Crescere la città: l'eredità di Fiorenzo Alfieri

Per il pedagogista e amministratore la società della conoscenza era l’unica possibile

Paolo Verri |

La vita e le professioni di Fiorenzo Alfieri, interrotte bruscamente dalla pandemia che l’ha portato via il 13 dicembre (aveva 77 anni) alla famiglia, agli amici, ai collaboratori e anche ad una parte di cittadinanza che aveva apprezzato sia il suo lavoro di maestro che quello di assessore, sono state eccezionalmente ricche, avendo generato progetti, relazioni, atti amministrativi e una forte eredità da non disperdere.

Una eredità accantonata nel corso di circa sei decenni; i primi tre quasi interamente dedicati alla scuola, i secondi tre allo sviluppo urbano attivato grazie al commercio, al turismo e alla cultura. I primi tre decenni a loro volta divisi in due parti: la prima con una attività strettamente pedagogica, di lavoro diretto sul territorio; la seconda con un primo forte impulso alla strategia politica ed amministrativa nel sistema educativo della città di Torino.

L’aver attraversato da parte di Alfieri la vita educativa, culturale, economico e sociale per un tempo così lungo ci deve far riflettere innanzitutto su come sia cambiata l’Italia (e in generale l’Occidente) dalla seconda metà del Novecento ad oggi. Da una società in crescita demografica esponenziale ad una società in forte arretramento demografico; da una società dei beni di consumo di massa fisici ad una richiesta di beni quasi del tutto immateriali; da una società giovane ad una società di anziani.

Alfieri non è stato parte della boom generation ma ha tentato di guidarne due fasi davvero distinte. Un aneddoto raccolto proprio in questi ultimi giorni narra una riunione svoltasi il 1 maggio 1976, poco dopo la tradizionale sfilata per la festa dei lavoratori, per ipotizzare in quali scuole della città far svolgere la prima edizione di «Estate ragazzi», quasi in contemporanea con la prima edizione di «Settembre Musica», svoltasi due anni dopo per scuotere le anime atterrite dalla stagione del terrorismo. «Estate ragazzi» si svolse con grandissimo successo due mesi dopo la progettazione, sulla base delle teorie derivanti da pedagogisti come Freinet e Bruner. Teorie che oggi sono alla base dei modelli di apprendimento da cui nasce l’intelligenza artificiale, ma che alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta sembravano fortemente contrastare contro i modelli pedagogici quasi totalmente frontali.

Una prima, straordinaria eredità ed attualità di Alfieri sta quindi nel mettere al centro della società il patto educativo, un patto tra generazioni ma anche tra diversi ambiti del sapere, dove non c’è prevalenza di uno sugli altri, ma nel quale la curiosità fa interloquire fortemente la dimensione scientifica con quella umanistica.

La visione di «creare e far crescere la comunità» che nel primo periodo era rivolta alla città operaia, alla necessità di alzare il livello culturale di migliaia di persone il cui tempo era per l’80% occupato o dal lavoro o dalla gestione di famiglie molto numerose, sembra dopo il 1980 ribaltarsi in maniera radicale. Dopo aver raggiunto il milione di abitanti nel 1961 e aver superato 1.370.000 abitanti nel 1974, Torino ritorna bruscamente sotto il milione, e vive questa riduzione di popolazione (ancorchè in parte distribuita in area metropolitana) come una sconfitta.

Alfieri intuisce subito, tra i primi, che la città ora deve lavorare sulla qualità, mettendo a frutto alcune nuove tradizioni, come quella del cinema e dell’arte contemporanea, e alcune competenze culturali strutturate, come quelle legate al tema dell’insegnamento musicale. Anche se è nota la sua intuizione nel far nascere, in accordo con il grande amico Gianni Rondolino, il primo «Festival del cinema giovani», sono in realtà la musica, con la matematica e le scienze, ad essere al centro dei suoi interessi, come dimostrano la grande mostra sullo sport e le nuove frontiere del corpo umano e quella di Calder, entrambe nel Palazzo del Lavoro dove si erano svolte i grandi allestimenti di Italia 61. Sono, in particolare la prima, mostre che oggi si chiamerebbero esperienziali. Ad Alfieri non interessa intrattenere, la cultura non ha un ruolo collaterale alla vita di tutti i giorni, ma è generativa di nuove competenze e di nuova coscienza.

