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COME T’IMPARO L’ARTE | Insegnare nell’era di Internet

Il cartaceo è solo la punta dell’iceberg, la nuova frontiera è il digitale in tutte le sue forme e applicazioni

Maurizio Cattelan, «Charlie don’t surf», 1997, Castello di Rivoli Museo d’Arte contemporanea. © Castello di Rivoli-Museo d’Arte contemporanea; foto di Flavio Cannarozzo

Anche se da circa dieci anni in Francia hanno progressivamente introdotto nelle scuole, sotto forma di insegnamento trasversale, un non ben definito «parcours d’éducation artistique et culturelle» denominato «Histoire des Arts», l’Italia resta l’unico Paese europeo dove la Storia dell’arte è una specifica materia che si insegna nelle scuole secondarie di secondo grado. E bisogna aggiungere che anche nelle secondarie di primo grado, da quando nel 2003 l’allora ministra della Pubblica istruzione Letizia Moratti ha trasformato l’Educazione artistica in «Arte Immagine», la didattica del disegno e delle tecniche grafiche è accompagnata dall’apprendimento di nozioni generali di Storia dell’arte, dalla lettura di opere e da visite a musei e beni culturali del territorio. Ed è per questo che l’insegnante ha a disposizione due volumi di testo che si integrano fra loro.

Ma a fronte di questo interessante sviluppo nelle scuole medie, la riforma Gelmini del 2010, non si capisce bene perché, ha abolito l’insegnamento negli istituti professionali, lasciandolo solo nei programmi di poco più del 50% degli studenti delle secondarie superiori, quelli dei vari licei con due ore alla settimana (salvo il liceo artistico che ne ha tre). Al liceo Scientifico, di gran lunga il più frequentato, la materia è «Disegno e Storia dell’arte», dove come asse portante è indicata la Storia dell’architettura.

Questa in estrema sintesi è la situazione (ben analizzata qui nell’articolo di Francesca Filippi) della Storia dell’arte che in genere è considerata e percepita dagli studenti (ma non solo) come poco importante rispetto all’impegno ben più gravoso che comporta lo studio dell’Italiano o della Matematica o dell’Inglese, per non parlare del Latino. Purtroppo il suo valore formativo viene sottovalutato e messo in discussione anche da molti addetti ai lavori. E questo è un errore grave.

L’insegnamento era stato inserito dal filosofo e ministro Giovanni Gentile come un elemento coerente con l’impianto umanistico della sua riforma scolastica del 1923 di matrice idealistica, per valorizzare un aspetto di grande rilievo della nostra storia culturale, una scelta teoricamente fondata e certo non riducibile a motivazioni nazionaliste («Italia patria delle arti»). Con tutti i suoi limiti, ideologici e classisti, la visione gentiliana, anche se ormai profondamente corretta e aggiornata, ha lasciato alla scuola italiana un imprinting peculiare legato positivamente alla difesa dei valori umanistici.

Per la verità, va detto che fino a tempi abbastanza recenti l’insegnamento della Storia dell’arte (relegato, per così dire, in una condizione di privilegiata marginalità) ha avuto per lo più un carattere troppo «aulico», basandosi su manuali concepiti da professori universitari con un linguaggio specialistico di difficile comprensione. Per moltissimi anni il testo più adottato è stato quello di Giulio Carlo Argan (le cui prime edizioni risalgono al 1968-70) che, con la sua impostazione saggistica di alto livello e la sua complessa scrittura, ha messo in difficoltà generazioni di studenti: molto apprezzato da pochi e considerato dai più come un «mattone» pressoché indigeribile.

Ma non bisogna dimenticare quello che è stato il contributo innovativo di questa Storia dell’arte, caratterizzata da una forte impronta autoriale. Per esempio: la messa a fuoco di ampio respiro dei rapporti fra arte e società; la grande importanza attribuita ai temi dell’architettura e dell’urbanistica; e anche, in particolare, l’attenzione molto più ampia per l’arte contemporanea dalle avanguardie storiche fino al 1970 (con un coraggioso aggiornamento nelle ultime edizioni affidato ad Achille Bonito Oliva).

Tutti aspetti fondamentali recepiti dai molti successivi testi sull’arte per i licei, in cui gli autori si sono impegnati, con più o meno successo, soprattutto a elaborare delle impostazioni articolate e scandite nel modo più chiaro possibile (con unità, capitoli, cronologie, schede di lettura di opere, rubriche, itinerari museali e monumentali, percorsi trasversali ecc.), e cioè strutture per l’apprendimento tese a stimolare la curiosità intellettuale e funzionali a una didattica più adatta al livello culturale medio degli studenti. E naturalmente grande è il loro sforzo di semplificazione della scrittura: non più con valenze troppo saggistiche; con pochi termini specialistici (quelli necessari, sempre debitamente spiegati); e con uno stile più narrativo e descrittivo, dando grande spazio alla lettura delle opere.

Il giusto criterio dovrebbe essere quello dalla massima chiarezza possibile in rapporto alla complessità dell’argomento, senza cadere nel rischio della banalizzazione sempre in agguato. L’aggiornamento dei testi deve tener conto di molti fattori che hanno cambiato la percezione e la fruizione delle arti figurative nell’attuale cultura dei consumi di massa. Grazie allo sviluppo del turismo culturale, all’attività sempre più dinamica dei musei (in particolare quelli di arte contemporanea) e agli eventi espositivi per il grande pubblico, si assiste a una travolgente spettacolarizzazione dell’arte, che è diventata di moda ed è entrata alla grande nella dimensione del tempo libero.

Su Internet si trova una marea di informazioni e di immagini anche su tutto ciò che riguarda l’arte, ma bisogna avere una buona formazione culturale per orientarsi e degli strumenti adeguati di selezione critica per valutare la credibilità e la vera rilevanza dei dati. Lo studente dice «faccio una ricerca su Internet» che si riduce perlopiù a un banale «copia e incolla» senza capo né coda.

La funzione fondamentale (e per ora insostituibile) dei buoni libri di testo stampati deve essere quella di contribuire a dare un corretto inquadramento storico critico alla materia, organizzando contenuti complessi in un percorso coerente e autorevole. La sua vera efficacia culturale si misura anche dal grado della qualità del contributo specificamente autoriale. Sono ormai didatticamente molto importanti (ma non sostitutivi) anche i materiali integrativi video, i data base e le piattaforme digitali di vario genere. Ma ovviamente quasi tutto dipende dalla qualità dell’insegnante.

Francesco Poli, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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