Christov-Bakargiev dialoga con Beeple tra arte e digitale

Una mostra in corso al Castello di Rivoli è l’occasione per il primo confronto pubblico tra il direttore del Museo e il terzo artista vivente più quotato al mondo. La scommessa è che molto rapidamente l’arte digitale venga riconosciuta un mezzo espressivo come gli altri

Beeple (Michael Winkelmann) vicino ad «Human One» (2021). Collezione Ryan Zurrer. Cortesia dell’artista e del collezionista. Foto Andrea Guermani. Cortesia del Castello di Rivoli
Michela Moro |  | Torino

Al centro della Manica Lunga del Castello di Rivoli - Museo d’Arte Contemporanea, troneggia «Human One», l’opera di Beeple, al secolo Mike Winkelmann. Il lavoro, un parallelepipedo rotante di più di due metri, contiene un misterioso astronauta in continuo movimento, forse il primo essere umano nel Metaverso, circondato da un paesaggio che muta in continuazione. È un’opera d’arte generativa, un pezzo ibrido fisico e digitale che cambia dinamicamente senza mai ripetersi, invitando lo spettatore a riflettere sul rapporto tra la propria identità digitale e quella fisica.

La scultura è in dialogo con il dipinto di Francis Bacon «Study for Portrait IX» (1956-57): il soggetto è senza possibilità di agire, seduto, contro uno sfondo verde smeraldo in un contraltare quasi da prigioniero rispetto alla scultura cinetica di Beeple. È la prima opera fisica dell’artista digitale che viene ricordato per il record del suo «Everydays: The First 5,000 Days», opera d’arte digitale battuta per 69,3 milioni di dollari poco più di un anno fa da Christie’s.

Ma riguardo alle connessioni con il mercato, quando gli si chiede se nel momento in cui ha iniziato a lavorare con gli Nft pensasse al fatto che si basano su blockchain nate come risposta contro la moneta fiat, un mezzo contro il sistema imperante, Beeple precisa: «No, il mio lavoro è lontano dalle criptovalute, che non hanno nulla a che vedere con quello che faccio».

Le due opere di Beeple e Bacon sono il centro della mostra «Espressioni con Frazioni» in corso fino al 25 settembre al Castello di Rivoli e che indaga quale sia la condizione umana oggi, affrontando un mondo di nuove tecnologie, con un excursus che include artisti tradizionali e protagonisti dell’universo digitale, da Beeple, appunto, a Julie Mehretu, Richard Bell, Francis Bacon e molti altri, in un arco temporale che va dal 35.000 a.C. al 2022.

Il progetto ha avuto un inizio pirotecnico con una serie di conversazioni tra Carolyn Christov-Bakargiev, direttore del Castello di Rivoli - Museo d’Arte Contemporanea, le curatrici Marcella Beccaria e Marianna Vecellio, e alcuni artisti tra i quali Julie Mehretu, Anna Boghiguian, Silvia Calderoni e Ilenia Caleo.

L’attenzione è stata catalizzata dall’incontro tra Carolyn Christov-Bakargiev e Beeple, un 40enne che ricorda Bill Gates da giovane. L’artista era accompagnato dal collezionista e imprenditore Ryan Zurrer, che con 28,9 milioni di dollari ha acquistato il pezzo all’asta di Christie’s 21st Century Evening Sale lo scorso novembre. Zurrer ha dichiarato di essere onorato dell’amicizia di un uomo così semplice e modesto nonostante la fama e il successo, e felice della possibilità di condividere con lui e con il mondo la storia dei primi passi dell’umanità nel Metaverso.

Christov-Bakargiev e Beeple intrattengono da tempo delle conversazioni a distanza, ma questa è stata la loro prima conversazione pubblica dal vivo. Come ha scritto Christov-Bakargiev, «la motivazione per avviare questa serie di conversazioni era capire perché non avevo mai sentito parlare di Winkelmann fino alla vendita dell’Nft dei suoi “Everydays”, per comprendere il pensiero di una delle figure di spicco della computer e motion design graphics, le cui opere d’arte egli definisce “arte digitale”, ovvero arte realizzata stando seduti davanti a un computer e che viene distribuita solo attraverso piattaforme digitali. Queste interviste nascono nello spirito di apertura, per quanto controverso, politicamente controproducente e conservatore possa essere, in quanto si tratta della produzione culturale di un giovane maschio bianco eteronormativo proveniente dagli Stati Uniti... Mi sembra che, sebbene siamo di fronte a una forma emergente di intelligenza collettiva, quella di Beeple sia anche una forma di duro e impegnativo lavoro umano da parte di una persona intenta a misurarsi con la tecnologia, un po’ una figura di Prometeo inverso, lontano dall’idea che le macchine ci sostituiranno. E questo è interessante».
Il direttore del Castello di Rivoli Carolyn Christov-Bakargiev e Beeple (Michael Winkelmann). Foto Andrea Guermani. Cortesia del Castello di Rivoli
Tu appartieni al mondo dell’arte digitale che ha i propri spazi di vendita e acquisizione e i propri grandi collezionisti, come Ryan Zurrer e altri. È una specie di altro pianeta, in un certo senso. Io non ho mai usato la definizione «arte tradizionale» perché, per me, l’arte di cui mi occupo normalmente (performance, installazione, pittura) può essere molto tradizionale o molto radicale e innovativa, dipende. Perché hai accettato di esporre in un museo che definisci «tradizionale» e insieme al cosiddetto mondo dell’arte «tradizionale»?
Perché penso che ci sarà un mix di queste due cose. Con il tempo, ma abbastanza rapidamente, lo si vedrà semplicemente come un altro mezzo, non diverso dalla scultura o dalla pittura o dalla fotografia. È il processo di passaggio da qualcosa che non era considerato una forma d’arte. Sembra molto simile alla fotografia, che non era arte finché non è stata definita come tale. E penso che l’arte digitale esista già da un po’.

