Così l’arte riabilita il regime in Azerbaigian

La propaganda ha raggiunto nel Paese, controllato dalla famiglia del presidente Aliyev, un livello oggi senza eguali nel mondo. Coinvolti musei europei, grandi architetti, artisti e curatori. Perfino l’Unesco

L'Aliyev Center di Zaha Hadid
Nevdon Jamgochian |  | Baku

La brutale dittatura azera ha usato artisti e istituzioni artistiche come strumento di propaganda a un livello che non conosce eguali nell’era contemporanea. Si tratta di un aspetto di particolare importanza, dal momento che l’Azerbaigian è attivamente coinvolto in operazioni di pulizia etnica e nella distruzione di monumenti antichi di millenni.

La corruzione degli Aliyev
Freedom House (organizzazione non governativa internazionale, con sede a Washington, che svolge attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche e diritti umani, Ndr) ha attribuito all’Azerbaigian un punteggio di 2,38 su 100 (tra i Paesi confinanti, hanno ricevuto rispettivamente 33 punti l’Armenia, 38 la Georgia e persino la Russia ne ha ottenuti 7). La Human Rights Watch (organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, con sede principale a New York, Ndr) riferisce che gli omosessuali di sesso maschile e le donne transgender sono regolarmente oggetto di tortura da parte dello Stato e sono vittime di estorsione. Reporters Without Borders (organizzazione non governativa e non profit che promuove e difende la libertà di informazione e la libertà di stampa, con sede principale a Parigi e status di consulente delle Nazioni Unite, Ndr) dichiara che nel Paese i dati sulla libertà di stampa sono tra i peggiori al mondo. Tortura e corruzione sono endemiche. Razzismo e negazione del genocidio  armeno sono la linea di condotta politica dello Stato.

La famiglia Aliyev (Ilham Aliyev è presidente dell’Azerbaigian dal 2003, quando è succeduto al padre Heydar Aliyev, capo dello Stato fin dal 1993, poco dopo l’indipendenza dall’Urss, Ndr) possiede e controlla, in tutto o in parte, un grande fetta della vita economica del Paese, tra cui banche, gas e petrolio, aviazione, telefonia mobile, hotel di lusso, società edilizie, miniere d’oro, oltre a una stazione televisiva e ad aziende cosmetiche. L’Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp) ha identificato in tutto il mondo proprietà immobiliari di lusso in mano agli Aliyev, per un valore superiore a 140 milioni di dollari. Per essere un Paese ricco, l’Azerbaigian presenta un significativo tasso di povertà fuori dalle zone centrali di Baku. La capitale è stata classificata tra le città più sporche del mondo e ha uno degli standard più bassi per la qualità della vita. Il denaro che gli Aliyev hanno potrebbe aiutare a risolvere questi problemi.

Reputazione in vendita
Il regime ha speso miliardi in tangenti e per comprarsi una credibilità internazionale in Israele, nel continente americano e in Europa. Operazione evidentemente efficace, dal momento che l’Azerbaigian non è soggetta alle stesse sanzioni di altri Governi autoritari e che gli Aliyev sono soliti frequentare membri di famiglie reali e celebrità come il principe Andrea, gli attori Gérard Depardieu e Steven Seagal, l’ereditiera Elisabeth Murdoch e personalità del mondo dell’arte come Simon de Pury. Secondo Civic Solidarity (piattaforma che riunisce organizzazioni non governative impegnate a favore dei diritti umani in Europa, Eurasia e Nord America, Ndr) «l’obiettivo principale di questa vasta attività di lobby e corruzione internazionale è quello di cancellare le critiche di repressione mosse al Governo azero e promuovere un’immagine “legittima” del regime di Aliyev». A questo si aggiunge l’intento di «comunicare in Azerbaigian il messaggio per cui non si può fare nulla per detronizzare Aliyev e che anche l’Occidente lo sostiene». Ingraziarsi artisti, curatori e altre personalità del mondo dell’arte ha lo scopo di rendere accettabile la famiglia Aliyev al mondo e la loro dittatura in patria, dimostrando che gli altri Paesi non hanno problemi con il loro regime.

