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Archeologia

Cinquanta sfumature di lapislazzuli | 2

Amore e desiderio nell’antico Egitto: Egyptian gods do it better!

Il tempio della regina Hatshepust a Deir el-Bahri Fotografia: Francesco Tiradritti © Francesco Tiradritti

La poesia che corrisponde al Sesto Palazzo del Papiro Chester Beatty I descrive una ragazza estroversa che, secondo parametri contemporanei, potrebbe anche apparire leggermente sfacciata. I versi che ne delineano la bruciante passione indicano infatti con chiarezza che aspetta soltanto il consenso della madre per saltare addosso all’amato e baciarlo in pubblico.
Questa libertà non sorprende, visto che la tradizione degli studi (soprattutto quelli al femminile) attribuisce alla donna egizia maggiore considerazione rispetto alle congeneri mesopotamiche, greche o romane, tanto per citare alcune delle più note civiltà antiche. A riprova di questa affermazione vengono spesso riportati i nomi delle regine che hanno regnato sulla Valle del Nilo. A partire da Merneith (XXX secolo a.C.), con la quale si chiude la I dinastia, per passare a Nitrocri, che forse regnò alla fine della VI (XXII secolo a.C.), e a Nefrusobek (XVIII secolo a.C.), ricordata al termine del Medio Regno, per arrivare a Hatshepsut (prima metà del XV secolo a.C.), che per un ventennio sedette sul trono dell’Egitto in uno dei momenti di massima floridezza del Paese.

Orbata troppo giovane dell’affetto dello sposo Thutmosi II (inizio del XV secolo a.C.), Hatshepsut si ritrovò a essere reggente di Thutmosi III, il figlio di sei anni che lo sposo aveva avuto dalla concubina Aset. Nel giro di qualche anno la regina assunse sempre maggiori poteri fino a ritrovarsi a regnare, almeno apparentemente, da sola. In realtà era attorniata da un cospicuo numero di potenti funzionari, il più influente dei quali era il maggiordomo Senenmut. Soltanto dopo ventuno anni Hatshepsut cedette il trono a Thutmosi III (seconda metà del XV secolo a.C.).

Tremilacinquecento anni più tardi la regina si è ritrovata a essere assurta a icona. Lo è divenuta soprattutto a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, quando il femminismo ha cominciato a prendere sempre maggior piede e ha influenzato in crescente misura le ricerche egittologiche. Negli innumerevoli studi che le sono stati dedicati in questi ultimi cinquant’anni Hatshepsut è descritta come una monarca illuminata, dall’intelligenza acuta, abile politica e accorta diplomatica. Va da sé che era anche bellissima. Il suo regno avrebbe corrisposto a un periodo di prosperità e pace a dimostrazione che quando le donne prendono in mano le cose, tutto va sicuramente meglio.

Quest’immagine idilliaca è in realtà una costruzione contemporanea e deriva appunto da una lettura in chiave femminista di eventi storici di cui in realtà si sa abbastanza poco. Non esiste un testo che dica davvero com’era Hatshepsut, la cui descrizione è mutuata da quella tramandata per Cleopatra. Quest’ultima era una regina egizia, possedeva un’intelligenza straordinaria, era un’abile politica e una diplomatica priva di scrupoli. Bene, se le cose stanno così, anche Hatshepsut sarà stata così, visto che anche lei era regina e aveva governato sulla Valle del Nilo per un buon ventennio. Da un ragionamento molto vicino a questo traggono spunto non pochi studi su Hatshepsut. Continuando con le trasposizioni l’immagine ormai radicatasi intorno alla sua figura viene spesso utilizzata per dimostrare come la donna egizia godesse di maggiori diritti e libertà.

Ma le cose stavano davvero così?

L’analisi delle fonti storiche e delle testimonianze archeologiche mostra in realtà una palese interferenza nella gestione dello Stato da parte del gruppo di altissimi funzionari che faceva capo al già citato Senenmut. Da questo non è difficile supporre che Hatshepsut dovesse essere uno strumento nelle loro mani e che la sua condizione non fosse molto diversa da quella di una vedova in un villaggio dell’Egitto contemporaneo. Alla morte del marito quest’ultima diventa depositaria di tutte le sue proprietà che però spettano di diritto ai figli. Proprio in ragione di questo motivo non può risposarsi. Qualora decidesse di farlo dovrebbe andarsene e la tutela dei figli passerebbe ad altri membri della famiglia del defunto che preserverebbe così l’integrità del patrimonio. Per evitare questa situazione, o la vedova viene data in moglie a un parente (normalmente il fratello) dello sposo defunto oppure rinuncia ai figli. È assai probabile che Hatshepsut si sia dovuta confrontare con regole non molto dissimili e, in mancanza di qualche familiare del marito, sia stata costretta a governare fino a quando il figliastro Thutmosi III prese il suo posto. Perché quest’ultimo abbia aspettato fino a oltre i venticinque anni di età non è dato saperlo.