La seconda eredità che ci trasmette è quindi di considerare tutta la città come un unico corpo attivo, interrelato, non coordinato secondo le leggi dell’urbanistica, ma dei bisogni intellettuali del cittadino. La città deve essere bella e curata perché è la casa della comunità. Un pensiero condiviso con un altro attivissimo politico dell’epoca, Bepi Dondona, che farà approvare il primo piano del colore e che instaurerà un solido dialogo con la città di Lione, con cui anche Alfieri intesserà relazioni sempre più costanti, fino alla progettazione congiunta delle luci di Natale, trasformate in «Luci d’artista» e in forte attrazione turistica grazie all’esempio della Fête de Lumières che da secoli ogni 8 dicembre si svolge nella città francese e che dal 1989 è stata individuata come traino narrativo della città transalpina.

Con il nuovo sistema elettorale approvato nel 1992 e l’elezione diretta del Sindaco, anche il ruolo degli assessori cambia. Alfieri ancora nella prima giunta Castellani, che deve porre la basi per passare dalla crisi al rilancio della città, lavora al sistema educativo, ma dal 1997 si sposta sul tema del commercio e della promozione della città. Non può che cercare di copiare il meglio di quanto offerto sul mercato delle città in quel momento: così il modello Barcellona arriva a Torino grazie al colloquio diretto con il sindaco Pasqual Maragall e soprattutto con l’assessore allo sport e ai giovani Enric Truno, reduce dallo straordinario successo delle Olimpiadi del 1992.

Barcellona è per Alfieri fonte di ispirazione per un nuovo sistema di governance: nascono così, in accordo con Castellani, il primo piano strategico di una città italiana, ma anche alcuni strumenti esecutivi esemplari per il partenariato pubblico privato: «Investimenti a Torino e in Piemonte»«Turismo Torino». Sono opportunità decisiva per fare entrare nella vita pubblica imprenditori come Andrea Pininfarina e Marco Boglione, e dialogare in modo del tutto nuovo con il resto d’Italia e del mondo.

La terza eredità è quindi quella del dialogo con i privati: chi ha avuto la fortuna di lavorare insieme per tanti anni conosce la forza di volontà e l’attenzione di Alfieri nello scrivere lettere esplicative a tutti i soggetti in gioco per realizzare un progetto; un progetto urbano che non può e non deve mai essere nelle sole mani dell’amministrazione ma che deve chiamare la corresponsabilità del resto della città, a partire da chi ha più responsabilità. Chi ha potere lo deve sempre rimettere in gioco, renderlo contendibile, come fosse esso stesso un «sapere». Tra potere e sapere non c’è differenze. Per Alfieri la società della conoscenza era l’unica società possibile.

Queste tra grandi stagioni furono seguite da molte altre realizzazioni, alcune davvero indimenticabili, come il progetto «Domani» realizzato da Luca Ronconi per le Olimpiadi culturali collegate a Torino 2006, il lavoro per il 150° dell’Unità d’Italia, il ripensamento delle funzioni dell’Accademia Albertina, e più recentemente il supporto per il rilancio del Castello di Rivoli.

In ogni situazione, le tre eredità di Alfieri sono presenti: condivisione del sapere, centralità dell’educazione, partecipazione responsabile dei privati nella cura e promozione della città. Un insegnamento di cui abbiamo ora la responsabilità di farne tradizione e innovazione. Alfieri con il suo sguardo attento e vigile e con la sua dialettica ermeneutica, continua a osservarci con la dovuta acribia.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Paolo Verri
Altri articoli in OPINIONI