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Archeologia

Cinquanta sfumature di lapislazzuli | 1

Amore e desiderio nell'antico Egitto: parole antiche per aneliti senza tempo

Monumento funerario di Montuemhat. Particolare della decorazione del cortile: Montuemhat seduto. Tebe Ovest. XXV-XXVI dinastia (metà del VII secolo a.C.) Fotografia: Francesco Tiradritti © Francesco Tiradritti

Poca cosa serve all’amore per manifestarsi. Un incontro fortuito, un’occhiata fugace, un sorriso abbozzato, un gesto accennato. L’amore è un sospiro sospeso, un palpito accelerato, le guance che si infiammano, le gambe che tremano. È impaziente attesa, appagamento estremo, felicità immensa, profonda sofferenza, pienezza dell’anima, appagamento dei sensi, tremiti e aneliti, profumi e sapori, emozione e passione, angoscia e gioia.

L’amore è tutto questo e altro e altro ancora. Amare è naturale quasi come respirare. Eppure non cessa di creare meraviglia e stupore. In amore ognuno vive momenti che miliardi hanno già vissuto e che però appaiono comunque irripetibili e straordinari. Immensamente tragici, incredibilmente sublimi.

L’amore è al centro di un gruppo di testi egizi redatti tra il 1300 e il 1100 a.C. nei dintorni dell’odierna Luxor, allora ufficialmente nota con il nome «La possente» (Uaset), ma che i suoi abitanti chiamavano molto più semplicemente «La Città» (Niut).

Considerate da sempre come un’opera unitaria, queste composizioni possiedono varia natura e si collocano su vari registri linguistici. Ci sono vere e proprie poesie, identificabili attraverso stile e forma ricercati e la tipica punteggiatura rossa che scandisce una sorta di versificazione, e testi più prosaici. La differenza risulta evidente anche sulla base del supporto scrittorio utilizzato: in alcuni casi il papiro, equiparabile al libro odierno, in altri cocci e frammenti di calcare che gli scribi utilizzavano per prendere appunti e abbozzare schizzi.

Nelle edizioni odierne questa differenza di registro è poco tenuta in conto e c’è la tendenza a trasformare in poesia anche quella che evidentemente poesia non è. Questo atteggiamento riflette un generico innalzamento della soglia pudore che interviene nel momento in cui si fa riferimento all’erotismo presso certe civiltà antiche. Gli egizi sono tra queste. È quasi come se trattare «argomenti scabrosi» nel caso di taluni lontani progenitori scatenasse la medesima «pruderie» che si manifesta al pensiero che in certe situazioni ci si siano potuti trovare i propri genitori. In alcuni testi egizi i riferimenti a pesci, uccelli e luoghi umidi nei quali immergersi dovrebbero invece fare riflettere. Il sospetto è che si tratti di doppi sensi, ma restano molto difficili da decrittare dal momento che la cultura che li ha prodotti è sparita ormai da secoli.

Talvolta è l’uso prolungato e continuo di una parola a determinarne addirittura l’assimilazione ed è probabile che alcuni termini scurrili non fossero più sentiti come tali all’epoca in cui i testi furono redatti. Un esempio? Quale donna non si sentirebbe lusingata sentendosi dire che possiede fascino? Bene. A una matrona dell’antica Roma il medesimo complimento sarebbe probabilmente risultato piuttosto un’offesa. Le si sarebbe infatti attribuita la medesima virtù di Priapo che, come dice Fabrizio De André, è la più indecente.

La ricchezza dei testi amorosi egizi risiede nella loro varietà di tono. Con assoluta freschezza e spontaneità conservano tremiti, aneliti, emozioni e passioni di persone scomparse da centinaia di anni facendo rivivere e condividere angosce e gioie come se fossero state provate ieri. La grandezza degli ignoti autori egizi sta proprio nell’essere riusciti a condensare l’immensità e la potenza dell’amore in testi minimi, simili a istantanee in cui la vita di tutti i giorni prorompe con una semplicità che arriva al cuore di ognuno e rende facile immedesimarsi con amanti il cui ricordo è svanito nel tempo.

