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Chi è davvero Dario Franceschini

Il ministro dei Beni Culturali e del Turismo come non era mai stato raccontato

Dario Franceschini

Dalla fede alla tardiva passione politica nella sua Ferrara, tra i «ragazzi di Zaccagnini», dalla bicicletta alla Dyane di un beige improbabile, da sbandieratore del Palio ad assessore alla Cultura e al Turismo della sua città (le stesse deleghe del Ministero attuale). E poi l’amore per il sassofono, il cinema, i libri letti e scritti, la fotografia, Gabriel García Márquez e Luigi Santucci, Cosmè Tura e Van der Weyden, Michelangelo Antonioni e Giorgio Bassani.

«RITRATTO FERRARESE DI DARIO FRANCESCHINI» è stato pubblicato su «Il Giornale dell’Arte» di aprile 2017

Ferrara. «Mi scuso con mio padre per l’emozione che gli ho procurato». E la mano del padre Giorgio accenna una carezza sulla guancia del figlio. Quella di Dario sfiora il muretto del Castello Estense, nel punto in cui, oltre cinquant’anni prima, undici ferraresi erano stati prima crivellati dai proiettili della barbarie fascista, poi accatastati senza umanità. Tra padre e figlio, a sancire quell’attimo di tenerezza, una copia della Costituzione.

Il giuramento sulla Carta della Repubblica, con il quale nel febbraio 2009 Dario Franceschini suggella simbolicamente la propria elezione a segretario nazionale del Partito Democratico, non è solo un atto politico. È innanzitutto uno scambio generazionale, un abbraccio identitario alla famiglia e alla città. Di fronte a lui il padre, che era stato partigiano cattolico e deputato negli anni Cinquanta; uomo di profonda cultura, che vive in una casa zeppa di libri (quasi 20mila, tutti schedati con perizia certosina). La madre Gardenia, temperamento schietto e non omologabile, occhieggia tra la folla assieme alla sorella di Dario, Flavia. Di fronte a lui, gli emblemi visibili (il Castello, la statua di Girolamo Savonarola, il vicino Municipio) di una città, Ferrara, nella quale Franceschini è cresciuto misurando passioni e obblighi, assorbendo suggestioni, coltivando progetti.

Da piccolo, sognava di suonare il sassofono, ma le lezioni ne avevano rivelato un talento musicale traballante. L’attrazione per i libri è invece forte, come quella per i luoghi dell’arte, soprattutto i piccoli borghi dei vicini entroterra romagnolo e marchigiano nei quali la famiglia Franceschini viene accompagnata dal condottiero, Giorgio, con lo stesso piglio con cui nel 1945, all’ingresso delle truppe alleate a Ferrara, ne aveva attraversato le strade in bicicletta, sventolando la bandiera del Comitato di Liberazione. La passione politica è ancora in abbozzo, anche se la vocazione è chiara, resa evidente dall’eskimo e dall’accenno di barba (rossiccia) con cui Franceschini si presenta alle assemblee di istituto del Liceo Scientifico Roiti. Sotto il banco, tiene spesso una copia di «Il Popolo», che il suo compagno di classe Sandro Bratti (all’epoca davvero «compagno», simpatizzante del Pci) si diverte a stracciargli in segno di spregio.

Ma la politica è ancora di là da venire; incombe, però prima ci sono gli entusiasmi giovanili. Franceschini, quindicenne, sfila con il costume del Palio (molti anni più tardi ne diventerà anche presidente) e sbandiera per il Rione di Santa Maria in Vado. Nello stemma della Contrada non ci sono né scudi né croci, ma un unicorno gialloviola; tuttavia, paragone calzante (o meglio in calzamaglia) con ciò che lo attenderà in politica, proprio quel Rione attestato attorno all’omonima Basilica è una delle culle dell’ambiente «catto-comunista» di Ferrara. La buona borghesia, l’impegno sociale, la solida vocazione cristiana, i tamburini e le chiarine che accompagnano il volteggio delle bandiere. Quando una cade, alla bestemmia si sostituisce una genuflessione. Franceschini è abile, sfiora anche un titolo di campione d’Italia; ma un giorno, durante un esercizio, si distrae e il piombo del manico gli procura una piccola cicatrice, che nel mondo delle competizioni equivale a una medaglia da eroe.