Nell’affermare la legittimità del proprio potere la maggiore difficoltà che Hatshepsut si trovò a superare fu quella di dimostrare che, malgrado fosse donna, aveva diritto a governare né più e né meno come un uomo. Per rendere chiaro il concetto si fece ritrarre con gli attributi reali maschili, ma pensò anche di asserire che era predestinata al trono in quanto figlia carnale di Amon, il dio di Tebe ormai da secoli patrono di tutto il Paese.
Questo concetto risulta espresso nella decorazione del Tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahri attraverso il racconto della nascita della regina in cui l’atto del concepimento è descritto in modo diretto e lasciando molto poco all’immaginazione. Malgrado la brevità, il risultato può essere annoverato tra i capolavori della letteratura erotica mondiale. Il testo era corredato di figurazioni che lo completavano e rendevano manifesto quanto stesse accadendo anche a quanti non erano in grado di leggere.

Tutto comincia con una scena in cui Amon siede su un trono al cospetto di dodici divinità. All’augusta assemblea il dio manifesta il desiderio di possedere Ahmose passando poi a elencare i vantaggi che ne deriverebbero. Ha infatti intenzione di concepire Hatshepsut per attribuirle il mondo intero e fare sì che l’Egitto prosperi. La futura regina sarà così in grado di costruire e rinnovare i templi e provvedere a rifornirli di abbondante quantità di offerte. La risposta degli dei è quasi completamente illeggibile a causa di una lacuna. Dai segni geroglifici sopravvissuti si capisce però che tutti approvano. Messa così, chi non lo farebbe?
Ottenuto il consenso degli altri dei, Amon riceve Thoth di ritorno da una missione il cui scopo era quello di valutare le qualità di Ahmose. Le parole del dio della scrittura sono eloquenti: «La sua bellezza è superiore a quella di ogni altra donna sulla terra fino al suo confine». Rassicurato, Amon si fa accompagnare al cospetto della regina.

Il fatto che il racconto sia scolpito sulle pareti di un monumento consente un artificio architettonico impossibile da replicare con la scrittura contemporanea. I segni geroglifici sono infatti disposti in colonne che separano le scene precedenti da quella in cui è riprodotta la camera da letto della regina. Leggendo il testo si imita perciò il movimento di avvicinamento di Amon e Thoth ma non viene rivelato come questo avvenga: è come se i due numi si materializzassero nella camera di Ahmose grazie a un artificio divino. Il racconto di quello che accade nella stanza comincia con Ahmose addormentata:

«[Amon, Signore dei troni dell’Egitto, si trasformò nella Maestà di questo suo marito, il sovrano dell’Alto e Basso Egitto Aakheperkara (Thutmosi I)].
La trovarono che dormiva tra le magnificenze del suo padiglione».

Per salvare l’onore di Thutmosi I viene asserito esplicitamente che Amon ha assunto le sembianze del sovrano. Da qui in poi, per discrezione, Thoth si eclissa:

«Lei si destò al profumo del dio e sorrise a Sua Maestà.
Ma fu invece lui che le si si precipitò su di lei, lui che la penetrò, lui che le diede il suo cuore, lui che infine le permise di vederlo nella sua forma di dio proprio mentre veniva in lei.
Gioì ella nel vedere la sua bellezza e l’amore di lui si diffuse nel suo corpo.
[Il palazzo fu inondato dal profumo del dio che odorava] in tutto e per tutto come Punt (terra dell’incenso)».

Uno sceneggiatore darebbe qualsiasi cosa per scrivere una scena d’amore come questa. Prevede un inizio, uno svolgimento e una fine e raggiunge il suo culmine nel colpo di scena in cui il dio rivela la propria identità. Si fonda su termini intensi e sensuali. Malgrado sia soltanto incisa sulle pareti di un tempio, possiede tale forza da risultare così tangibile e concreta che non è difficile materializzarla con gli occhi della mente.