Agenzie per l’arte e la cultura
Gli Aliyev hanno pieni poteri in Azerbaigian, ma l’ambizione del clan va oltre i confini del proprio Paese. Menre Ilham Aliyev investe miliardi nello sport, sponsorizzando l’Atlético Madrid, ospitando i Giochi europei e il gran premio di Formula 1 di Baku, la moglie, la figlia e la nipote sono attive nel campo della cultura con l’obiettivo di farsi accettare in società.

Di recente i giornalisti dell’Occrp hanno scoperto che l’Azerbaigian ha comprato voti e ha messo a tacere critiche nell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che, ironia della sorte, indaga proprio sulla corruzione e partecipa ad attività culturali. L’Azerbaigian mira anche alle Nazioni Unite. Mehriban Aliyeva (46 anni, moglie del presidente Aliyev e lei stessa vicepresidente del Paese, oltre che alla guida della Heydar Aliyev Foundation, Ndr) è stata premiata dall’Unesco ed è stata nominata «ambasciatrice di buona volontà» delle Nazioni Unite. A detta di molti questo sarebbe il risultato di un contributo di 5 milioni di dollari azeri all’Unesco, proprio l’agenzia dell’Onu creata per promuovere la pace, l’istruzione, la cultura e l’informazione. L’Occrp ha inoltre scoperto, nell’ambito dell’inchiesta «Azerbaijani Laundromat» (sul lavaggio di denaro sporco, Ndr) il pagamento azero di 468mila dollari a Kalin Mitrev, marito dell’ex direttore generale dell’Unesco Irina Bokova, per non meglio specificati servizi di supervisione.

Sotto la guida della Bokova (2009-17) l’Unesco ha ospitato nella sua sede centrale di Parigi la mostra dal titolo «Azerbaigian. Terra di tolleranza». Cosa ancora più criticata, l’Unesco ha scelto l’Azerbaigian come sede per la seduta del 2019 del Comitato del Patrimonio mondiale, e questo dopo la notizia che il Paese stava commettendo il più grande genocidio culturale del XXI secolo (in particolare nel territorio del Nagorno Karabakh, conteso tra Azerbaigian e Armenia, Ndr). Già il predecessore della Bokova, l’ex direttore generale dell’Unesco Kōichirō Matsuura, aveva ricevuto un’onoreficenza da Ilham Aliyev. Tre mesi dopo, l’antico sito di Djlufa veniva distrutto dagli azeri senza alcun commento da parte dell’Unesco. Dopo essere andato in pensione, Matsuura ha lavorato per il Baku International Multiculturalism Centre.

L’Heydar Aliyev Fund, guidato da Mehriban Aliyeva, ha donato alla reggia di Versailles una somma di cui non si conosce l’entità, un milione di euro al Louvre e 40mila euro alla cattedrale di Notre Dame di Strasburgo. Il fondo ha inoltre contribuito al restauro di due chiese normanne e ha sponsorizzato alcuni festival in Francia. Per queste ragioni, la Aliyeva è stata nominata ufficiale dell’ordine della Legion d’Onore per i suoi servizi e la lealtà alla Francia. Lo Heydar Aliyev Fund ha finanziato anche lavori in Vaticano, tra cui degli interventi nella Cappella Sistina, il restauro di catacombe e la digitalizzazione di manoscritti. Per questo, Mehriban Aliyeva è stata ricompensata da un incontro con papa Francesco e insignita della Gran Croce, massima onorificenza della Santa Sede per un laico. Nel 2020 il fondo ha finanziato in San Pietro il restauro di un bassorilievo raffigurante l’incontro tra papa Leone I e Attila re degli Unni, di cui gli azeri si considerano gli eredi.

Sette mesi prima che l’Azerbaigian invadesse la Repubblica dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh, autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian, Ndr)e iniziasse la pulizia etnica nella regione, papa Francesco ha ricevuto nuovamente Ilham Aliyev. I due, secondo quanto riferito dal Vaticano, hanno parlato «dell’importanza del dialogo interculturale e interreligioso che sostiene la coesistenza pacifica tra i vari gruppi religiosi ed etnici». Aliyev ha colto l’occasione della visita per affermare che «l’esempio di tolleranza e coesistenza offerto dall’Azerbaigian è uno dei principali criteri che hanno contribuito alla risoluzione di conflitti e scontri nel mondo». In riferimento all’alterazione da parte del Governo azero della chiesa armena di Nij, ha detto: «La politica di multiculturalismo e di rapporti interreligiosi dell’Azerbaigian è apprezzata da tutto il mondo e dai leader dei vari Paesi». In un’altra occasione avrebbe dichiarato: «Posso dire che abbiamo vinto la guerra dell’informazione».

