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Chiusi ma aperti | Artemisia alla National Gallery

La conferma della rivalutazione dell'artista la cui carriera fu straordinaria, lunga 40 anni di fama e ammirazione in tutta Europa. Catalogo fotografico all'interno

«Autoritratto come santa Caterina d’Alessandria» (particolare) (1615-17 ca) di Artemisia Gentileschi, Londra, National Gallery. © The National Gallery, London

Se Artemisia Gentileschi ha avuto vita sofferta di donna e d’artista, gli ultimi decenni vedono un suo trionfo postumo, tanto che in occasione della recentissima riscoperta di un suo disperso Davide grazie al restauro che ne ha portato alla luce la firma, Gianni Papi invita a chiamarla «il maggior artista italiano del Seicento dopo Caravaggio».

La rivalutazione critica ha portato anche a un crescendo di record d’artista, tra cui i 2,4 milioni di euro all’asta Drouot di Parigi nel dicembre 2017 per l’«Autoritratto come santa Caterina», dipinto poi acquistato dalla National Gallery di Londra per 3,6 milioni di sterline. Ora il museo londinese conferma la rivalutazione di Artemisia avviata dalla mostra di Roma dello scorso anno con una rassegna, voluta dal direttore Gabriele Finaldi con Hannah Rothschild e curata da Letizia Treves, che si sarebbe dovuta tenere dal 4 aprile al 26 luglio e «congelata» dall’emergenza Covid-19 (la National Gallery rimarrà intanto chiusa almeno fino al 3 maggio).

La mostra parte proprio dall’autoritratto come santa Caterina d’Alessandria perché come la santa, Artemisia fu sottoposta al supplizio della ruota durante il processo per stupro che la vide protagonista diciottenne. E seppur segnata da questo marchio, la sua carriera fu straordinaria, lunga 40 anni di fama e ammirazione in tutta Europa.

Altamente selettiva, la mostra londinese riunisce una trentina di opere da tutto il mondo. L’arco temporale delle opere si apre e si chiude con due tele del medesimo soggetto: la sua prima opera firmata e datata, «Susanna e i vecchioni» (1610, Collezione Graf von Schönborn, Schloß Pommersfelden), dipinta quando aveva 17 anni, e si chiude con il suo ultimo dipinto del 1652, sempre sullo stesso soggetto (Pinacoteca Nazionale di Bologna).

Allestita in ordine cronologico partendo dalla formazione di Artemisia a Roma, alla scuola del padre Orazio, la sezione giovanile include anche «Cleopatra» (1611-12 ca, Collezione Etro) e «Danae» (1612 ca, Saint Louis Art Museum). Il corpus delle opere di Artemisia è intriso di autobiografismo, in una sorta di revanche esistenziale e artistica sulla figura maschile (il padre-padrone e il carnefice), soprattutto nella produzione fiorentina (1612-20) cui appartiene un trio di opere (ca 1615) in cui lei stessa è modella: l’«Autoritratto come martire» (collezione privata statunitense), l’«Autoritratto come suonatrice» di liuto (Wadsworth Atheneum, Hartford) e appunto l’«Autoritratto come santa Caterina di Alessandria» (National Gallery), esposto accanto alla sua «Santa Caterina di Alessandria» (Uffizi), che le più recenti analisi scientifiche a Firenze e a Londra hanno dimostrato strettamente correlato all’autoritratto della National Gallery.

Si prosegue con l’opulento «Ritratto di Gonfaloniere» (1622) delle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna e con lo strepitoso affiancarsi delle due «Giuditta e Oloferne», le più famose opere di Artemisia, di fragorosa violenza viscerale (1612-13 ca, Capodimonte, Napoli e 1613-14 ca, Uffizi, Firenze).

Seguono i suoi dipinti di eroine femminili: «Lucrezia» (1620-25 ca, Collezione Etro), «Cleopatra» (1633-35 ca, collezione privata), «Clio, musa della Storia» (1632, Fondazione Palazzo Blu, Pisa), «David e Betsabea» (Columbus Museum of Art, Ohio), «Giaele e Sisara» (1620, Szépmüvészeti Múzeum, Budapest) «Susanna e i vecchioni» (1622, The Burghley House Collection, UK) e la di recente ritrovata «Maria Maddalena in estasi» (1620-25 ca, collezione privata europea).

La mostra si conclude con il breve viaggio di Artemisia a Londra alla corte di Carlo I d’Inghilterra, dove dipinse «Autoritratto come allegoria della pittura (La Pittura)» (1638-39 ca, Royal Collection), a lungo considerato come il culmine della sua carriera e certamente suo «testamento artistico».

Giovanni Pellinghelli del Monticello, da Il Giornale dell'Arte numero 407, aprile 2020


  • «Giuditta e la sua ancella con la testa di Oloferne» (particolare) (1623-25 ca) di Artemisia Gentileschi, The Detroit Institute of Arts. © The Detroit Institute of Arts
  • «Giaele e Sisara» (1620) di Artemisia Gentileschi, Budapest, Szépmüvészeti Múzeum
  • «Corisca e il Satiro» (1635-37 ca) di Artemisia Gentileschi, collezione privata. © Foto cortesia del proprietario
  • «Giuditta e la sua ancella» (particolare) (1615-17 ca) di Artemisia Gentileschi, Firenze, Galleria Palatina, Palazzo Pitti. © Gabinetto fotografico delle Gallerie degli Uffizi
  • «La mano destra di Artemisia Gentileschi che impugna un pennello» (1625) di Pierre Dumonstier II, Londra, British Museum. © The Trustees of The British Museum
  • «Autoritratto come allegoria della pittura (La Pittura)» (particolare) (1638-39 ca) di Artemisia Gentileschi, Royal Collection Trust / HM The Queen
  • «La nascita di san Giovanni Battista» (1635 ca) di Artemisia Gentileschi, Madrid, Museo Nacional del Prado. © Museo Nacional del Prado, Madrid
  • «Ritratto di Artemisia Gentileschi» (1625 ca)  di autore anonimo, New York, The Stephen K. and Janie Woo Scher Collection. © Foto: The Frick Collection
  • «Maria Maddalena in estasi» (1620-25 ca) di Artemisia Gentileschi, collezione privata. © Foto: Dominique Provost Art Photography - Bruges
  • «San Gennaro nell’Anfiteatro di Pozzuoli» (particolare) (1635-37 ca) di Artemisia Gentileschi, Cattedrale Basilica San Procolo, Diocesi di Pozzuoli, Napoli. © Foto cortesia del proprietario
  • «Ritratto di un Gonfaloniere» (particolare) (1622) di Artemisia Gentileschi, Bologna, Collezioni Comunali d’Arte. © Cortesia delle Collezioni Comunali d’Arte, Bologna
  • «Susanna e i vecchioni» (particolare) (1610) di Artemisia Gentileschi, Pommersfelden Kunstsammlungen Graf von Schönborn. © Kunstsammlungen Graf von Schönborn Pommersfelden
  • «Giuditta decapita Oloferne» (particolare) (1613-14 ca) di Artemisia Gentileschi, Firenze, Uffizi. © Gabinetto fotografico delle Gallerie degli Uffizi
  • «Giuditta e la sua ancella» (1608 ca) di Orazio Gentileschi, Oslo, Nasjonalgalleriet for Kunst, Arkitektur og Design. © Nasjonalgalleriet, Oslo. Foto: Børre Høstland
  • «Cleopatra» (1633-35 ca) di Artemisia Gentileschi, collezione privata. © Collezione privata. Foto: Giorgio Benni

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