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Collezione Torlonia | Come e chi cercò di venderla al Getty

Gli atti di un processo giudiziario intentato negli Stati Uniti svelano incredibili retroscena

Veduta di una delle esposizioni della galleria d'arte dei fratelli Aboutaam, la Phoenix Ancient Art

Gli atti di un processo giudiziario intentato negli Stati Uniti svelano incredibili retroscena della storia della Collezione Torlonia: i fratelli Aboutaam, discussi mercanti di antichità, avrebbero tentato una trattativa tra il principe Alessandro  e Timothy Potts, direttore del Getty.

Ci sono voluti alcuni decenni per rivedere almeno un centinaio dei 620 marmi antichi della Collezione Torlonia, la più grande collezione privata di arte greco-romana al mondo, dopo che, verso il 1960, la nobile famiglia l’aveva stivata in un deposito per trasformare in 93 mini appartamenti le 77 sale del suo museo (peraltro già non facilmente visitabile: Ranuccio Bianchi Bandinelli lo vide nel 1947, ma travestito da spazzino).

Dei tesori artistici della nobile schiatta si è parlato assai poco, e ancor meno dei tentativi di metterli in qualche modo a frutto. Nell’ultimo periodo della sua vita, conclusa il 28 dicembre 2017 a 92 anni, il principe Alessandro, almeno secondo un procedimento giudiziario intentato negli Stati Uniti, avrebbe tenuto contatti con il direttore del Getty Museum Timothy Potts, venuto anche a Roma non certo per parlare di calcio bensì per incontrare, il 16 gennaio 2014, il nipote del principe, Livio, e un avvocato.

Sempre stando alla denuncia di 38 pagine presentata negli Stati Uniti, a partire dall’estate 2010 una società americana (vedremo quale è e a chi fa capo) ha catalogato per anni la collezione e ha fotografato le statue fino a formare un «dossier pesante sei chili» con «migliaia di immagini». Nella capitale era già pronto un palazzo in pieno centro (Mancini, già del Banco di Sicilia, in via del Corso, anche se il documento omette di specificarlo), per costituire un Museo Torlonia di proprietà del Getty (ma forse anche della famiglia romana) che l’avrebbe gestito. E i cui tesori, ogni tanto, sarebbero magari emigrati a Malibu e altrove in temporanea esportazione. Un’operazione ben pensata.

La citazione depositata alla Corte di un distretto di New York il 12 gennaio 2017 valuta la collezione tra 350 e 500 milioni di dollari (cioè 310-443 milioni di euro). A presentare l’atto, con cui reclama una mancata provvigione di 77 milioni di euro (68 milioni di euro) per la presunta intermediazione andata in fumo, è la Phoenix Ancient Art dei fratelli libanesi Ali e Hicham Aboutaam: tra i più famosi (e, vedremo, discussi) mercanti d’antichità al mondo con sedi a Ginevra, New York e Bruxelles.

Il 21 gennaio 2010, spiega il documento, Hicham «è volato a Roma» per incontrare don Alessandro e vedere la collezione privata di marmi antichi più importante al mondo. Dall’inizio dell’estate 2010, per anni e nel massimo segreto, una società dei fratelli libanesi, la Electrum che è «l’agente esclusivo della Phoenix negli Stati Uniti», ha catalogato la collezione scattando «migliaia di fotografie» dei singoli pezzi. Il tutto era finalizzato «a preparare per la vendita» la straordinaria raccolta. Nell’operazione la Phoenix è assistita da una finanziaria del Delaware, che «accetta di partecipare» al tentativo di «vendere o trasferire» le sculture dei Torlonia.

Il procedimento giudiziario innescato dai fratelli Aboutaam per il fatto di essere stati esclusi dai successivi sviluppi della vicenda della Collezione Torlonia è finito in un nulla di fatto. Ma questo interessa poco: assai più rilevanti sono i fatti che la denuncia riferisce. A rendere noto agli Aboutaam che i Torlonia sarebbero stati disposti in qualche maniera a cedere la loro collezione sarebbero stati due commercianti di monete antiche, Arturo e Livio Russo (il primo, figlio di Roberto che è stato tra i «big» del settore) che espongono ogni anno alla più importante manifestazione numismatica, la Convention che si tiene al Waldorf-Astoria di New York. Anche gli Aboutaam trattano queste antichità per cui sanno chi sono i Russo quando vengono da loro contattati. A quel punto nasce un accordo di riservatezza che il 12 luglio 2013 sarà sottoscritto anche dal direttore del «più ricco museo al mondo», Timothy Potts.