Il costume si fa stretto. Gli interessi, invece, si allargano, si precisano. È il 1974 quando fonda il suo primo... partito, l’Associazione Studentesca Democratica: alla testa di questa truppa di coetanei, Franceschini prova l’ebbrezza non del volo ma del voto, conquistando tutti i seggi disponibili nei vari organismi studenteschi, sino ad approdare al consiglio d’amministrazione dell’Università. Dove il «virus» familiare lo trascina verso Giurisprudenza: il solco dell’avvocatura è tracciato dal nonno e dal padre, e comunque il giovane Dario teorizza per se stesso l’idea che si debbano tenere le passioni ben distinte dal lavoro. Anche se pochi, a Ferrara, possono giurare di averlo visto, se non fuggevolmente, con la toga. Così come con qualsiasi tipo di vestito alla moda, con giacche firmate da giovane bene, scarpe e orologi di pregio: l’abito non fa il monaco, ma nel suo caso neanche il politico.

I gusti sono altri, a iniziare dal cinema: non pago dell’associazione studentesca con cui sfida i «comunisti» dell’amico Bratti, dà vita anche a una cooperativa culturale che si occupa di film d’essai. Ma invece che a Orson Welles, Vittorio De Sica o Pier Paolo Pasolini, la intitola a Natale Gorini, fondatore della Democrazia Cristiana ferrarese, antifascista e poi vicesindaco del Comune di Ferrara. Nell’etichetta del cineclub, dunque, c’è una scelta di campo. E il campo di Franceschini non è quello di calcio (gioca da portiere ma, come per il sassofono, sono più le stecche delle parate), bensì la politica.

Di sé dice di essere un «ragazzo di Zaccagnini», l’esponente della Dc che più lo ha ispirato: un uomo incontestabilmente onesto e per questo di rottura, capace di attrarre e far crescere una generazione di giovani pronti a decollare da un campo di dinosauri verso una missione su Marte. Ma la prima orbita del giovane Dario, nel 1980, si limita allo spazio ancora ristretto del Consiglio comunale di Ferrara, dove presto conquista, con un furbesco blitz ai danni di due navigati marpioni, il ruolo di capogruppo della Dc. In quella sottile arroganza c’è chi intravede già la sua dote: non lasciare impronte digitali neppure su specchi e vetri traslucidi. Tuttavia, proprio grazie a quel ruolo, Franceschini ottiene il suo primo quarto d’ora di popolarità, destinato poi a trasformarsi in molti giri di lancette.

Passano gli anni e, nell’andirivieni inevitabile con Roma, nel 1994 viene chiamato quasi per osmosi a far parte della Giunta di centrosinistra di Ferrara. Un’esperienza che per lui rappresenta un test atomico: diventa assessore alla Cultura e al Turismo, accorpando per la prima volta e nella sua città (che da pochi anni si fregia, anche sui manifesti, del titolo promozionale di Città d’Arte) le deleghe che più tardi avrebbe rivestito al Governo. Cultura e Turismo, binomio che rende subito eccentrico: più che sulle grandi mostre e sui concerti evento, punta su iniziative capaci di richiamare anche un pubblico comune.

Un giorno, mentre si reca in Municipio rigorosamente in bicicletta (pochi ricordano i modelli delle sue automobili, tranne una Dyane da parsimonioso), vede i vigili urbani intenti a scacciare un musicista girovago che si esibisce sotto lo Scalone. «Ma come?, pensa, Ovunque nel mondo i chitarristi, i violinisti e persino i suonatori di bongo, quando sono capaci di trascinarsi fuori dal folklore, riscuotono applausi e ammirazione. Attirano sorrisi, fanno aprire i borsellini. Perché non qui?». Nasce idealmente così il Buskers Festival, giunto ormai alla trentesima edizione e che ogni anno coinvolge decine di musicisti di strada e centinaia di migliaia di spettatori. Franceschini non si azzarda a sfruttare per sé la ribalta; in fondo, basterebbe un microfono, persino in playback, perché nel frattempo il vecchio sax l’aveva venduto.