Che cosa significa «arte digitale»?
Qualcosa che è stato fatto quasi interamente al computer.

Perciò devi avere un computer, non può essere come la Media art, ossia opere basate sui media?
Non credo che sia proprio la stessa cosa perché penso che gli strumenti siano così radicalmente diversi che non sembrano provenire dallo stesso linguaggio visivo e dallo stesso campo.

Che cos’è un computer secondo la tua esperienza?
È uno strumento che può essere usato in molti modi diversi, e uno di questi è per fare arte. Penso che la gente arriverà a riconoscere che, benché fatti su un computer, l’immagine, la manodopera, l’intento, il messaggio sono gli stessi di qualsiasi altro tipo di mezzo.

Quindi non è intrinsecamente legato, per esempio, agli Nft?
L’Nft è una cosa molto nuova, è una specie di veicolo per raccogliere arte digitale, ma io creavo questo genere di lavoro vent’anni prima degli Nft. Penso che si possano usare gli Nft come una sorta di tela e come qualcosa di più di un mezzo, oppure che possa anche essere usato solo come un certificato di proprietà, e questo onestamente è inserito nella maggior parte dei lavori che ho fatto. L’opera, in realtà, è l’immagine che ho fatto, l’idea che c’è in quell’immagine, il colore, la forma, la composizione ecc. L’Nft è un modo per dire «Io possiedo questo», un modo per fornire scarsità a quell’arte digitale.

Ma gli artisti che usano lo smart contract dell’Nft come mezzo possono essere definiti gli eredi dell’Arte concettuale?
È questo che mi fa pensare che l’Nft viene utilizzato come una sorta di mezzo perché cambia: è qualcosa che continuerà a evolversi.
«Human One» (2021) di Beeple. Collezione Ryan Zurrer. Cortesia dell’artista e del collezionista. Foto Andrea Guermani. Cortesia del Castello di Rivoli
Non capisco bene il rapporto tra la condivisione, che è alla base della cultura digital, e il concetto di rarità. Sembrano essere due impulsi opposti.
Sono sicuramente diversi, penso sia molto difficile in particolare con gli Nft, dato che abbiamo avuto 20-30 anni durante i quali il concetto di rarità con i file digitali non è esistito. Un file è una copia di una copia. Non si può dimostrare che ce n’è solo uno. E quindi è un concetto diverso. Ma penso che il concetto di una sorta di proprietà su qualcosa che non esiste, qualcosa di virtuale che potrebbe anche essere legato a qualcosa di fisico, sia così semplice e basilare e possa essere applicato a così tante cose diverse che è molto difficile per me immaginare che non ci possa essere più. Sono convinto che sarà come la posta elettronica e succederà che tutti avranno Nft e forse alcuni di questi saranno arte, ma la maggior parte riguarderà solo cose noiose. Penso che siamo davvero solo all’inizio di questa tecnologia blockchain.

C’è una contraddizione tra la politica del tuo lavoro e l’impronta ecologica della tecnologia blockchain e della Video arte o dell’Arte digitale? Il tuo lavoro è abbastanza critico nei confronti delle cose terribili che accadono nel mondo, eppure stai contribuendo al riscaldamento globale. Come risolveremo questo problema?
Beh, penso che si aggiusterà. In un certo senso hai ragione, ma è un po’ più complicato di quanto la gente percepisca. Il tipo d’impatto è stato massicciamente sopravvalutato attraverso una sorta di disinformazione. Non va sicuramente bene, potrebbe essere molto meglio e onestamente credo che migliorerà molto e molto rapidamente. È qualcosa di così nuovo, che rimarrà per molto tempo e che ha tutti questi usi, nessuno beneficia veramente del fatto che sia ecologico o che sia ad alta intensità energetica, credo davvero che sarà risolto nel prossimo anno o due. Ci sono altre blockchain, oltre a Ethereum, che hanno già risolto questo problema. Quindi il punto è quando Ethereum risolverà questo problema. Esiste già un modo completamente ecologico di fare Nft.