La Biennale di Architettura di Venezia ha annunciato che l’Azerbaigian è stato chiamato tra i quattro Paesi invitati per la prima volta. Il tema della Biennale 2021 è «How will we live together?». L’Eurovision Song Contest è un premio singolare per gli Aliyev. Come ha commentato il giornalista Giorgi Lomsadze prima dell’edizione del 2012 a Baku, «questo concorso porterà alla ribalta alcuni gruppi di popolazione non particolarmente popolari a Baku: gli armeni e gli omosessuali». È stato denunciato che per organizzare a Baku il concorso canoro l’Azerbaigian avrebbe corrotto i giudici. Un giornale turco ha dichiarato che le tangenti sarebbero state di 30 milioni di dollari e sarebbero state supervisionate da Mehriban Aliyeva.

Per costruire la Crystal Hall, costata 134 milioni di dollari e realizzata da una compagnia di proprietà degli Aliyev, seppur in modo occulto, un intero quartiere è stato raso al suolo illegalmente e migliaia di persone sono rimaste senza casa. La giornalista Khadija Ismayilova, che in un articolo aveva rivelato il nome delle società di comodo proprietarie dell’impresa edile per conto della famiglia Aliyev, è stata arrestata. Due mesi dopo l’Eurovision, alcuni musicisti dissidenti azeri sono stati torturati. A organizzare l’evento, visto da più di 100 milioni di telespettatori, era stata Mehriban Aliyeva. L’Armenia è stata l’unico Paese a boicottarlo.

L’architettura ha avuto una parte importante nella campagna «propagandistica» dell’Azerbaigian. L’Heydar Aliyev Center progettato da Zaha Hadid e inaugurato nel 2012 è stato dichiarato Design of the Year dal Design Museum di Londra, nonostante le denunce di violazioni dei diritti umani commesse durante la sua costruzione. La rivista «Baku», lanciata a Londra nel 2011, è pubblicata dal colosso dell’editoria Condé Nast ed è diretta da Leyla Aliyeva, figlia maggiore del presidente. Secondo «The Economist», «la mossa brillante degli Aliyev è stata quella di aver messo sulla pubblicazione il nome Condé Nast, un marchio editoriale di fama internazionale». Nello stesso articolo, un ex dipendente della rivista dichiarava: «L’Aliyeva è un “cliente importante” sia per Condé Nast che per Matthew Freud» (nipote dell’artista Lucian Freud e Pr della stessa Leyla Aliyeva, Ndr). La rivista «Baku» non compare sul sito web né sulla pagina di Wikipedia di Condé Nast, e l’Azerbaigian non è compreso tra i mercati della casa editrice, il che denota un certo imbarazzo sulla questione.

L’associazione non profit londinese «Platform» rileva che: «Fin dalla nascita dell’edizione inglese di “Baku” [...] la Aliyeva ha cercato di entrare a far parte del sistema globale dell’arte. Talvolta sponsorizzando pubblicamente degli eventi ma più spesso comprando arte». Gli esponenti più giovani della famiglia Aliyev hanno cercato di «ripulire» la reputazione del clan grazie all’arte contemporanea, in particolare attraverso lo Yarat Art Center, istituito nel 2011. Aida Mahmudova, nipote del dittatore e direttrice dello Yarat, messa alle strette nel corso di un’intervista, ha dichiarato che a finanziare il centro è una banca, di cui non ha però fornito il nome.

Di questa banca, fatto atipico per una sponsorizzazione, non si parla da nessuna parte. Un indizio però c’è: Leyla e Aida Aliyeva possiedono almeno sei banche in Azerbaigian. Nel corso di indagini per corruzione la Polizia italiana è incappata in una serie di email su un progetto dal titolo «Azerbaijan 2020: Smile Future» volto a «migliorare» l’immagine sanguinaria del Paese. Il progetto era stato autorizzato dal dittatore Ilham Aliyev nel 2011. Oltre a essere collegato a programmi culturali europei attraverso episodi di corruzione, sembra probabile che lo Yarat Contemporary Arts Center fosse parte di questo meccanismo di corruzione, essendo stato fondato nello stesso anno di lancio dell’«Azerbaijan 2020: Smile Future». Alla richiesta di un commento in merito il centro non ha risposto.