Oltre al Festival, appiccica a Ferrara un’etichetta più pregiata, quella di Città patrimonio dell’Unesco. Anche in questo caso, un golpe, come per la conquista della carica da capogruppo: in Comune, scopre un dirigente che sta lavorando per facilitare la candidatura di un’altra città (Sabbioneta) come culla del Rinascimento. Le schede di valutazione appaiono ricalcate, in fotocopia, sulla geometria dell’Addizione Erculea, sulla possenza delle Mura Estensi, sulla spettacolarità del Castello. Altolà, compagni (perché già si poteva dire, visto che la Giunta in fondo era di centrosinistra), quel rango spettava a Ferrara.

Nel 1995, la prima sconfitta politica, col senno di poi una fortuna: alla guida della lista civica Ferrara Democratica, Franceschini si incunea nelle traversie del declinante Pci e sfiora il ballottaggio, che probabilmente l’avrebbe reso sindaco, ma anche imprigionato in Castello come Ugo senza Parisina. Non c’è tempo per la delusione, perché da quel momento tutto diventa vorticoso; vicesegretario nazionale del Ppi, è chiamato per la prima volta da Massimo D’Alema come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Quando torna in città per un’iniziativa istituzionale, c’è chi pensa di vederlo esultare ma lui, sulle Mura, davanti alla Porta degli Angeli, confessa un pensiero eretico: «Volevo fare il ministro alla Cultura». Volevo è una parola forte, in realtà, perchè se l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re, sicuramente non ha mai attecchito nel giardino di casa Franceschini. Una casa affacciata sulla storica palazzina di Marfisa d’Este e subito dietro i campi da tennis dove ancora riecheggiavano le volée di Michelangelo Antonioni e Giorgio Bassani. Dunque, Franceschini forse non voleva e forse ancora oggi, nel mazzo delle ipotesi che spesso lo riguardano, preferisce preferire.

Le preferenze, comunque, sono numerose. Alcune ostinatamente celate per anni. È il caso della scrittura, coltivata con prudenza e sfociata in un romanzo, Nelle vene quell’acqua d’argento, riposto in un cassetto come un peccato da italiano medio. E come l’italiano medio, negli anni Franceschini riempie pagine e pagine. Racconti brevi, mai imposti agli amici come prove di coraggio, mai sperimentati sulle ragazze come collezioni di farfalle. Eppure in quel romanzo Franceschini crede, lo spedisce a varie case editrici e, ogni volta che riceve la rituale lettera di rifiuto, fa spallucce, pensando al massimo che non sia stato nemmeno letto. Arriva invece, anche se solo nel 2006, la pubblicazione per Bompiani (come sarà per i libri successivi). E la vittoria di un premio, lo Chambery: non sarà lo Strega o il Campiello, ma lo vede prevalere, quasi fosse una corsa alle primarie, su La scoperta dell’alba di Walter Veltroni.

Le recensioni sono eccellenti, eppure dalle vendite non ricava di che rinnovare il guardaroba. Il libro viene tradotto in Francia da Gallimard, per cui ora è in uscita il successivo Daccapo, che oltralpe diventa Ailleurs e racconta di un notaio dall’apparenza austera, di cui si scoprono frequentazioni libertine. I recensori parlano, per questo come per gli altri romanzi di Franceschini, di un influsso evidente del Realismo magico, che del resto contraddistingue il suo autore preferito, Gabriel García Márquez. In fondo, già dal primo libro, il Delta padano è luogo per sognatori; gli effluvi della canapa, secondo una leggenda popolare, hanno gli effetti dell’assenzio. Perciò Ferrara non può essere Macondo? Al posto dell’epica yanomami ci sono la follia improvvisa (di Ignazio Rando, protagonista di un altro dei suoi lavori) e i mestieri immateriali (di Sebastiano Delgado); invece della yerba mate, c’è la salama da sugo. Capace, comunque, di indurre tachicardiche visioni.

