Come l'arte figurativa ha rappresentato le stagioni

Fernando Rigon Forte affronta in un libro edito da Skira questo tema iconografico in tre momenti: Impero romano e tardo antico, Medioevo e Rinascimento

«Allegoria del Buon Governo, con Aion e le quattro Stagioni» (metà del III secolo d.C.), Mosaico pavimentale da Shahba-Philippopolis (Siria)
Carlotta Venegoni |

Le stagioni hanno da sempre suscitato nell’uomo un fascino che non poteva non essere di stimolo nel campo delle arti. E, come Vivaldi ha dato loro forma e sostanza nella musica, così l’arte figurativa ha rappresentato, attraverso le proprie forme, le stagioni e i sentimenti dell’uomo nel succedersi delle stesse.

Fernando Rigon Forte affronta il tema dell’iconografia delle stagioni in tre momenti: Impero romano e tardo antico, Medioevo e Rinascimento. Quattro stagioni, intese come «stationes», soste del sole nel percorso circolare dell’anno.

Quattro periodi in cui si ripartisce il percorso dell’astro della vita, scandito da solstizi ed equinozi. Questa componente imprescindibile della nostra quotidianità ha trovato nei secoli la sua forma sostenuta da simboli. Nel corso dei secoli all’iconografia delle stagioni è stato spesso conferito un aspetto antropomorfo, facilitando la rappresentazione indefinibile e impalpabile del tempo.

Primavera, estate, autunno sono raffigurate come figure femminili. La primavera è associata a gemme e fiori, l’estate a foglie, spighe, frutti, l’autunno alla vite. E l’inverno? Nel volume alla stagione dell’inverno viene dedicata primaria attenzione. La sua personificazione infatti è complessa. L’inverno è associato al punto cardinale del Nord, il suo colore è il bianco dell’alba siderale.

Si può identificare in Crono, l’astro del freddo e dei morti, il più esterno dei sette pianeti. Ma anche nel tempo stesso, il quale, nella sua ciclicità, porta eterno rinnovamento. Inteso come una cerniera, è raffigurato come Giano bifronte, mentre si avvia con le chiavi a chiudere e riaprire l’anno e il ciclo dell’esistenza. Cardine silente su cui il percorso solare si conclude e ricomincia. È infante decrepito, con mantello o ignudo; come straccione infreddolito, collerico o malinconico, associato all’acqua o al fuoco.

Lo si incontra come Giove, Saturno o allegoria della sapienza e della vecchiaia. A rimando di una stagione segnata dall’avarizia del clima, ecco che l’inverno è associato al regno animale, alla caccia. Ma spesso, il silenzio apparente in cui è chiuso, gli impedisce di esplicitarsi attraverso degli attributi: per la figura della stagione della rinuncia e dell’attesa di un ritorno, l’iconografia lavora per sottrazione, attraverso l’esclusione di quel qualcosa caratterizzante, nella certezza che la sua criptica figura venga pur sempre individuata. 

Qualche inverno prima. Iconografia delle Stagioni,
di Fernando Rigon Forte, 360 pp., 8 ill. col., Skira, Milano 2021, € 35

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