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Mostre

Cindy Sherman ora è anche curatrice

Una vasta retrospettiva della geniale «trasformista» alla Fondation Vuitton di Parigi

«Untitled 582» (2016) di Cindy Sherman. Cortesia dell’artista e Metro Pictures, New York. © 2019 Cindy Sherman

L’abbiamo vista negli abiti di una raffinata dama del Rinascimento e in tailleur grigio su sfondo di grattacieli. L’abbiamo vista in versione clown, con la parrucca rosa, e vampiro, madonna e femme fatale, scolaretta, avvenente bibliotecaria e pin-up. Cindy Sherman ha rivoluzionato l’arte dell’autoritratto, che autoritratto di fatto non è, se non sul piano tecnico.

Sin dai primi lavori degli anni ’70, in bianco e nero, l’artista statunitense, 66 anni, ha fatto del suo corpo lo strumento principale per comporre la sua opera. È al contempo fotografa, regista, costumista, truccatrice e naturalmente modella. Talvolta ironica, altre terrificante, glamour o sensuale, con i suoi mille volti Cindy Sherman dimostra che l’apparenza è un’illusione e l’identità di ognuno è intima e indecifrabile.

Alla regina del travestimento la Fondation Vuitton dedica una vasta retrospettiva dal 23 settembre al 3 gennaio, con 170 opere, di cui una sessantina appartengono alla fondazione di Bernard Arnault. Una rassegna della Sherman di questa importanza mancava da Parigi dalla mostra del 2006 al Jeu de Paume.

In apertura sono allestite le serie fotografiche legate al cinema, tra cui il famoso «Untitled Film Stills» del 1977-80, in cui l’artista riproduce le atmosfere dei film di Hitchcock e Antonioni. Ma anche «Rear screen projections», del 1980, in cui la Sherman proietta degli sfondi sempre diversi alle sue spalle, e il più recente «Flappers» del 2015-18.

Poi il percorso, che va dal 1975 a oggi, diventa perlopiù cronologico. Sono allestite in tutto 18 serie. Tra queste, c’è «Centerfolds» (1981), in cui Cindy Sherman reinterpreta le doppie pagine dei magazine erotici per uomini, stile «Playboy», scegliendo il formato orizzontale e introducendo per la prima volta il colore. Degli anni 1988-90 sono i ritratti «storici» in cui la fotografa rivisita le opere dei grandi maestri del passato, dal Rinascimento all’800.

Nei primi anni 2000, dopo la serie «Mask» (1994-96), la Sherman fa il grande passo e si converte al digitale con la serie dedicata alla figura del clown (2003-04), in cui per la prima volta ricorre anche al ritocco con Photoshop. La mostra si chiude sulle serie più recenti, come «Landscapes» (2010-12), realizzata tra Spagna, Italia e Islanda, in cui si fotografa su sfondi desertici, e su una serie di ritratti inediti «men» (2019), in cui si cala in personaggi maschili o androgini.

La Fondation Vuitton ha inoltre proposto all’artista di creare un suo percorso espositivo personale, intitolato «Crossing View», selezionando 50 opere della collezione. Tra queste, la Sherman ha scelto l’ultimo autoritratto di Andy Warhol del 1986, «No exit» di Louise Bourgeois del 1989, che rinvia alla figura del padre, e il trittico monumentale di Albert Oehlen «Rock», del 2009, un ritratto di donna dagli occhi chiusi, allegoria della musica. Ci sono poi foto di Wolfgang Tillmans e opere di Damien Hirst, Adel Abdessemed o ancora Marina Abramović.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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