Ma anche un proiettore spreca l’elettricità.
Certo, ma tutto «costa» elettricità. Se io faccio un grande drop, tu fai una grande statua di bronzo: costa produrre i materiali che hai utilizzato, costa la spedizione. Fare una grande statua di bronzo richiede energia.

Ma per il dipinto, voglio dire, quando lo mostri, non ci vuole elettricità.
Ma ci vuole per farlo.
Un particolare di «Everydays: The First 5000 Days» (2007/2021) di Beeple. Cortesia Christie’s Images Ltd.
Giusto. Immagini, parliamo di immagini. Che mi dici del tuo immaginario, del sistema immaginario con cui crei questi disegni ogni notte: hai tutti questi personaggi che hai comprato e costruisci in modo geometrico e le immagini che vengono fuori sono molto eterogenee. Hanno stili diversi, alcune sono più astratte, altre più figurative, alcune sono più teorie di gioco, alcune sembrano cinema, altre sono più notizie. Questa differenza di stile fa sembrare che siano realizzate da molte persone diverse. È perché ti annoi?
È così perché lo faccio ogni singolo giorno e quindi mi annoio molto rapidamente degli stessi stili. Penso che l’altra cosa che lo fa cambiare nel tempo siano gli strumenti, che progrediscono e stanno diventando sempre più potenti e sempre più espressivi, permettendo a chiunque di realizzare immagini che sarebbero molto difficili e che richiederebbero molto tempo, cose che nel passato erano praticamente impossibili da realizzare. È un’altra di quelle cose che le persone arriveranno a riconoscere come un aspetto diverso dell’arte digitale: questi strumenti che continuano a progredire, a differenza di altri mezzi. Pensa alla pittura classica: non sono sicuro che negli ultimi cent’anni strumenti come pennelli e tele siano cambiati. Forse sì, ma non così tanto. Si apriranno nuove possibilità anche con la pittura, ma nell’arte digitale pura è davvero molto evidente.

Il tuo lavoro è una forma di scultura sociale. Che cosa pensi dei commenti dei 2 milioni di persone che ti guardano ogni giorno? Chi sono per te? Questo fa parte del lavoro oppure no?
Non fa davvero parte del lavoro. Ci sono volte in cui, e questa è un’altra cosa che penso sia interessante nel diffondere il lavoro sui social media, sei in grado di avere un dialogo immediato con il pubblico e a volte questo dialogo influenzerà il lavoro successivo. Ma la maggior parte delle volte i commenti non fanno davvero parte del mio processo di pensiero e non influenzano quello che sto facendo, perché alla fine della giornata quello che devo fare è sedermi e lavorare, e se cerco di compiacere quelle persone il lavoro risulterà qualcosa di molto vuoto, sembrerà solo un fottuto lavoro come l’anonimo blob di un cliente che sto cercando di compiacere. Sono io quello che deve sedersi ogni giorno e dedicarci tempo, quindi trascorrerò quel tempo a realizzare l’immagine che io voglio.

Pensi che questo caos, questo sovraccarico di dati, ti abbia fatto desiderare di dare ordine alla tua vita, facendo questo ogni giorno, come certi lavori concettuali, penso a Polke che conta da uno all’infinito, oppure aggiungere l’1% di bianco allo sfondo nero da un quadro all’altro, o di fare quadri di date periodiche come On Kawara o altri lavori che hanno a che fare con il tempo che scorre? Nel tuo caso è una sorta di reazione, di esercizio spirituale? Penso alla regola benedettina «Ora et labora»...
Sì, penso di sì. Lo prendo molto sul serio e se perdo un giorno, diciamo perché non l’ho pianificato o perché è successo qualcosa, sono molto arrabbiato e molto deluso da me stesso. Ma non mi fermo, continuo ad andare avanti e imparo da questo.

Quindi è una specie di Performance art, una specie di progetto di resistenza?
Non si tratta davvero di una performance artistica perché è qualcosa che sto facendo per me stesso. Se mancassi un giorno, potrei facilmente postare della merda e nessuno lo saprebbe. Ma non è questo il punto, non è una performance ma qualcosa che ho fatto per così tanto tempo, e non conosco nessuno che abbia fatto qualcosa come questo per così tanto tempo, che devo continuare a farlo. Sembra che una parte di questo sia per le altre persone, ma c’è un’altra parte che è solo per me.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Michela Moro