Complici i libri, la passione si accosta sempre più al lavoro; senza lasciare che prenda il sopravvento, per Franceschini l’antico precetto è comunque rotto. Si può essere un politico freddo, razionale, distaccato (perchè questo si dice di lui) e un narratore profondo e capace di sentimenti. I romanzi, in ogni caso, sono brevi, certamente per scarsità di tempo, forse anche per il timore che qualcuno sospetti la presenza di un ghost writer pagato a righe. Oltre all’amato García Márquez, dalla gioventù coltiva stima profonda per Luigi Santucci, lo «scrittore cattolico del dissenso», decisivo in qualche modo per la sua formazione di uomo, prima che di futuro romanziere. E un giorno è proprio lui a invitarlo a Ferrara; con l’emozione del ventenne, accoglie alla stazione l’autore di Orfeo in Paradiso, per portarlo alla sala del convegno. Ma nel tragitto la risparmiosa Dyane ha un guasto e le virtù cattoliche spingono il maturo intellettuale milanese non solo ad accettare il fato, ma a spingere l’auto dell’emozionato lettore.

Meno incidentato il rapporto con le opere d’arte. Franceschini ha molti artisti del cuore, a iniziare inevitabilmente da un genio della sua città, il Cosmè Tura fondatore di quella che Roberto Longhi definì l’«Officina ferrarese». Il suo «San Giorgio che sconfigge il drago», esposto nel Museo della Cattedrale, è simbolo di coraggio e virtù, anche per chi coltiva ogni slancio con prudenza e quasi teme di esibirlo come atto di forza. Perchè in politica, alla spada e alla lancia Franceschini sembra sostituire la tempra di un coltellino svizzero ben affilato, forse mai letale, comunque in grado di far sanguinare. Restando all’arte, tra gli altri suoi pittori prediletti ci sono il fiammingo Rogier van der Weyden (i cui contatti con la Casa d’Este ne fecero un contaminatore del Rinascimento italiano) e, tra i contemporanei, Mario Cavaglieri, che in una certa misura incarnava la tradizione dei ferraresi De Pisis e Boldini, e che tanto piacque prima a Giorgio Bassani e, più di recente, a Vittorio Sgarbi.

Tanto ruota, insomma, attorno a Ferrara. Anche quando Franceschini si trasferisce definitivamente a Roma e ne impara scherzosamente (complice la seconda moglie Michela) le prime parole di dialetto. Lui, che ai suoni che caratterizzano la pronuncia ferrarese, la «esse» prolungata quasi a fischio, la «elle» avviluppata come una torpedine, non ha mai provato a rinunciare. Non esistono corsi di dizione. Non esistono corsi di emozione. «Dario è un fiume carsico», lo descrive così un amico ex assessore comunale, che di lui dice, affettuosamente, i vizi confessabili: una scaramantica Lacoste color tabacco che ha visto le guerre puniche (con ritrosia sostituita, una volta al Governo, da un iconico maglioncino alla Marchionne); la capacità di nascondersi quando l’aria si imbrusca e la pioggia va a caccia di chi è uscito senza ombrello; l’abilità di non sbilanciarsi mai, neppure quando il piano inclinato induce alla vertigine. Doti adesive, mimetiche, grazie alle quali da «ragazzo di Zaccagnini» diventa padre, non solo, nella vita, di tre femmine, ma idealmente anche di un’area politica interna al Partito Democratico (e forse non solo), difficile da ingabbiare, impossibile da ignorare. «Franceschini è astuto, è un paraguru», la battuta tagliente di Pippo Civati, che evidentemente non lo ama. Con lo stesso Matteo Renzi il rapporto è a corrente alternata, di reciproca utilità e tregua armata: «Nella ressa è sparito un cappotto, Dario si è già costruito un alibi di ferro», avrebbe sibilato l’ex premier durante una direzione di partito. Con chi, invece, gli chiede di commentare possibili manovre in combutta con Berlusconi per spodestare Renzi, Franceschini scherza e svicola: «Non posso parlare, scusate, sono ad Arcore per chiudere l’accordo». Tanto impalpabile nel calcio, quanto abile nel dribbling. E nel felpato tackle con cui spiazza gli avversari, guardandoli con aria innocente.