Proprio in quell’anno, infatti, compiuto il lavoro di catalogazione a Roma, gli Aboutaam contattano il museo, cui propongono l’affare. «Potts era eccitato, all’idea» e la Electrum dichiarava di aver «predisposto i mezzi e le relazioni con le autorità italiane per poter riportare i marmi alla pubblica visione». Gli Aboutaam consegnano al direttore del museo perfino l’unico catalogo antico dei marmi Torlonia, edito nel 1885, che avevano ricevuto dai Russo. A fine anno il Getty ottiene anche il lavoro preparato dalla Electrum: il suo direttore riceve a New York il già citato «dossier pesante 12 pounds», sei chili, con «migliaia di immagini». «Nel gennaio 2014», continua il documento legale, «Potts e il Getty identificano una lista di sculture che il museo è interessato a controllare o acquisire» e il direttore spedisce agli Aboutaam un elenco di 119 statue che vorrebbe vedere a Roma.

La Electrum scrive una lettera nella quale, insieme a Hisham, chiede udienza al principe e gliela trasmette tramite i soliti Russo.
Don Alessandro esprime «un sincero apprezzamento per l’interesse del Getty alla collezione, pur facendo presente che non ne potevano essere ceduti dei singoli pezzi». L’incontro, il 16 gennaio, a Roma. Il giorno dopo, Potts è accompagnato in Vaticano, dove visita «la cappella privata del papa, attigua alla Sistina, e i quartieri in cui vivono il papa e i dignitari vaticani» (non vengono citate le Stanze di Raffaello, e parrebbe che non veda neppure gli affreschi di Michelangelo...).

Ai Russo viene chiesto di trasmettere al principe l’accordo di riservatezza stipulato negli Stati Uniti. In una lettera destinata a quest’ultimo Potts conferma che «le sculture sono potenzialmente di grande interesse per il Getty Museum». Poi, il 18 aprile dello stesso 2014 «incontra di nuovo il principe e altri esponenti della famiglia».

Il museo chiede e ottiene, il 27 giugno 2014, il primo catalogo della collezione, quello dell’Ottocento, ma subito dopo «interrompe improvvisamente le comunicazioni» con gli Aboutaam. Otto mesi più tardi, nel giugno 2015, il principe, sempre stando all’atto giudiziario, «diventa ansioso perché non ha più ricevuto notizie dal Getty» e tuttavia comunica ai fratelli libanesi (o all’Electrum) che non intende dar seguito alla vicenda, anche perché «le leggi italiane non rendono possibile un coinvolgimento del museo».

Questo nonostante gli Aboutaam e le società a loro collegate avessero «ideato un progetto segreto, strutturato in modo tale che il Getty sarebbe diventato il proprietario della collezione e, in maniera legittima per le norme italiane, si sarebbero potuti temporaneamente esportare dei suoi pezzi che fossero d’interesse per il museo». Gli ultimi atti della vicenda datano al 2015. In maggio «Livio Russo chiede ai ricorrenti (gli Aboutaam) se può contattare direttamente il museo» e gli viene risposto che questo violerebbe l’accordo di segretezza. In estate un nuovo incontro di Electrum con Potts al Getty e il nipote Torlonia vola fino a Los Angeles.

Nel medesimo anno, in maggio, il progetto pensato dagli Aboutaam era stato «sottoposto a Gino Famiglietti», al tempo uno dei direttori generali del Ministero. Un parere legale sulla legittimità della struttura con cui poter «temporaneamente esportare le sculture Torlonia» è commissionato dagli Aboutaam all’ex avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli, che molto si era prodigato per il ritorno in Italia, all’inizio degli anni Duemila, delle opere scavate di frodo e acquistate dai musei americani, specialmente il Getty.

Il resto della vicenda è noto: nel 2014 i Torlonia costituiscono una fondazione presieduta dal nipote del principe, Alessandro Poma Murialdo; nel 2016 stipulano un accordo con il Governo italiano, il cui primo atto è la mostra che avrebbe dovuto aprirsi il 4 aprile in Palazzo Caffarelli e che è stata rimandata a data da decidere. Gli Aboutaam vedono in questo anche lo «zampino» del Getty che, come il Louvre, dovrebbe poi ospitare l’esposizione e che avrebbe utilizzato i materiali e il lavoro ricevuti, in via confidenziale, proprio da loro. Si sentono defraudati dalle royalty per la vendita o per l’esposizione della collezione, conteggiate in 77 milioni di dollari. Il processo, tuttavia, finisce in un nulla di fatto.

Non si era mai saputo di una simile valutazione della raccolta, né della disponibilità dei Torlonia a cederla con una modalità che ne permettesse di nuovo la pubblica visione, e tanto meno di un coinvolgimento del Getty. Come era ignoto l’interesse dei due fratelli Aboutaam, tra i maggiori mercanti d’antichità al mondo, ma dal passato qualche volta oscuro.

LA COLLEZIONE TORLONIA
Come è chi cercò di venderla
I tesori
Gli Aboutaam
Il pm Ferri

Fabio Isman, da Il Giornale dell'Arte numero 407, aprile 2020



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