Come va l’arte a 5Stelle?

Franco Fanelli |  | Torino

La città, la sindaca e l’arte cercano di stabilire se è possibile una convivenza e quale. Amministratori pubblici senza soldi ma con pretese, bastano privati e fondazioni?

Nel mese di novembre oltre ad Artissima e a Flashback si svolgono a Torino due rassegne che hanno come obiettivo la proposta di un’alternativa rispetto ai modelli un po’ cristallizzati del classico «sistema dell’arte»: si tratta di The Others e della neonata Nest. Sono due fiere sostanzialmente simili, almeno nei moventi ed entrambe particolarmente aperte agli spazi indipendenti e ad altri nuovi soggetti che hanno preso forma nel circuito del mercato e della cultura. Ora, «clonare», sia pure con qualche differenza, una fiera, anziché rafforzare quella che già esiste, non è il miglior modo di «fare sistema»; dal canto loro, i creatori di The Others e di Nest, Roberto Casiraghi e Olga Gambari, considerano al capolinea il modello tradizionale di fiera e Artissima quasi un corpo a sé rispetto alla città. La verità, come sempre, potrebbe stare nel mezzo: è altamente improbabile che i meccanismi del mercato ad alto livello, quelli praticati da Artissima, siano destinati a sparire, ma nello stesso tempo, evidentemente, la possibilità e la richiesta di proposte alternative esistono. Inoltre la città deve fare i conti con la propria realtà. E la realtà, per il 2016, racconta, tra l’altro, della perdita del Salone del Libro come esclusiva torinese dopo lo «scippo» di Milano. C’è chi sostiene che quanto accaduto sia la conseguenza dell’incapacità di rinnovamento e/o di ulteriore miglioramento da parte di una rassegna che negli anni si era affermata come appuntamento di grande richiamo. L’inchiesta pubblicata alle pagine 6 e 7, consuntivo del «meglio» e del «peggio» verificatosi in città sul sempre insidioso terreno della proposta culturale legata alle arti visive, mette in luce altri dati di fatto.

Il primo: un «sistema Torino» esiste; non è sempre vero, però, che funzioni l’interscambio tra le istituzioni. Il secondo: i tagli ai fondi pubblici stanno accentuando il ruolo di primo piano delle realtà private (le fondazioni, tra cui la giovane Camera che ha da poco scelto Walter Guadagnini come nuovo direttore) nell’organizzazione della vita culturale della città. Ma proprio sul fronte privato non è possibile ignorare le difficoltà in cui si dibattono le gallerie d’arte contemporanea (per le quali Artissima resta una fondamentale boccata d’ossigeno) anche, segnala Fulvio Gianaria, presidente della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea Crt, per il mancato sostegno di «una nuova fascia di acquirenti giovani», certo poco incoraggiati da problemi, prevalentemente fiscali, comuni a tutta la realtà italiana. E ancora: Torino ha un’Accademia che continua a «produrre» giovani artisti (la scorsa Biennale di Venezia erano «made in Turin» due convocati al Padiglione Italia), ma la città, nei suoi soggetti pubblici e privati, deve trovare il modo non solo per coccolarseli tra i propri cortili, bensì promuoverli extra moenia.

Per tanti anni il «sistema Torino» ha fatto invidia ad altre città. Nel 2016 è anche arrivata la nomination del «New York Times», che ha inserito la città tra i 52 posti da visitare nel mondo. Ma la sensazione è che occorra intervenire, e presto, per non continuare a perdere pezzi e primati dopo il Salone del Libro. È importante che inizi a funzionare a pieno ritmo il binario Rivoli-Gam, ma anche aprirsi, come opportunamente segnala Beatrice Merz, a una collaborazione multidisciplinare, dalle arti visive al teatro, dalla musica alla gastronomia. È necessario, come dichiara Patrizia Asproni, presidente della Fondazione Torino Musei, evitare la «saturazione» determinata dall’«omologazione dell’offerta». In sostanza, urge differenziare e non limitarsi alle mostre temporanee.

La sensazione è di essere arrivati alle soglie di una transizione, con tutte le criticità che questo comporta nel momento in cui si tratta di inventare un nuovo modello. La cultura, comunque, resta il terreno su cui si deciderà buona parte del futuro della città postindustriale. Lo dimostra il fatto che la sindaca Chiara Appendino, eletta nella scorsa primavera a capo di una giunta 5Stelle dopo decenni di governo di quel centrosinistra che ha creato, d’intesa con la Regione e i privati, il fortunato «sistema Torino», abbia chiesto la testa della citata Patrizia Asproni, «colpevole», in sostanza, di agire in eccessiva autonomia. Motivo del contendere, dopo l’uscita «non concertata» con l’amministrazione comunale del bando per l’elezione del nuovo direttore di Artissima (la successione o la conferma di Sarah Cosulich Canarutto sono un altro grande punto interrogativo, tenendo conto che il miglioramento è spesso basato su una virtuosa continuità), un’impasse nell’organizzazione di una mostra di Manet (poi annullata e «non recuperata», manco a dirlo, da Milano) organizzata da Skira, il cui presidente, Massimo Vitta Zelman, prima di procedere, intende confrontarsi proprio con la nuova amministrazione per capire se e quanto potrà sostenere la mostra.
Nel momento in cui questo «Vedere a Torino» va in stampa, Patrizia Asproni ha rassegnato le dimissioni. Avrebbe precisato, tuttavia, che si tratta di un gesto di protesta per il mancato rispetto delle competenze e del lavoro svolto. L’importante è che la sindaca e la sua giunta, che si proclamano con il loro movimento portatori del rinnovamento e delle discontinuità, si rendano conto che la «decrescita felice» non esclude una proposta culturale fatta, necessariamente, di grandi eventi e, insieme, di appuntamenti forse meno «popolari» di quelli legati al tartufo o al cioccolato, ma ugualmente necessari e che tra l’internazionale Artissima e la vernacolare Paratissima c’è una differenza. (Così come sarebbe necessario un rapporto diciamo più sciolto con la stampa, visto che è stato impossibile raggiungere, per questa inchiesta, l’assessora alla cultura Francesca Leon).
La Appendino dichiara che i 5Stelle amano la cultura, ma proprio non le va giù l’idea che le mostre sugli impressionisti a Torino siano nate dai rapporti personali tra il suo predecessore, Piero Fassino, Massimo Vitta Zelman e il direttore del Musée d’Orsay Guy Cogeval. Secondo lei, i rapporti dovrebbero essere puramente istituzionali. Ora, a parte il fatto che le istituzioni sono fatte di persone tra le quali i rapporti personali contano eccome, fu grazie al sogno e ai rapporti personali di un politico illuminato, Giovanni Ferrero, che nel 1984, proprio nell’anno di nascita della sindaca, apriva il Castello di Rivoli.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Franco Fanelli