Concetto Pozzati, straripante Pop alla bolognese

A Palazzo Fava prima retrospettiva postuma dell’artista, con opere anche di dimensioni monumentali

«Ciao Roberta» (2007), di Concetto Pozzati (particolare). Cortesia Archivio Concetto Pozzati
Jenny Dogliani |  | Bologna

Nato a in provincia di Padova nel 1935, scomparso a Bologna nel 2017, artista e docente di fama, accademico di San Luca, Concetto Pozzati era un figlio d’arte. Definiva il padre Mario un «futurista angosciato dal futuro» e lo zio Sepo (Severo Pozzati) un Pop prima dei Pop. Con lui nella Parigi di metà anni Cinquanta studiò pubblicità e insieme fondarono a Bologna la Scuola d’Arte Pubblicitari. Determinante nella sua carriera l’incontro con Guidi e Fontana, la partecipazione a Documenta III di Kassel nel 1964 e alla Biennale di Venezia nello stesso anno. Il successo fu immediato. Elaborò un linguaggio Pop colto, ironico e raffinato, denso di stratificazioni metafisiche e surreali.

Ne dà conto la prima grande mostra organizzata in uno spazio pubblico dopo la sua scomparsa, «Concetto Pozzati XXL», presentata da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e Genus Bononiae a Palazzo Fava-Palazzo delle Esposizioni fino all’11 febbraio. Una cinquantina le opere esposte, tra dipinti, installazioni e lavori su carta, molte di grande formato, alcune inedite, tutte provenienti dall’Archivio Concetto Pozzati, tra cui la monumentale installazione «Dopo il tutto» (1980), composta da 301 disegni. Un percorso tematico curato da Maura Pozzati che analizza e documenta la vasta produzione grafica, pittorica, critica, intellettuale e teorica dell’artista che insegnò pittura nelle Accademie di Urbino (della quale fu anche direttore), Bologna, Venezia e Firenze. Tra i lavori esposti varie opere iconiche degli anni Sessanta e alcune sperimentazioni degli anni Settanta, la sua stagione meno nota.

È tra i più noti rappresentanti della Pop art italiana, per lui gli oggetti sono la forma attraverso cui guardare al rapporto tra merce e arte, la sua estetica non è mai volta a una spettacolarizzazione del modello e dell’immaginario consumistico. La partecipazione empatica ed emotiva la si evince innanzitutto dalla scelta dei soggetti rappresentati, per esempio la rosa stilizzata del 1969, dove la memoria del disegno, di cui è lasciata traccia nei grovigli di grafite che scandiscono le ombre dei petali, si incontra con una resa grafica semplificata e replicabile cui alludono i segni geometrici e le prove di colore nel margine del quadro. In «Mare decorativo con pioggia» del 1967, immagini potenti e universali come quella delle buie profondità oceaniche o dell’incessante ciclo della pioggia sono rese attraverso forme semplici e giocose.

Una linea che prosegue e si sviluppa in opere come «A che punto stanno i fiori» del 1988, una sorta di rarefazione, dove la differenza tra segno e immagine si fa sempre più sottile e la pittura materica cede il passo al colore bianco, alla luce pura. Tra le opere più recenti quattro grandi dittici del 2006-10. Qui gli oggetti diventano simboli e metafore di sentimenti universali. «Ciao Roberta» del 2007 è un commiato dalla moglie scomparsa, dove vari suoi effetti personali, i vestiti, le pantofole, la bicicletta, diventano il segno di un’assenza ingombrante, sono grandi quanto il vuoto che non riescono a colmare, ma che anzi amplificano.

Una sezione della mostra è dedicata alla sua vasta produzione grafica, da lui considerata di pari importanza rispetto a quella pittorica. Si tratta di lavori realizzati dal 1959 al 2016, che ne riflettono l’intera parabola artistica. Un’ulteriore possibilità di approfondimento è offerta dal video documentario di 35 minuti «A che punto siamo con i fiori?» realizzato da Stefano Massari nel 2019 nello studio dell’artista poco prima della sua scomparsa.

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