Lascia volentieri le impronte, al contrario, nella carica di ministro dei Beni culturali. Qui l’attività è frenetica: dall’ArtBonus al progetto di far risorgere Pompei, non dalla lava del Vesuvio ma dallo sconcio dell’incuria moderna; dalla legge sul cinema alla nascita dei «supermusei» (uno dei quali riunisce dopo secoli dalla Devoluzione del 1598, la Pinacoteca Nazionale di Ferrara alle Gallerie Estensi di Modena). Franceschini non indossa i panni del gran visir né dell’esteta: «Questo è un ministero economico», dice il giorno dell’insediamento. Per far capire anche ai non addetti ai lavori che non si aspettino l’effimero, che i monumenti e le mostre, i musei e le bellezze di cui l’Italia offre un’overdose non servono solo a riempire le bibliografie degli studiosi, ma anche i ristoranti e gli alberghi. La cultura non è solo bello, vezzo, eredità del passato, talento e istinto, ma si fonda su concrete capacità gestionali. Patrimonio culturale, non si dice così? E allora, perché quel patrimonio non deve anche rendere, magari aprendo la strada a una nuova sinergia con i privati, basata non sul mecenatismo ma sulla condivisione?

Più che trivellare l’Adriatico in cerca di idrocarburi, sogna insomma di trapanare le menti dei modaioli e dei distratti, di suggestionare le masse, di tappare le falle e stoppare (nel Belpaese) le folle. Un esempio è illuminante. Assieme a Vittorio Sgarbi, Franceschini si fa promotore di un’iniziativa dal respiro internazionale: la creazione, finanziata da una legge «bipartisan» del Parlamento, del grande Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, ricavato nel vecchio carcere di Ferrara. Il Meis è già attivo e vivace, l’ampliamento sarà inaugurato il prossimo 13 dicembre, il compimento troverà forma entro il 2020. Un museo di alta valenza culturale e storica, ma nella logica di Franceschini anche un soggetto «economico», in grado cioè di spostare flussi importanti di visitatori. Di attrarre, oltre che di affascinare e far riflettere.

Un’utopia? Forse. Immaginazione? Sicuramente. Perché, afferma mamma Gardenia avventurandosi, come su un campo minato, in una fugace descrizione del figlio, «Dario, anche se non sembra, ha sempre avuto una dolcissima fantasia». Barricata dietro l’aria del corteggiatore che riporta a casa la fidanzata ben prima della mezzanotte e del politico da cui acquisteresti un’auto, fosse pure una Dyane di un beige improbabile; fantasia spudorata, invece, nei romanzi, tanto da ricevere una telefonata di Roberto Benigni, che gli confessa ammirazione recitandogli i passaggi più arditi dei sogni, surreali, di Ignazio Rando. E prima ancora, in gioventù, innesco di memorabili feste di Carnevale, con lo zio Gianfranco nei panni del capocomico, tra gag da teatro d’avanspettacolo e filmini sperimentali. Ricercatissimo, il Super 8 di una rappresentazione casalinga della «Bohème» per la quale Franceschini, spergiurano gli amici, avrebbe meritato l’Oscar per l’interpretazione di Mimì.

Davanti all’obiettivo, però, spesso è sghembo, le pose tradiscono una punta di ritrosia; ma basta rovesciare la lente per scoprire l’attitudine. Il suo profilo Instagram è zeppo di scatti, di scorci arditi, di prospettive metafisiche: se esistesse la macchina del tempo, dice un giorno, tradirebbe volentieri codici e politica per una reflex. Chissà se è vero che esiste, la macchina del tempo; per il momento, basta un cellulare con una scheda di memoria capiente. Dentro ci sono le immagini di una vita, forse due. C’è una famiglia di artisti, in cui il suo capriccio politico è tollerato come un’innocua bizzarria. Flavia, la sorella, è scultrice raffinata e fotografa. Caterina, la figlia maggiore, lavora in una casa editrice, Maria Elena, la secondogenita, studia da videomaker. Irene, due anni, è troppo piccina per non avere altro che pensieri sorridenti.

Che ci fa, dunque, Dario a palazzo? Cosa accadrà, quando scoprirà di essere un personaggio di uno dei suoi libri e che proprio quello di politico, direbbe il suo Sebastiano Delgado, è il più immateriale dei mestieri? Si ostinerà, nelle istituzioni, a scalare il palo della cuccagna senza sporcarsi le mani di sapone o, come nella sua canzone del cuore di Francesco De Gregori, inseguirà l’Atlantide? «Lui adesso vive in California, da sette anni sotto una veranda ad aspettare le nuvole».

Stefano Lolli, edizione online, 4 settembre 2019


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