Con Salgado in Amazônia

Per 48 volte in 7 anni il fotografo esposto al Maxxi ha documentato la fragile unicità della foresta

Sebastião Salgado, «Sciamano Yanomami dialoga con gli spiriti prima della salita al monte Pico da Neblina», 2014 © Sebastião Salgado
Arianna Antoniutti |  | Roma

«Sin dal momento della sua ideazione, con “Amazônia” volevo ricreare un ambiente in cui il visitatore si sentisse avvolto dalla foresta e potesse immergersi sia nella sua vegetazione rigogliosa sia nella quotidianità delle popolazioni native. Queste immagini vogliono essere la testimonianza di ciò che resta di questo patrimonio immenso, che rischia di scomparire. Affinché la vita e la natura possano sottrarsi a ulteriori episodi di distruzione e depredazione, spetta a ogni singolo essere umano del pianeta prendere parte alla sua tutela».

Con queste parole Sebastião Salgado ha presentato la mostra «Amazônia», dall’1 ottobre al 13 febbraio ospitata al MaXXI, con la cura di Lélia Wanick Salgado. Il fotografo, che ha recentemente ricevuto il Visa d’or Figaro Magazine Lifetime Achievement Award, e l’ambito Praemium Imperiale 2021, espone oltre duecento scatti nati dall’esperienza, umana prima ancora che professionale, vissuta nella foresta amazzonica attraverso 48 reportage svolti nel corso di sette anni.

Prima tappa italiana del progetto, «Amazônia», è al momento visibile anche in Francia, presso la Philharmonie de Paris, e in seguito sarà a Londra e a São Paulo. Alle immagini, al loro largo respiro in bianco e nero, è associata la suggestione di una traccia audio composta da Jean-Michel Jarre, quasi una colonna sonora che accompagna il visitatore attraverso le due sezioni dell’esposizione: una rivolta al paesaggio, l’altra alle popolazioni indigene amazzoniche.

Nella prima, il racconto per immagini è fatto di montagne, fiumi volanti, tempeste tropicali, nella seconda troviamo gli abitatori della foresta, come la tribù degli Awá-Guajá, cacciatori-raccoglitori nomadi che rischiano di scomparire. Roberto Koch, editore di Contrasto, che con il MaXXI ha prodotto la mostra, definisce «di impianto umanista» la fotografia di Salgado, che dispiega la bellezza dell’ecosistema amazzonico per rimarcarne la fragilità, la sua unicità in pericolo.

Sempre al MaXXI, nello spazio Extra, fino al 14 novembre, è visibile «Di roccia, fuochi e avventure sotterranee», collettiva curata da Alessandro Dandini de Sylva. Su commissione di Ghella, azienda specializzata in scavi in sotterraneo, cinque fotografi hanno realizzato altrettanti reportage su grandi opere infrastrutturali: Fabio Barile ha fotografato il tunnel ferroviario che collegherà Oslo a Ski, Andrea Botto la galleria sotto il passo del Brennero, Marina Caneve la metropolitana di Atene, Alessandro Imbriaco le talpe meccaniche sotto la baia di Sydney, Francesco Neri i lavori per la metropolitana sotterranea di Hanoi.

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