Maestro nel descrivere questi attimi nella loro sublime quotidianità è l’ignoto autore delle liriche amorose redatte in scrittura ieratica sul Papiro Chester Beatty I (XIII secolo a.C.), dove sono riunite sotto il titolo comune di «Discorsi della grande piacevolezza».

Si tratta di sette «palazzi» (assimilabili alle «stanze» della nostra poetica) redatti da un punto di vista alternativamente maschile e femminile. L’amato e l’amata sono menzionati con i termini «fratello» e «sorella». Lo stile e la composizione dei testi sono molto ricercati e consentono di annoverarli tra i più alti esempi di poesia che l’antico Egitto ci abbia lasciato. L’incipitèdato dall’indicazione del «palazzo» identificato attraverso un numero cardinale progressivo.

La prima parola del testo è ribadita per assonanza in quella che conclude ogni componimento. Per fare un esempio concreto, sarebbe come se in italiano scrivessimo «Tre son le cose che voglio da te, una sola quella che voglio dalle altre». L’assonanza è naturalmente impossibile da restituire nella traduzione durante la quale, per quanti sforzi si possano fare, molte altre cose vanno perdute.

I sette «palazzi» tratteggiano altrettante situazioni di vita quotidiana. Il Sesto, per esempio, è dedicato alle palpitazioni del cuore di una ragazza:

Sesto palazzo:
Si passa a sua cagione davanti alla sua dimora!

Io ho trovato la sua porta aperta.
Il fratello stava accanto a sua madre
E tutti i suoi fratelli erano insieme a lui

L’amore per lui suscita desiderio
In tutti coloro che transitano per la strada.
Ragazzo perfetto che non ha eguali!
O fratello dalle scelte qualità!

Mi ha rivolto uno sguardo mentre passavo
E nel mio intimo me ne sono rallegrata
Ne ho avuto colmo, colmo il cuore di gioia!
O fratello, quando ho guardato.

Potesse la madre rendersi conto dei miei sentimenti.
Se ne facesse infine una ragione!
O Dorata (Hathor), fa che le entri in testa
Così ch’io possa precipitarmi da lui
E baciandolo davanti ai suoi
Io non pianga a causa degli altri,
Sarei felice se loro accettassero:
“Tu mi conosci!”
Celebrerei una festa alla mia dea.

Freme il mio cuore per uscire
E consentirmi almeno di scorgere il fratello in questa bella notte
Che sta infine per passare

La fanciulla comincia a parlare di quello che le sta più a cuore con una «scusa non richiesta». Afferma infatti in modo generico, quasi fosse normale, che passare davanti alla casa dell’amato lo si fa proprio a causa sua. A dimostrazione di questo (quando si dice il caso!) afferma che è capitato anche a lei. La porta era aperta e così ha potuto buttare un’occhiata all’interno. L’amato se ne stava insieme alla madre e ai fratelli. Il seguito della lirica fa capire che questa circostanza ha impedito ulteriori (e naturalmente «casuali») sviluppi della vicenda.

La fanciulla ha intravisto l’amato e questo le ha fatto venire in mente quanto oggettivamente lui sia meraviglioso. In quattro versi tratteggia la descrizione dell’uomo perfetto. È sufficiente dire che tutti si voltano a guardarlo e che è un concentrato di quanto meglio il genere maschile abbia da offrire.
Il conciso ritratto dell’amato prelude e giustifica l’emozione che un suo semplice sguardo provoca nella fanciulla. I quattro versi successivi sono un chiasmo perfetto: lo sguardo dell’amato provoca la gioia nella ragazza che è soddisfatta di quello che ha visto. Il reciproco scambio di occhiate provoca un movimento circolare che suscita la gioia della fanciulla.

Peccato però che sussista un grave problema al coronamento di cotanta passione. Come in molte famiglie mediterranee di ogni epoca, entra in scena la mamma! Evocata all’inizio della lirica, l’immagine della prolifica signora irrompe e interrompe i pensieri della giovane. La poesia ripropone qui l’eterna (e dall’esito sempre incerto) contesa tra nuora e suocera. I versi prendono toni concitati e sottopongo all’attenzione, affatto appannato dai secoli trascorsi, l’impellente desiderio della ragazza. Si intuisce che, allora come ora, contro il cuore di mamma una fanciulla può poco o nulla.

