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Collezione Torlonia, Settis rassicura: «La mostra si farà»

Tempi lunghi per la vicenda giudiziaria relativa alle 623 straordinarie sculture greche e romane invisibili dagli anni Settanta. Intanto si restaurano le opere

Ulisse che esce dall'antro di Polifemo. Proveniente dalla Collezione Albani. Foto: Collezione Torlonia Onlus

Roma. Un testamento impugnato, accuse infamanti, denunce di falso: la guerra fratricida per l’eredità miliardaria del principe Alessandro Torlonia conquista popolarità mediatica e coinvolge anche l’immenso patrimonio d’arte del casato. Il primogenito Carlo denuncia possibili illeciti dei fratelli e sospetti accordi per l’esportazione di opere d’arte, ma le lettere del padre defunto lo accusano.

Così il giudice, anche per valutare i beni in causa e cercare un accordo, ha deciso il sequestro giudiziario di tutto il patrimonio, compresa la famosa Collezione Torlonia, la più importante raccolta privata di arte antica al mondo, 623 sculture di valore inestimabile, da oltre 40 anni invisibile in magazzino da quando, negli anni Settanta, l’antico palazzo Torlonia, nella quale era esposta, era stato trasformato (senza licenza) in un condominio di lusso.

Per decenni lo Stato non è intervenuto. Finalmente il 15 marzo 2016 viene firmato un accordo tra il Mibac, allora retto da Dario Franceschini, e Alessandro Poma Murialdo, nipote dell’allora novantenne principe Alessandro, protagonista di tutta la vicenda: viene deciso di creare un Museo Torlonia per la famosa collezione e intanto, entro il 2018, alcune opere saranno in una mostra che poi girerà il mondo.

Ma il tempo passa e la mostra tarda a nascere. Il principe Alessandro muore a 92 anni il 28 dicembre 2017 e scoppia la lite sull’eredità che porta al sequestro giudiziario.
Tutto viene messo in forse: l’accordo Mibac-Torlonia vale ancora? La magnifica collezione, come tutto il resto, rischia di essere spartita tra gli eredi?

E la mostra, si farà?
«Certo che si farà, è soltanto rinviata, assicura sereno Salvatore Settis, curatore della mostra con Carlo Gasparri, grande esperto della collezione. Con la preparazione siamo molto avanti. Il ritardo dipende dagli appalti per la ristrutturazione di palazzo Caffarelli, in Campidoglio, dove verrà esposta in magnifiche sale. Ora l’appalto è assegnato e i lavori partiranno entro gennaio. Ci vorranno circa 6 mesi quindi, se tutto va bene, una data possibile per l’inaugurazione è l’ottobre 2019.

Oltre a voi curatori, chi partecipa all’impresa?
I gruppi di lavoro sono diversi, in tutto una cinquantina di persone. La collaborazione fra noi è molto buona. Forse per la prima volta pubblico e privato sono insieme senza contrasti per realizzare un grande progetto culturale. Dal lato pubblico c’è il Mibac con l’allora direttore generale Musei, Gino Famiglietti, già responsabile Archeologia, tra i protagonisti dell’accordo del 2016, e il Comune di Roma con l’assessore Luca Bergamo e il soprintendente capitolino Claudio Parisi Presicce. Per i privati, cruciale il ruolo della Fondazione Torlonia presieduta da Alessandro Poma ma anche quella dello sponsor, Bulgari. Importante anche il progetto di allestimento predisposto da David Chipperfield.

Ci si domandava da tempo quale fosse lo stato di conservazione delle centinaia di sculture, stipate nei capannoni di villa Albani in via della Lungara. Come stanno, ci sono ancora tutte?

Certo, le ho viste, alcune sono in alto e non ben visibili, ma sono tutte lì. Restano ancora in quei magazzini perché la Fondazione Torlonia ha attrezzato in quel grande edificio i laboratori di restauro. È stato aperto un passaggio tra laboratori e magazzino per poterle trasportare facilmente da un luogo all’altro. A restauro finito ognuna resta nella parte rinnovata dell’edificio, linda come una clinica.

Sono stati necessari interventi importanti per le sculture?

La Fondazione Torlonia sta provvedendo al restauro di un gran numero di opere: oltre il 50% dei 96 pezzi della collezione scelti per la mostra sono già pronti, restaurati da Anna Maria Carruba con la sua équipe. Del resto, non si pensi che le opere fossero in pezzi: tutto era coperto di polvere ma i danni non erano gravi. Con i nuovi metodi di restauro sono venute alla luce anche scoperte straordinarie. Per esempio tracce di colore. In un rilievo molto famoso si vede in un angolo un fuoco e questo fuoco è colorato di rosso. Nella mostra si espongono così anche conoscenze nuove, interessanti per il pubblico.

A che punto è il catalogo della mostra?

È già pronto al 70% e sarà edito da Electa.

E per il catalogo dell’intera collezione fa ancora testo quello del 1884 o qualcosa è cambiato?

Quel catalogo, con le sue edizioni successive, è molto prezioso e tuttora valido. Tra quelli dei musei pubblici e privati di tutto il mondo è stato il primo a pubblicare le fotografie di tutti gli oggetti di una collezione. Per allora, un’assoluta novità. Dopo l’esposizione romana, che pensiamo di tenere aperta a lungo, forse 5 o 6 mesi, la mostra andrà all’estero. Ci sono già diversi grandi musei stranieri, molto interessati Parigi e Washington, pronti ad ospitarla. Del resto la mostra è molto importante: sarà il primo sguardo su questa collezione famosa, da decenni non visibile.

Secondo lei, la controversia giudiziaria tra gli eredi Torlonia potrebbe avere riflessi e ritardare la realizzazione della mostra?

Spero proprio di no: è interesse di tutti, anche dei Torlonia, vederla nascere ed era questa anche la volontà di Alessandro Torlonia con il quale ho parlato due anni fa e che mi ha stupito per la sua lucidità.

Insomma forse ci siamo: dopo la mostra, il punto d’arrivo del processo di apertura al pubblico dei tesori d’arte di casa Torlonia dovrebbe essere la creazione del Museo e l’esposizione di tutta la grande collezione archeologica. Ma il futuro può dipendere anche dall’esito della guerra per l’eredità del principe Alessandro.

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 392, dicembre 2018


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