Cop 26 a Glasgow: obbligatorio operare tutti insieme

Ormai le guerre si faranno per il clima. Anche il patrimonio culturale è profondamente minacciato dalla calamità ambientale

Veduta del sito neolitico di Skara Brae, sulle isole Orcadi
Adrian Ellis |

È difficile prevedere che cosa accadrà al nostro pianeta se la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop26) che si tiene a Glasgow fino al 12 novembre non riuscirà a tracciare una rotta certa per ridurre le emissioni e se non sarà in grado di ottenere un impegno politico a livello globale, attuando misure inevitabilmente scomode sul fronte sia sociale sia economico. Anche il patrimonio culturale dell’umanità è profondamente minacciato dalla calamità ambientale prodotta dal nostro attuale modo di vivere. Dal Chan Chan precolombiano in Perù alle Orcadi neolitiche, dalla laguna di Venezia alla moschea di Chinguetti in Mauritania, edifici storici, interi quartieri, siti archeologici e sacri e paesaggi culturali sono tutti a rischio di incendi, siccità, inondazioni, uragani, frane.

Gli eventi meteorologici estremi sono solo una delle minacce. Più insidioso è il fatto che i livelli di temperatura e umidità sempre più elevati e diffusi minaccino le strutture edilizie e aggravino i cicli naturali di gelo-disgelo, portando spesso al cedimento di pietre e mattoni. Il processo conosciuto come termoclastismo fa sì che la pioggia sospinta dal vento provochi una maggiore penetrazione dell’acqua e danni ai materiali da costruzione. Un impatto simile è prodotto dai cambiamenti climatici nelle falde acquifere e nella composizione del suolo.

L’innalzamento della temperatura ha portato al degrado biologico delle collezioni e degli archivi dei musei, ad esempio nella Biblioteca Necip Pascià di Smirne, alla proliferazione di funghi e insetti, come documentato dal Museo Svedese di Storia Naturale. Il patrimonio immateriale non è meno a rischio. Tradizioni, lingue e intere culture vengono distrutte a causa di carestie, migrazioni di massa e guerre civili, che a loro volta sono il risultato della desertificazione e dell’innalzamento del livello del mare.

I conflitti in Siria e Sudan, ad esempio, sono in parte «guerre per il clima», alimentate dalla migrazione dalle aree colpite dalla siccità verso regioni dove le condizioni erano già molto complesse. Le risposte efficaci all’enormità paralizzante di questa situazione sono impegnative e gli sforzi da parte delle singole agenzie governative, delle comunità locali e delle Ong non sono sufficienti. L’impegno deve essere alla fonte e ciò può essere fatto solo attraverso sforzi internazionali coordinati.

I 196 Paesi che hanno firmato l’Accordo di Parigi nel 2015 (che prevedeva tra l’altro l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, l’arresto della deforestazione, lo sviluppo di nuove tecnologie energetiche e contributi economici dei Paesi più ricchi a quelli più poveri) si sono impegnati a tornare con un piano aggiornato ogni cinque anni. Cop26 di Glasgow, ritardato di un anno dal Covid-19, è l’occasione per rivedere l’accordo e adattarlo alle realtà attuali. L’appuntamento è di fondamentale importanza per il futuro del nostro passato e del nostro patrimonio materiale e immateriale.

Anche l’opinione pubblica sta mostrando un crescente allarme per le conseguenze del cambiamento climatico. All’inizio di quest’anno l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite ha chiesto «azioni senza precedenti» per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Tutto questo in assenza di adeguati mezzi tecnici e soprattutto della necessaria volontà politica. Se la decisione dell’ex presidente Donald Trump di far uscire gli Stati Uniti dall’Accordo potrebbe essere annullata, a Glasgow si annuncia l’assenza clamorosa dei presidenti di Russia e Cina. E il presidente degli Stati Uniti, pur presente, non ha il sostegno del Congresso per il suo programma di azioni contro i cambiamenti climatici.

Nel campo dei beni culturali, fin dagli anni ’70 l’Unesco ha segnalato l’aggravarsi dei danni al patrimonio edilizio. Oggi sono fortemente impegnati tanto Unesco, Icom e Icomos, quanto numerose organizzazioni più piccole e non profit. Ma resta un divario fondamentale tra il rischio per il patrimonio collettivo, ormai quasi universalmente riconosciuto, e la portata e la natura delle azioni di tutela. L’opinione pubblica globale è sempre più favorevole a un maggiore impegno rispetto all’emergenza climatica.

Secondo la più vasta indagine mai realizzata in materia, condotta nel 2020 dall’Università di Oxford per lo United Nations Development Programme intervistando oltre un milione di persone in 50 Paesi, il cambiamento climatico è considerato un’emergenza globale dal 72% degli intervistati in Europa occidentale e Nord America, dal 65% in Europa orientale e Asia centrale, dal 64% nei Paesi arabi, dal 63% in America Latina, Asia e Pacifico e dal 61% nell’Africa subsahariana.

Greta Thunberg non è sola. I protagonisti della cultura sono chiamati a far sentire la propria voce.

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