medievale le ha fornito sguardi diversi sulla contemporaneità?

Io amo il tardoantico. È un’età in cui tutto si disfa, si perdono per sempre specifiche competenze, mutano canoni e codici, è la fine di una civiltà e la nascita di un’altra. Ecco, il tardoantico è una chiave fondamentale per capire l’oggi.

Guglielmo Gigliotti, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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