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Opinioni

Comunità fraternità aperta

L’arte di stare insieme: vivere con poco e saper dare molto, contribuire a testimoniare la ricchezza del patrimonio culturale immateriale dell’umanità

Particolare di un'opera dell'artista greco Christos Bokoros (1956)

Una cosa può essere forse a chiunque chiara: così come la generosità del singolo individuo non pensa solo a difendersi, ma a offrire quel che ha, così l’apertura e la generosità delle comunità pensa anche a chi è fuori dalla comunità e non solo a chi la abita. C’era un modo di dire, che una volta si citava frequentemente nelle famiglie quando si aggiungeva a tavola un ospite inatteso: «è cresciuto un altro frate, brodo lungo e seguitate».

Si tratta quindi di non preoccuparsi sempre e solo della quota pro capite, ma di confidare nei doni che scaturiscono abbondanti per tutti dalla generosità e dall’armonia. In questa logica il «bussate e vi sarà aperto» o il «chiedete e vi sarà dato» non è riferito tanto, come troppo spesso lo intendiamo, al diritto di bussare e di ottenere, con modi assurdamente imperativi, perfino nella preghiera.

Quelle esortazioni possono essere prese a modello di quanto ogni comunità, ogni fraternità potrebbe utilmente scrivere sul perimetro della propria casa, di spirito, di carne o di pietra. Dimenticando che con un cucchiaio di minestra in meno nel proprio piatto a volte si può fruire delle capacità di un medico o di un giurista o di uno scienziato o di un esperto o di un forzuto e giovane individuo improvvisamente indispensabili con urgenza, una parte crescente un po’ primitiva del mondo di solito a questo punto osserva: così facendo non resterà nulla di tutto quanto si è riusciti a costruire e a mettere insieme per generazioni.

Dobbiamo dunque dilapidare tutto, esporci alla contaminazione, al saccheggio indiscriminato? La risposta di un osservatore attento della realtà può essere altrettanto tagliente: perché agendo diversamente forse resterà qualcosa? O non si accelererà piuttosto l’impermanenza nell’inevitabile dissolvenza delle vanità? Si tratta insomma di accettare attraverso le comunità l’idea di dover affrontare il difficile compito di insegnare la parsimonia, l’arte di contentarsi del meno possibile, l’essenzialità.

Vivere con poco e saper dare molto: questo fa il più umile albero da frutto, il più banale filo d’erba quasi in attesa di chi lo bruchi, pronto a ricrescere e più di questo non può sognare di fare il più ambizioso degli uomini, il più desideroso di dimostrare la propria unicità, la propria capacità, la propria intelligenza e le proprie ricchezze. Più di questo non può fare nemmeno una comunità. Nemmeno quella che riesca a vantare un qualsivoglia primato mondiale. Anche per la scelta del termine del quinto argomento capace di testimoniare la ricchezza del patrimonio culturale immateriale dell’umanità che l’Italia può contribuire a riconoscere non sono mancate le alternative: la pace sembra il bene sommo più che mai necessario, così come ripreso dal salmo nella benedizione di san Francesco.

La democrazia, con radici che affondano nelle prime agorà, assemblee pubbliche nelle piazze e nei primi teatri, con la necessità di dialogo e condivisione, composizione, sembra lo strumento migliore per garantire la pace. La giustizia è addirittura il presupposto indispensabile per la pace, come perfino il microcosmo di ogni famiglia insegna. La libertà, nella ricerca di un punto di equilibrio tra quella propria e quella altrui è un altro irrinunciabile caposaldo. Libertà imprescindibile che va continuamente difesa a partire da quelle di opinione e di espressione, senza le quali il mondo perde ricchezza, si appiattisce, ma soprattutto si comprime frustrato e represso per poi esplodere: e tutto solo per pigrizia, per non affrontare il quotidiano «fastidio» del confronto, alla ricerca di equilibrio.

Questa catena fondamentale e indispensabile che unisce gli elementi del più grande tesoro immateriale di tutti che con questi supplementi si ha la sfrontata ambizione di poter contribuire a delineare, ruota attorno al tema delle relazioni, attorno al tema della fraternità come idea poco conosciuta e sempre meno praticata (del resto comprensibilmente, in un mondo sempre più popolato da figli unici, specie nelle oasi di relativo benessere). Al punto che la fraternità ha oggi bisogno di essere declinata e vista, affrontata e vissuta, come idea di comunità. Non che si tratti di un bandolo che si presenta invitante da afferrare per dipanare con semplicità l’intricata matassa.

Anzi la comunità, comunque declinata, reca in sé anche qualcosa di repulsivo: classe, collegio, caserma, convento, convivenza, convitto, comprensorio, condominio, stato, ente pubblico, luogo di lavoro, fabbrica e si potrebbe continuare a lungo. Perfino la famiglia o la chiesa in qualcuno suscita più timori che entusiasmi.

Ma proprio per il fatto di essere al centro del nodo gordiano e non bene in vista, questo tema pare poter essere risolutivo per cercare di vedere più serenamente il ruolo di ciascuno, perfino dell’eremita che senza la comunità non sarebbe tale e lo sa benissimo, con punte di nostalgia e perfetta gratitudine generalizzata. Perché anche quella che pare chiusura (o clausura, è lo stesso) ermetica e assoluta non fa che lavorare attorno al tema universale dell’apertura, del concorso differenziato e molteplice, poliedrico, ciascuno a modo suo. Anche il silenzio e la dedizione piena all’ascolto interiore è infatti una apertura, tra le massime, all’altro da sé.

Viene certamente da chiedersi quale possa essere l’utilità di fare il punto sull’arte di stare insieme quando esistono su questo tema una infinità di esperienze, storie, pubblicazioni, convegni, studi. Che cosa mai potremo aggiungere? Fosse solo il fatto di riportare quell’immensa mole di vissuto all’attenzione, l’impresa vale la pena certamente di essere tentata. Così questo tema centrale e molto articolato, certamente sovranazionale, che affonda poderose radici in tutte le parti del mondo e in Grecia, in Francia e in Italia in particolare, viene proposto come quinto ipotetico patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

In generale e non solo a questo proposito qualcuno potrebbe temere che la ricerca del patrimonio culturale immateriale di maggior pregio, che la messa in luce dei capolavori intangibili che qui empiricamente si tenta, possa sconfinare nella lotta politica, nelle scelte di appartenenza: non è così, piuttosto si tratta semmai di confronto, di capacità di vivere insieme, di essere comunità, di trarre alimento dalla comunione.

Abbiamo con questo lavoro forse contribuito ad avviare un processo che lascia sperare si possa giungere a riconoscere progressivamente non tanto un’altra comunità delle arti e quindi simbolicamente un’altra immagine allegorica delle Muse sinora sconosciuta, quanto piuttosto la loro madre sempre troppo trascurata e dimenticata, malgrado il suo nome: Mnemosyne. Non però di sola memoria si tratta, ma di presenza attenta, di progetto e soprattutto di capacità di dono, di cambiamento, di insegnamento: insomma dell’arte di vivere. Tutti e insieme.

Francesco Scoppola, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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