Collezionisti di 11 Paesi convalidano nuovi record per l’arte etnica

Continua la caccia ai capolavori: da Christie’s 9 lotti totalizzano 11,4 milioni, mentre si affermano gli aborigeni australiani

«Old Man Emu with Babies» (1989) di Emily Kame Kngwarreye venduto a 765mila euro da Sotheby’s
Antonio Aimi |  | Milano

Come scrivo da tempo sulle pagine di «Il Giornale dell’Arte», commentando le tendenze del mercato dell’arte etnica, i collezionisti e coloro che fanno investimenti continuano a puntare in modo particolare e anche giustificato sui capolavori, che vengono venduti a cifre sempre più alte.
Non a caso i primi top lot delle aste del primo semestre 2022, che vengono dalla vendita di Christie’s del 29 giugno, hanno segnato i nuovi record delle rispettive categorie.

Si tratta di tre sculture provenienti dalla Papua Nuova Guinea, dall’Isola di Pasqua e dalla Repubblica Democratica del Congo e che sono state vendute, rispettivamente, a 5.071.000, 2.802.000 e 1.962.000 euro partendo da stime di 1,5-2 milioni (le prime due) e 1-1,5 milioni (la terza). Grazie a questi ottimi risultati l’asta, che presentava solo nove reperti, tutti venduti, ha realizzato un fatturato di 11.433.940 euro.

Un risultato che Alexis Maggiar e Victor Teodorescu, responsabili del dipartimento di arte etnica e delle vendite di Christie’s, hanno così commentato: «Siamo incantati per un tale trionfo dell’arte etnica. Questi nove reperti di nove diverse collezioni sparse per il mondo sono stati contesi da collezionisti di undici Paesi. Questo risultato, che celebra l’abilità scultorea, l’estetica e il potente genio creativo degli artisti dell’Africa e dell’Oceania, ha riaffermato la posizione di leadership di Christie’s in questo settore. Possiamo anticipare che il prossimo ottobre metteremo in vendita qui a Parigi un’importante collezione privata».

Al di là di questi dati, tuttavia, è doveroso segnalare che la novità di questo ciclo di aste è costituita dalla vendita di arte aborigena che di Sotheby’s ha tenuto a New York il 25 maggio registrando 4.238.091 euro di vendite. Il risultato ha rappresentato il riconoscimento incontestabile degli artisti aborigeni del Novecento e anche di quelli che, ormai, sono espressione della cultura dell’Australia moderna. In questo contesto si è imposto un quadro di Emily Kame Kngwarreye, venduto a 765mila euro a partire da una stima di 467-747mila.

Significativamente, il successo del dipinto rappresenta la definitiva consacrazione di una donna, che, dopo una vita di stenti, si è affermata attraverso l’arte. Emily Kame Kngwarreye, infatti, era nata nel 1910 in una comunità aborigena in mezzo al deserto dell’Australia centrale e aveva passato quasi tutta la vita prima negli allevamenti di bestiame e poi producendo batik. Aveva cominciato a dipingere a 78 anni. Il suo metodo consisteva nel posizionare grandi tele a terra e nel sedersi su di esse a gambe incrociate per poi lasciarsi andare alla creazione di dipinti che ricordano i segni tracciati sulla sabbia e dipinti sul corpo durante i rituali degli aborigeni.

Passando alle aste che hanno registrato fatturati inferiori è opportuno segnalare quella di Christie’s New York dell’11 maggio, che ha visto emergere una figura Hemba stimata 285-474mila euro e venduta a 442.400 euro. Seguono le aste Sotheby’s del 24 maggio a New York e dell’8 giugno a Parigi, che hanno visto come top lot un copricapo Tsimshian venduto a 227mila euro (stima 95-142mila) e una maschera Punu venduta a 201.600 euro (stima 180-250mila). Passando, poi, ai pezzi di livello medio, è importante osservare che in diverse occasioni sono stati offerti anche alcuni reperti alla portata di tutte le tasche, che sono stati venduti a meno di 2mila euro e, in qualche caso, a meno di mille.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Antonio Aimi