L’unica speranza è che la genitrice si renda conto dell’immensità dell’amore che questa prova e si convinca ad affidare il proprio pargolo, a malincuore ovviamente, alle cure della nuova venuta, pur sapendo già che non sarà comunque all’altezza del compito. Ottenere un risultato del genere trascende però i limiti dell’umana natura e non resta perciò che rivolgersi a Hathor, la dea dell’amore. Soltanto lei può compiere il miracolo e instillare nel cuore della madre il pensiero che il figlio non è più un bambino e che è ora che si faccia una vita propria e, di conseguenza, affidi il proprio destino a un’altra donna.

Il proseguimento della lirica suscita qualche perplessità. Sembrerebbe che la fanciulla non aspetti che il consenso della madre per buttarsi sull’amato. A suo dire avrebbe persino l’intenzione di farlo in presenza dei parenti. Ah, la sfrontata! Non è chiaro che cosa significa che sarebbe felice se le fosse concesso di pronunciare la frase «Tu mi conosci!». Conoscere è qui da intendere in senso biblico?

Qualunque sia lo scopo che si prefigge la fanciulla, per raggiungerlo è disposta tutto, anche a organizzare una festa in onore della sua dea (chiaramente Hathor).
La poesia giunge alla sua fine e lo fa con un’immagine toccante. È notte, una bella notte. Non è dato sapere in che modo la notte sia bella, ma è probabile che la fanciulla protagonista dei versi l’abbia trascorsa insonne, arsa dal desiderio di rivolgere almeno un’occhiata all’amato. Meno male che «la bella notte» sta per passare.

La grandezza dell’autore si rivela appieno in questa constatazione che propone un finale aperto e fa proseguire la storia nel cuore dei lettori.
A oriente il cielo si schiarisce e tra poco comparirà il sole. È un nuovo giorno di oltre tremila anni fa. Da qualche parte in Egitto una ragazza, divorata dalla passione per l’amato, sta per viverlo. Riuscirà a rivedere l’oggetto del proprio desiderio? Riuscirà a baciarlo? Riuscirà a fare capire alla madre quanto dirompente è la forza del suo amore?

La poesia scavalca i secoli e i suoi versi riecheggiano nelle nostre menti lasciando a ognuno di noi il compito di scrivere il finale di questa storia che fece palpitare il un cuore di una fanciulla ma che, a ben pensarci, fu davvero poca cosa.


CINQUANTA SFUMATURE DI LAPISLAZZULI
Amore e desiderio nell'antico Egitto

1. Parole antiche per aneliti senza tempo
2. Egyptian gods do it better!
3. L'amore cosmico
4.1 L'antica bellezza
4.2 L'antica bellezza
5. il tempo delle tilapie in fiore


Francesco Tiradritti, edizione online, 13 maggio 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Cappella funeraria di Sennefer. Ritratto di Sennefer. Tebe Ovest. XVIII dinastia (XV secolo a.C.) Fotografia: Francesco Tiradritti © Francesco Tiradritti
  • Cappella funeraria di Ramose. Particolare di scena di banchetto: due commensali Tebe Ovest. XVIII dinastia (prima metà del XIV secolo a.C.) Fotografia: Carlos De La Fuente © Associazione Culturale per lo Studio dell’Egitto e del Sudan ONLUS
  • Tomba di Inherkhau. Inherkhau e la moglie con i figli Tebe Ovest. XX dinastia (XII secolo a.C.) Fotografia: Francesco Tiradritti © Francesco Tiradritti
  • Chester Beatty I Palazzo 6: trascrizione geroglifica di Alan H. Gardiner del “Sesto Palazzo” del Papiro Chester Beatty I Elaborazione grafica: Francesco Tiradritti
  • Cappella funeraria di ignoto. Particolare di scena di banchetto: due commensali seduti con fiore di loto in mano e servitore che arieggia le bevande.  Tebe Ovest. XVIII dinastia (XVI-XV secolo a.C.) Fotografia: Francesco Tiradritti © Francesco Tiradritti

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