Con Mattioli la più grande collezione di arte futurista al Museo del Novecento

Debuttano a Milano 24 delle 26 opere lasciate in comodato gratuito dal nipote del grande collezionista

Una veduta dell’allestimento della Galleria Futurismo al Museo del Novecento. Foto Margherita Gnaccolini Una veduta dell’allestimento della Galleria Futurismo al Museo del Novecento. Foto Margherita Gnaccolini Una veduta dell’allestimento della Galleria Futurismo al Museo del Novecento. Foto Margherita Gnaccolini Una veduta dell’allestimento della Galleria Futurismo al Museo del Novecento. Foto Margherita Gnaccolini Una veduta dell’allestimento della Galleria Futurismo al Museo del Novecento. Foto Margherita Gnaccolini Una veduta dell’allestimento della Sala dedicata a Carlo Carrà, Arturo Martini e Mario Sironi al Museo del Novecento. Foto Margherita Gnaccolini
Ada Masoero |  | Milano

Se finora, parlando della collezione di arte futurista del Museo del Novecento di Milano, si diceva che si trattasse della più importante in Europa, ora che, accanto ai tesori che già facevano parte delle sue raccolte, debuttano 24 dei 26 capolavori della Collezione Gianni Mattioli (tutti ceduti in comodato gratuito al museo, per cinque anni, da Giacomo Rossi, nipote del collezionista) si può affermare senza timore che il Museo milanese possiede la più importante collezione di arte futurista al mondo.

È sempre la grandiosa Sala delle Colonne a ospitare la pattuglia dei fondatori del futurismo in pittura (e scultura) e dei primi compagni di strada, ma ora è preceduta dallo scrigno ombroso della prima saletta, abitata dal solo Boccioni. In essa dialogano il celebre bronzo «Forme uniche della continuità nello spazio», che qui riacquisisce pienamente la sua agitata volumetria, e due capolavori pittorici come «Dinamismo di un corpo umano» e «Dinamismo di un ciclista», la prima gemma della collezione Mattioli in cui ci s’imbatte.

Di qui in poi, nella luce chiara della lunga galleria, l’intreccio tra le quattro raccolte che compongono questa sezione del museo (quella del futurista Fedele Azari, donata alla città di Milano da Ausonio Canavese, le collezioni Jucker e Antognini e da oggi, la collezione Mattioli, riconoscibile dalle didascalie su fondo scuro) regala una parata di opere straordinarie, ordinate secondo un progetto complessivo che ne valorizza le affinità formali e tematiche.

Sulla sinistra ci s’immerge subito nel tema della città industriale, centrale per i futuristi: dal meraviglioso «Crepuscolo», 1909, di Boccioni, con le impalcature della Milano che cresce nelle sue periferie, si passa al folgorante bozzetto della sua «Città che sale», poi alla «Galleria di Milano» di Carlo Carrà, per arrivare alla «Manifestazione interventista», 1914, dello stesso Carrà, prezioso collage luccicante di mica da cui erompono i suoni, i colori e il tumulto della folla urbana.

Un piccolo spazio prezioso è dedicato ai lavori cubisti (già Jucker) di Picasso, Braque e Léger, ma se ci si volge verso la parete opposta, ecco affacciarsi altre opere miliari del futurismo: dopo il primo trittico degli «Stati d’animo» (1911) di un Boccioni ancora simbolista, una sfilata di gemme di Russolo («Solidità della nebbia»), Balla (i «Rondoni» e il superbo «Mercurio») e Severini (due «Danzatrici»). E poi ancora Boccioni e Carrà, con una parata di cavalli al galoppo, simbolo del dinamismo e dell’energia di un mondo allora innervato dall’ottimismo per il futuro e, a chiudere la sala, la superba “pala” di «Materia», una sorta di Mater Matuta in cui Boccioni rilegge il corpo della madre alla luce delle ricerche sulla simultaneità e la compenetrazione dei piani che stava conducendo. Ma non è tutto.

Salendo al quarto piano, ecco altre opere Mattioli: il «Frank Haviland» di Modigliani poi, poco oltre, i dipinti di Mario Sironi tra futurismo e metafisica e, proseguendo, la saletta sublime di Morandi dove, ancora una volta, s’inseguono tanti precocissimi capolavori Mattioli. «Ma questo, avverte il direttore, Gianfranco Maraniello, non è che il primo passo di un lavoro di riallestimento di tutte le gallerie, i cui frutti si vedranno fra un anno: una ricomposizione organica delle collezioni, sullo sfondo di una gamma di grigi che, dallo scuro del sottosuolo, in una logica di “emersione”, arriverà al chiarissimo dei piani più alti».

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