L’artista indiana Shilpa Gupta nel 2018 ha tenuto una mostra allo Yarat sui poeti incarcerati o uccisi per essersi esposti contro episodi di ingiustizia. In questo mondo la Gupta pare ignorare la realtà azera, dove gli artisti vengono costantemente oppressi. Come scrive «Platform», «molti artisti azeri sono esposti in spazi non conosciuti dai visitatori internazionali, le prigioni del Paese». Prima della mostra di Gupta, la diplomatica Rebecca Vincent è stata cacciata dall’Azerbaigian per la sua campagna a favore dell’arte come strumento per promuovere la democrazia.

Sara Raza, fondatrice di Punk Orientalism (studio fondato a New York nel 2019 per promuovere servizi di consulenza accademica, curatoriale ed editoriale, Ndr), è stata responsabile dei servizi educativi allo Yarat Art Center e ne ha curato il festival d’arte. Sul suo sito web, Raza sposa «le culture della resistenza», in apparente contraddizione con il suo lungo rapporto con la nipote di Aliyev, Aida Mahmudova, e con gli eventi da loro organizzati. La collaborazione della Raza con gli Aliyev è piuttosto problematica, visto che nel 2019 è stata curatrice del Guggenheim per Medio Oriente e Nord Africa. Il significativo supporto ricevuto dall’Azerbaigian, che esercita un razzismo istituzionalizzato contro gli armeni, pone la questione della sua imparzialità come curatrice.

Un componente del gruppo azero Art for Democracy ha dichiarato a «The Calvert Journal» che «quasi tutti gli spazi artistici dell’Azerbaigian sono gestiti o controllati o da qualcuno vicino al Governo o direttamente dalle autorità». Non tutti gli artisti sono stati compiacenti. Ahmet Öğüt ha accusato lo Yarat di usare il suo lavoro come «strumento di propaganda» e ne ha chiesto la rimozione. La curatrice della mostra di Öğüt, Mari Spirito, che non è estranea alla compiacenza nei confronti delle politiche antiarmene nel Paese, ha sostenuto la sua richiesta. Il fatto che entrambi avessero scelto di esporre in uno spazio sostenuto dal regime azero fa nascere la domanda se fossero semplicemente infastiditi dal fatto che la loro «complicità» sia stata resa nota.

Altri artisti hanno rifiutato apertamente il regime autocratico. Leyla Aliyeva ha invitato il duo britannico Ackroyd & Harvey a partecipare a una collettiva. Dopo qualche ricerca gli artisti hanno scoperto gli abusi sui diritti umani perpetrati dagli Aliyev e hanno rinunciato alla mostra, rifiutando inoltre la richiesta di Leyla di acquistare le loro opere. Molti artisti sono stati coinvolti tramite il generoso programma di residenza dello Yarat. Altri dal ricco programma per l’arte promosso dal British Council in Azerbaigian, con mezzi e impegno molto maggiori di quelli previsti dallo stesso British Council nei vicini Stati democratici della Georgia e dell’Armenia.

Le reazioni degli artisti
Dei circa 90 artisti e 10 istituzioni di cui abbiamo scoperto la collaborazione con l’Azerbaigian, soltanto 11 hanno accettato di commentare. Queste poche risposte sono state di scuse, indignazione e, in un caso, pentimento. «Ho creato un’opera su commissione per il Goethe Institut [...] che è politicamente neutrale, ha scritto in una email il musicista Werner Küspert, ma è totalmente assurdo suggerire che il lavoro del Goethe Institut potrebbe essere utilizzato per legittimare forze non democratiche». L’idea che gli artisti non siano consapevoli della situazione è riassunta dalle parole dell’artista canadese Zadie Xa, che via email ha dichiarato di non essere al corrente degli abusi dei diritti umani in corso nel Paese: «Ho seguito e mi sono fidata della partnership che mi è stata presentata ed è stata formalizzata dalla prima organizzazione committente».

