Chiese nazionali di Roma | Sant'Isidoro

Arte e architettura da riscoprire delle comunità europee e regionali

Alessandro Agresti |  | Roma

Sulle pendici del Pincio, immersa in un parco suggestivo e lussureggiante è la chiesa di Sant’Isidoro, con l’annesso convento, che non casualmente nell’Ottocento divenne la sede del cenacolo dei Nazareni, pittori tedeschi che promossero il ritorno dell’arte alla «purezza» delle origini, ispirandosi alla pittura preraffaellesca, e a immagini di forte contenuto morale e religioso. In realtà la storia di quei luoghi è più antica, risalendo ai primi anni del Seicento, quando Urbano VIII, con una bolla del 1625, permise la fondazione di un primo edificio, finanziato dal nobiluomo Ottaviano Vestri da Barbiano.

L’occasione fu la canonizzazione del 1622 di ben cinque santi, tra i quali Isidoro Agricola: infatti quel luogo venne scelto, in un primo tempo, come sede dei carmelitani scalzi spagnoli e solo in un secondo momento venne assegnato ai cattolici irlandesi, perseguitati, in fuga dalle loro terre: ancora oggi Sant’Isidoro è la loro chiesa nazionale. E proprio quel santo è il protagonista della pala d’altare della navata centrale, «La Vergine e il Bambino appaiono a sant’Isidoro», uno dei lavori più ispirati di Andrea Sacchi nel quale, con una pittura libera e sofisticata, è narrato il commovente incontro tra l’umano e il divino.

Ma anche altri tesori sono custoditi nell’edificio: il più famoso è certamente la cappella de Sylva, uno dei più riusciti esempi di «bel composto» berniniano nel profluvio di marmi preziosi, bronzi e affreschi, con le effigi familiari illusionisticamente circondate da drappi in marmo nero, che paiono quasi essere stati appena alzati dalle floride raffigurazioni allegoriche.

La pala d’altare, che si staglia su una preziosa lastra di alabastro fiorito, portata in volo da due puttini, è uno dei capolavori giovanili di Carlo Maratti (e una delle immagini più copiate del Settecento romano) che proprio a Sant’Isidoro ha una vera antologica della sua prima produzione. Infatti sono sue pitture e affreschi delle cappelle Alaelona e Pamphilj, la prima ottenuta: «col mezzo di Gio: Pietro Bellori […] il quale dal primo ingresso di Carlo nella scuola d’Andrea Sacchi […] lo riputò il migliore a quell’impiego», con l’inizio di un sodalizio che fu determinante per entrambi.

Il risultato fu di tale livello che, narra lo stesso Bellori: «l’eccellenza di queste tre cappelle viene approvata dal concorso de’ giovani che del continuo vanno a copiare or l’una, or l’altra, con fastidio de’ frati». Con l’occupazione francese alcune tele della cappella Pamphilj vennero rimosse e non fecero più ritorno nel luogo per il quale vennero ideate: la «Flagellazione» è oggi al Museum of Fine Arts di Boston, «L’andata di Cristo al Calvario» è nel Museo del Barocco di Ariccia, come dono Lemme, mentre ancora è da rintracciare «Lo sposalizio della Vergine».

CHIESE NAZIONALI DI ROMA
Arte e architettura da riscoprire delle comunità europee e regionali

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