Il testo è dotato anche di una colonna sonora fondata sull’ossessivo ribadirsi della sibilante «s/z». L’onomatopea non lascia troppo spazio all’immaginazione. Ha inizio quando il dio si precipita sulla sorridente regina e termina quando, giunto al culmine dell’atto, le si rivela.
La descrizione è veloce ed essenziale come l’improvvisa e bruciante passione del dio.
Malgrado la brevità il testo contiene il desiderio, la scoperta reciproca, la compenetrazione dell’uno nell’altra, la pienezza e poi, infine, l’annullamento totalizzante dell’amore compiuto. Il profumo che si diffonde nel palazzo espande a dismisura il vibrare all’unisono del dio e della regina ed è qualcosa di sommamente sacro perché la fragranza dell’incenso è la stessa che si sprigiona dai suffumigi compiuti ogni giorno davanti alle effigi divine. È amore profano, solido e concreto che si libra alla fine sulle ineffabili ali del profumo e si innalza leggero verso le sommità del cielo, pura estasi.

Al concentrato di passione del testo si contrappone la figurazione successiva, nitida, ordinata e alquanto asettica.

L’immagine scolpita sulle pareti del tempio di Deir el-Bahri riporta l’atto sessuale al suo scopo essenziale attraverso la trasposizione simbolica. Seduti l’uno di fronte all’altra, Amon spinge verso le labbra di Ahmose l’«ankh», il simbolo della vita. Il dio sancisce così in modo inoppugnabile l’avvenuta concezione. La scena era corredata da una didascalia oggi purtroppo lacunosa. Quanto ne rimane è però sufficiente a rivelare come i testi siano sempre più espliciti delle immagini: «La maestà di questo dio fece tutto quello che desiderava nei suoi confronti…». È impossibile afferrare il senso del resto della frase, ma tanto basta.
Segue un’altra iscrizione in colonne con le parole di Ahmose:

«Mio Signore, quanto è grande l’attimo della tua potenza ed è davvero splendido vedere le tue primizie. Ti sei unito alla mia Maestà nella tua magnificenza e ora la tua dolce essenza pervade tutte le mie membra».

Le parole della regina non potevano che magnificare le doti amorose del dio. Anche in questo caso è impossibile trasporre la ricchezza figurativa del testo geroglifico nella scrittura occidentale. Tra i segni è infatti celato il nome della figlia appena concepita che, completo, è Hatshepsut Khenemamon, traducibile in italiano come «Prima tra le nobili, che è unita con Amon». I termini che compongono la prima parte del nome della futura regina si ritrovano nelle parole «splendido» e «primizie». «Ti sei unito» rimanda invece alla seconda parte: Ahmose si rivolge al dio per cui «unita con Amon».
Il raffinato gioco retorico nulla toglie alla vibrante ed esplicita sensualità delle parole della regina che rivelano quanto Ahmose sia ancora piacevolmente scossa dal recente amplesso. Quanto da lei asserito arriva dritto al cuore di Amon, stimola il suo orgoglio maschile e risveglia qualcosa. L’iscrizione conclusiva infatti afferma:

«Dopo di ciò la Maestà di questo dio fece tutto quello che desiderava con lei».

Non poteva finire altrimenti. Amon avrebbe sicuramente deluso i lettori (e Ahmose con loro) se si fosse allontanato senza dimostrare di essere davvero un dio. Il bis era d’obbligo.
Da tutto ciò si può trarre una duplice morale: 1) Christian Grey e la sua creatrice Erika L. James non si sono inventati nulla; 2) Egyptian Gods do it better!


CINQUANTA SFUMATURE DI LAPISLAZZULI
Amore e desiderio nell'antico Egitto

1. Parole antiche per aneliti senza tempo
2. Egyptian gods do it better!
3. L'amore cosmico
4.1 L'antica bellezza
4.2 L'antica bellezza
5. il tempo delle tilapie in fiore

Francesco Tiradritti, edizione online, 24 maggio 2020


  • Immagine del Dio Amon nella sua forma di «Toro di sua madre». Particolare della «Cappella bianca» di Sesostri I (XX secolo a.C.) a Karnak. Fotografia: Francesco Tiradritti © Francesco Tiradritti
  • Riproduzione della scena del concepimento divino di Hatsheput nel tempio funerario della regina a Deir el-Bahri. Tavola da E. Naville, The Temple of Deir el-Bahari II, Tav. 47
  • La regina Ahmose incinta. Particolare della decorazione del tempio della Regina Hatshepsut a Deir el-Bahri. Fotografia: Francesco Tiradritti © Francesco Tiradritti
  • Particolare di processione dalla decorazione della «Cappella Rossa» di Hatshepsut a Karnak Fotografia: Francesco Tiradritti © Francesco Tiradritti

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