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COME T’IMPARO L’ARTE | I manuali capostipite

In Italia per decenni è esistito «il manuale», ora l’offerta editoriale è invece ricca, mutevole e articolata

«Pinocchio» (1972), di Luigi Ontani (particolare)

Leggi in un manuale d’oggi, a proposito di Lascaux, il titoletto «La Cappella Sistina della Preistoria», e ti rendi conto di quanto la questione dei testi scolastici di Storia dell’arte sia diventata una faccenda complicata, ma anche un po’ scema.
Per alcuni decenni, in effetti, in Italia non sono esistiti i manuali, ma il manuale, uno solo essendo più che sufficiente: la pietra miliare è stata il mitico «L’Arte Italiana» di Paolo D’Ancona, Maria Luisa Gengaro e Fernanda Wittgens. Testo-Atlante, la stampa in bianco/nero imperante, che vide la luce la prima volta nel 1930-32 da Bemporad Marzocco, complemento dei corsi universitari di D’Ancona alla neonata università milanese per la quale, somma innovazione tecnologica per allora, fu anche comprato un pionieristico epidiascopio, l’antenato della macchinetta delle diapositive, e si smise finalmente di utilizzare le tavole sciolte stampate da Danesi e da Hoepli predilette da Adolfo Venturi e dalla sua generazione.

Quando dopo la seconda guerra mondiale fu ristampato, nel 1953, era ancora il massimo, e per la Gengaro, che nel frattempo era passata dall’università che considerava ormai con disprezzo un «esamificio» (guarda tu come certe cose non cambiano mai) ai licei, che allora erano una cosa serissima (la Gengaro, per dire, era una che integrava le poche ore d’insegnamento previste a scuola proseguendo nel pomeriggio le lezioni con gli studenti interessati: ci sono stato anch’io, nella sua casa milanese di via degli Olivetani, dove annusavi anche i Sironi e i Manzù), il manuale continuava egregiamente a fare il suo dovere.
Poi il manuale per antonomasia è diventato la «Storia dell’arte italiana» di Giulio Carlo Argan, edito da Sansoni nel 1968, che per vent’anni ha dominato incontrastato la scena.

Aveva una novità importante, le immagini a colori, e fissava una serie di norme dalle quali ci si è sempre discostati assai poco. Intanto parlava di «arte italiana» ma cominciava con la sequenza canonica preistoria-arte egea-arte greca-arte romana eccetera, per cui l’adolescente di allora sgamava subito due cose: che era in realtà una storia dell’arte occidentale (arabi esclusi, infatti, alla faccia di quanto hanno contato anche dalle nostre parti, e bizantini raccontati assai a spanne) e che l’avevano pensato per l’università e poi spacciato anche ai liceali, i quali ricambiavano maledicendo.

Per dire, altro che «Cappella Sistina della Preistoria»: a proposito di Lascaux e Altamira leggevi che «il movimento dell’altro è anche il proprio; l’identificazione del cacciatore con la fiera non è soltanto magica ma esistenziale», e scagliavi in cuor tuo delle fiere saracche alla volta dell’autore. Era dottissimo, denso e scritto in tono alto. Era «bello e impossibile», per citare la cantante, ma tanto nell’orario miserabile di lezione c’era sempre qualcuno che ti liofilizzava la cosa e il testo neanche lo leggevi: ci credo che anche il ministro Bonisoli ha dichiarato di recente che al liceo la pena era tale da rendere desiderabile l’abolizione delle ore di Storia dell’arte.

E poi, c’erano già da un bel po’ i mitici «Compendi» inventati dal pragmatico Ernesto Bignami nel 1931, e questo bastava e avanzava, perché nella gerarchia delle materie la Storia dell’arte contava circa come Ginnastica e Religione. La cosa che ti scocciava di più era che l’Argan costava un botto di soldi: per ogni volume dell’edizione che ho conservato, 1973, spendevi, per dire, più di 4mila lire, mica bruscolini. Quanto alle immagini, erano di una qualità che oggi sarebbe considerata mediocre, e per di più i grafici le tagliavano ad libitum, ma l’Argan era «the best» e tale rimase a lungo.