Franck Apertet del gruppo di danza Les gens d’Utepan, che si è esibito nello Yarat, sempre via email scrive: «Dai... ogni banca, azienda, fondazione o Governo [sic] oggi usa l’arte per ripulire qualcosa di sporco». Nella sostanza, si chiede, perché si dovrebbe cercare di essere «morali» in un mondo immorale? Ryts Monet (pseudonimi dell’artista barese Enricomaria De Napoli) ha ignorato le domande sulle violazioni dei diritti umani e ha preferito parlare di quanto poco sia stato pagato. «Il piccolo compenso che ho ricevuto è arrivato per metà dalla Fondazione Pistoletto e per metà dallo Yarat». L’artista belga Wim Delvoye ha optato per un approccio «coloniale», scrivendo sempre via email che in Azerbaigian si è sentito come Tintin «che va in un Paese nuovo». Ha inoltre citato il fatto che il catalogo sia stato censurato nel Paese perché conteneva un nome armeno, presentandolo come un aneddoto divertente, ignaro di quanto grave sia il razzismo di questo Governo verso gli armeni e il loro patrimonio culturale.

René Müller, addetto stampa del Migros Museum di Zurigo, riferendosi alla mostra organizzata nello Yarat con il centro d’arte contemporanea Löwenbräukunst Zürich, ha esposto i vantaggi di esporre in Azerbaigian: «La collaborazione con lo Yarat ha reso possibile un approccio più vivace al tema dell’ecologia; trovandosi a Baku sono direttamente coinvolti in problemi come il prosciugamento del Mar Caspio». Müller in tal modo coniuga artwashing e greenwashing, la riabilitazione dell’immagine del regime tramite l’arte e l’ecologia, ignorando le minacce per il territorio provocate dall’industria petrolifera del Paese e la distruzione della foresta dell’Artsakh, che prevede anche l’utilizzo di armamenti illegali al fosforo.

Solo un’artista, la milanese Laura Bianco, alla notizia che lo Yarat è un organo della propaganda azera, le ha dedicato una riflessione: «Se implicitamente ho appoggiato un regime, posso affermare che non era affatto mia intenzione. Ciò detto, devo ammettere che, lungi dal voler sostenere un regime autoritario, il mio comportamento in questa situazione può essere stato in parte influenzato da una mentalità consumista, che spinge a vivere le cose come una specie di “esperienza usa e getta”, che consumi e dimentichi, senza grosse conseguenze per la tua vita. Queste mentalità e abitudini superficiali sono un aspetto che gli artisti occidentali, provenienti da condizioni privilegiate, devono affrontare».

Michael Rakowitz, il primo artista a essersi ritirato dalla Biennale del Whitney nel 2019 dopo aver scoperto che un membro del Consiglio d’amministrazione sosteneva l’attacco di Trump ai migranti, ha scritto: «L’arte segue delle “best practice”. Questi stessi standard devono applicarsi anche agli artisti. Un’istituzione culturale non danneggerebbe un’opera su carta esponendola in condizioni di scarsa sicurezza. Perché allora si dovrebbe poter compromettere l’integrità di un artista o del suo lavoro chiedendogli di operare con il sostegno di chi crea situazioni non sicure per altre persone?».
Niente come l’arte è considerato un mondo a parte. Su questo punto l’introduzione di Kareem Estefan al volume Assuming Boycott: Resistance, Agency, Cultural Production (OR Books, 2017) è chiara: «L’arte non trascende le condizioni politiche al cui interno viene esposta...».

Nello stesso volume Chelsea Haines afferma che gli artisti hanno «il diritto di non rendersi colpevoli; non vogliamo essere complici di sistemi di abuso, bisogna poter dire di no». Collaborando con il regime azero, gli artisti ne legittimano la brutalità e danno un segnale di accettazione da parte del mondo (anche quello sedicente «democratico», Ndr) di questo Governo dispotico. L’Azerbaigian perseguita la comunità Lgbtq+, gli artisti e i dissidenti politici. È tra i regimi più brutali, razzisti e corrotti del mondo. Nel Paese è attualmente in corso una massiccia pulizia etnica. Agli Aliyev non dovrebbe essere concesso di ripulire la propria immagine e reputazione attraverso l’arte.

Inchiesta rielaborata dall’autore per «Il Giornale dell’Arte» dalla versione originale pubblicata online sul sito Hyperallergic. Traduzione di Gaia Graziano

© Riproduzione riservata La famiglia Aliyev nel 2012 all’inaugurazione dello Heydar Aliyev Center progettato da Zaha Hadid a Baku: in primo piano il presidente Ilham Aliyev con la moglie e vicepresidente Mehriban Aliyeva © President.az
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