Centre Pompidou «Très bon» per l’ambiente

In occasione della consegna di una certificazione Haute qualité environnementale, la direttrice generale Julie Narbey spiega l’ecoconcezione del museo

Julie Narbey è direttrice generale del Centre Pompidou dal 2017
Christian Simenc |  | Parigi

Il 17 maggio avete organizzato una cerimonia al Centre Pompidou per la consegna ufficiale di una certificazione HQE (Haute qualité environnementale) legata allo sfruttamento verde della struttura museale. Di che cosa si tratta?
Per comprendere la natura di questa certificazione bisogna risalire a tre anni fa. Nel 2019 abbiamo realizzato un bilancio CO2 per il Centre Pompidou a partire da dati raccolti tre anni prima che ha evidenziato che la metà dei gas a effetto serra provenivano dalle cantine del complesso. Nel 2020 abbiamo dunque inserito come prioritaria «l’urgenza ambientale» nella nostra nuova politica RSO (Résponsabilité Sociétale des Organisations) e la richiesta della certificazione HQE è stata sottoposta a un organismo che si occupa di valutare le strutture in attività (Organisme d’évaluation et de certification des bâtiments d’activité Certivea) con obiettivo l’ottimizzazione delle pratiche per minimizzare l’impatto ambientale. Già nel settembre 2021, su una stima che si proietta fino al 2024, ci è stato attribuita la menzione «Très bon». Siamo la prima istituzione museale pubblica in Francia ad aver ottenuto un simile riconoscimento e questo ci consente di comunicare la nostra strategia ambientale a livello globale.

Quali sono le strategie messe in atto per riuscire nell’impresa?
Il Centre Pompidou chiuderà per lavori nel 2024 alla fine dei Giochi Olimpici di Parigi. Il piano prevede una riduzione drastica dei consumi al 60%. I principali fattori di cambiamento sono il rinnovo delle pareti di vetro in facciata e l’adeguamento del sistema di climatizzazione. L’illuminazione è passata a led e il personale è incoraggiato a fare degli «ecogesti» mentre la direzione informatica propone delle «buone pratiche digitali»: non conservare mail troppo a lungo o utilizzare i nuovi strumenti di condivisione anziché inviare degli allegati. Nel 2018 abbiamo stipulato un accordo sul lavoro a distanza da uno a tre giorni alla settimana con una ricaduta sull’impatto delle emissioni per i trasporti. Idem per i forfait messi in opera in vista di una «mobilità più dolce».

E per quanto concerne le emissioni indirette dovute allo spostamento di opere e persone?
La nostra missione è far conoscere la collezione mostrandola e facendola circolare senza sosta. Tentiamo però di attuare una politica più ragionata: una videoconferenza può rimpiazzarne una in presenza. Nel caso di progetti in Giappone o negli Stati Uniti cercheremo di convincere uno dei nostri partner locali a ospitare la mostra oppure condivideremo i trasporti con grandi musei nazionali come il Musée d’Orsay e il Louvre. Sono interessati anche i prestiti internazionali in entrata: se prevediamo d’importare un’opera dagli Stati Uniti e ne troviamo una in Europa con un valore scientifico paragonabile, tendiamo a privilegiare quest’ultima. Rinunciando a un prestito d’Oltreoceano, il vantaggio ecologico ha anche un potenziale risvolto economico. Integrare la preoccupazione ecologica alla concezione curatoriale non può essere  un imperativo, ma il suo impatto è dirimente in ogni questione: tenerne conto è un fatto piuttosto nuovo.

A che punto siete con la riflessione sui criteri di produzione delle mostre?
Siamo molto attenti all’origine dei materiali, tutti certificati. La carta è riciclata mentre l’imballaggio delle opere costituisce un ostacolo non indifferente visto che si compone per l’80% di plastica. Abbiamo lanciato una ricerca con l’Università Paris-Saclay per trovare un materiale di rimpiazzo e un nuovo modello di cassa. Vogliamo creare un ecosistema: se un’impresa progetta un prototipo di cassa inizialmente questa sarà più costosa. Ma se convinceremo altri musei a commissionare lo stesso modello, i prezzi si abbasseranno. Si tratta di un progetto a lungo termine.

Il riutilizzo di allestimenti esistenti è una via percorribile?
Lo è certamente se consideriamo che lo stoccaggio degli elementi scenografici necessita di molto spazio. Molti artisti hanno già pensato ad appropriarsi di allestimenti di mostre precedenti come Hito Steyerl, che afferma con un atteggiamento esemplare: «Sono contro lo spreco e non voglio spendere e spandere». Ha chiesto di visitare la mostra di Christo e Jeanne-Claude aperta nelle stesse sale del museo a lui destinate e ha optando per il riutilizzo di alcuni elementi dell’allestimento.

Il riuso e la mutualizzazione possono diventare la regola?
Sicuramente fanno parte di un processo che deve divenire sistematico. La mostra di Giuseppe Penone in programma dal 19 ottobre al 16 marzo 2023 sarà «ecoconcepita». L’idea sarebbe formare in anticipo l’intera squadra con una lezione di tre giorni sul tema dell’«ecoconcezione» all’Institut National du Patrimoine.

Al di là del riuso, certi oggetti possono avere una seconda vita?
Nell’ottica di promuovere il riuso solidale abbiamo lanciato nel 2018 il programma «Valodon», contrazione dei termini «val-orisation» e «don-ner». Da allora, 2346 oggetti sono stati offerti a una quarantina di partner, scuole d’arte e associazioni. Gli arredi della nostra vecchia infermeria sono stati donati all’Africa. Dopo il rinnovo del grande ascensore in facciata, 68 vetrate curve sono state date al gruppo Altavia che ne ha ricavato delle paratie cilindriche per la sede di Saint-Ouen. È in corso un progetto con l’Oppic (Opérateur du Patrimoine et des projets immobiliers de la culture) sulla direzione da impartire ai nuovi lavori. Insomma, bisogna che questa strategia ambientale diventi un riflesso incondizionato.

Una tale preoccupazione per l’ambiente passa anche per la sensibilizzazione del pubblico?
Certamente, e fin dalla più tenera età. Per sensibilizzare il pubblico sfruttiamo tutte le occasioni: l’atelier per i bambini, lo Studio 13/16 per adolescenti, i dibattiti. Un gesto significativo è stato chiamare a partire dall’autunno 2021 alcuni intellettuali che lavorano sul rapporto tra natura e cultura, come il filosofo Vinciane Despret. Nel 2021 il festival Hors Pistes era focalizzato sull’ecologia delle immagini, mentre la BPI (Bibliothèque publique d’information) ha organizzato il furum «Ambiente: che cosa fare per il domani?». Proponiamo anche mostre temporanee sul tema, come «Leçons de chausses» dell’artista Gérard Hauray, aperta fino al 20 luglio. Vogliamo arrivare a coinvolgere persino il bookshop del museo affinché verifichi le provenienze dei materiali. In autunno renderemo disponibile gratuitamente sulla nostra piattaforma il corso «Art & Écologie» dedicato all’ecologia artistica che divulgherà le modalità con cui gli artisti si sono appropriati di questa tematica.

Traduzione di Mariaelena Floriani

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