Cinquant’anni d’arte di Giovanni Anselmo

10 opere dell’artista poverista piemontese coprono una carriera di mezzo secolo e occupano i tre piani della galleria milanese di Lia Rumma

«Verso Oltremare» (1984), di Giovanni Anselmo. Veduta dell’installazione, Milano, Galleria Lia Rumma. Ph. Paolo e Simone Mussat Sartor. Cortesia Galleria Lia Rumma, Milano-Napoli
Ada Masoero |  | Milano

Dal 19 novembre la Galleria Lia Rumma apre i suoi spazi a Giovanni Anselmo (Borgofranco d’Ivrea, 1934, vive e lavora a Torino), protagonista della prima ora dell’Arte Povera, «Leone d’Oro» per la Pittura alla Biennale di Venezia del 1990, che con le sue opere occupa tutti e tre i piani della sede milanese.

Attraverso dieci importanti lavori la mostra ripercorre il suo cammino dal 1968, quando l’Arte Povera s’imponeva sulla scena artistica, e lo segue fino a oggi: l’opera «Mentre la terra si orienta», 2002-2022, della serie in cui l’ago magnetico di una bussola è immerso in un cumulo di terra, è stata, infatti, realizzata espressamente per questi spazi.

A unire i dieci lavori esposti è la ricerca, identitaria per l’artista, sui concetti di energia, gravità, campo magnetico, rotazione terrestre e moto dell’universo, con i quali Anselmo esplora, con mezzi tanto semplici quanto efficaci, i confini tra visibile e invisibile. L’opera più precoce, formata da un contenitore metallico da cui fuoriesce del cotone, è il «Senza titolo» del 1968.

Esposta nella celebre mostra «arte povera più azioni povere» promossa da Marcello e Lia Rumma negli Arsenali di Amalfi, è qui posta in dialogo con un importante lavoro del 1984, «Verso Oltremare», esemplare della sua ricerca di quel decennio, formato da una lastra di granito (uno dei materiali prediletti dall’artista) tenuta in equilibrio da un cavo d’acciaio ancorato al muro, che punta il suo vertice verso un quadrilatero di pittura blu oltremare dipinto sulla parete retrostante, attivando così l’ambiguità semantica tra la denominazione di quel colore antico e prezioso (che, tratto dal lapislazzuli, giungeva da lontano, «d’oltremare» appunto) e l’evocazione di un altrove sognato e irraggiungibile.

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