Già negli anni Settanta in ogni caso cominciava un’altra usanza peregrina, quella di modificare due cazzatine a un libro scolastico e scriverci «nuova edizione», il che generò la gloria economica delle Editrici scolastiche e la festa settembrina del mercato dei libri usati e la sua evoluzione imprenditoriale nei vari Libraccio e simili; e per un altro verso la corsa a inventarsi manuali scritti alla carlona da chicchessia (per lo più addomesticando la materia a slogan banalizzanti e idées reçues) ma che i rappresentanti editoriali potessero piazzare come nuovi.

Ormai era chiaro. I manuali sono diventati iniziative economiche fatte per vendere libri prescindendo dal fatto che la cosa implicasse un target (gli studenti) dei quali non fregava nulla a nessuno e ai quali peraltro tendeva a non fregare simmetricamente niente dell’insegnamento.

Ancora due iniziative eccellenti tuttavia si sono registrate, la «Storia dell’arte italiana» diretta nel 1986 da Carlo Bertelli, Giuliano Briganti e Antonio Giuliano di Electa-Bruno Mondadori, e nel 1991 «Arte nel tempo» di Pierluigi De Vecchi e Elda Cerchiari (all’impresa partecipava all’inizio anche Filiberto Menna, ma morì in corso d’opera nel 1988) per Bompiani. Cerchiari, scomparsa un paio di mesi fa, era una specialista del genere: già nel 1955 aveva lavorato con Liana Castelfranchi Vegas a una «Storia dell’arte» per Signorelli che cominciava, bizzarria singolare, con l’arte cretese e concentrava, bizzarria somma, nel terzo e ultimo volume nientepopodimeno che l’epoca «dal Quattrocento al Novecento».

Sono gli ultimi manuali seri. Scritti non si sa per chi ma senza scorciatoie banalizzanti, come esercizi intellettualmente pensati prima del diluvio.
Il diluvio, cioè le riforme ministeriali del secolo nuovo, quelle che hanno abolito quasi dovunque l’insegnamento della Storia dell’arte, sono la nostra realtà di oggi, in cui il massimo del dibattito culturale è la differenza tra la classe A061 e la classe A025, cioè tra insegnare solo Storia dell’arte o anche Disegno, il secondo essendo monopolio quasi esclusivo degli architetti, i quali peraltro sono autorizzati a non sapere una cippa di Storia dell’arte.

Scompaiono gli insegnamenti, vabbè, ma in compenso i manuali proliferano, belli cicciosi e arricchiti, oggi che ci sono ebook e web e Lim, la pronipote chic dell’epidiascopio, da un sacco di cotillon, pieni di schede e schedine che suonano sempre come altrettanti «vorrei ma non posso». La cosa che fa più sintomo sono i sussidi didattici, il quaderno degli esercizi per gli alunni e la guida per l’insegnante, in cui tutto si riduce in modo imbarazzante a far finta di insegnare e di imparare.

Alcune iniziative sono anche felicemente attualizzanti: in «Arte bene comune», curato da Michele Tavola e Giulia Mezzalama per Pearson-Bruno Mondadori, una scheda del capitolo sul Neoclassicismo ragiona sul riutilizzo di una copia della Venere con la mela di Thorvaldsen da parte di Pistoletto (cosa che molti critici fighetti manco sanno) nella poverista «Venere di stracci». Le schede monografiche dedicate alle neoavanguardie (Fontana, Klein, Manzoni) in «L’arte di vedere» a cura di Matteo Cadario e Serena Colombo per lo stesso editore, sono precise e non banalizzano.

In altri casi alcuni commenti si fanno un po’ criptici come, in «Itinerario nell’arte» di Giorgio Cricco e Francesco Paolo Di Teodoro per Zanichelli, quella sul ponticello raffigurato nella Gioconda leonardesca che incarnerebbe simbolicamente «la fiducia dei dotti e degli artisti del Rinascimento nella volontà dell’uomo e nella sua capacità di capire il mondo e persino di modificarlo». Boh.

Infine, in totale controtendenza, quest’anno Einaudi si è inventata «Arte. Una storia naturale e civile» di Salvatore Settis e Tomaso Montanari, «una storia dell’arte che è anche un manuale di cittadinanza consapevole». È piena di idee: peccato che gli utenti dovrebbero essere dei giovanotti che se gli chiedi cos’è l’Educazione civica (anche l’educazione tout court, per vero) ti guardano come un marziano, ché a scuola non gliel’hanno mai nominata.

Flaminio Gualdoni, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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