Carpi e Melotti alla Fondazione Ragghianti

Due artisti che testimoniano spirito e vitalità della cultura italiana degli anni ’60 e ’80

Laura Lombardi |  | LUCCA

La Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, nel Complesso monumentale di San Micheletto, riprende l’attività con due monografiche dall’unico titolo «L’avventura dell’arte nuova, anni ’60-80» (dal 3 ottobre al 6 gennaio, cataloghi editi dalla Fondazione). Sono dedicate a due artisti che testimoniano spirito e vitalità della cultura italiana di quei decenni.

Uno è Cioni Carpi, all’anagrafe Eugenio Carpi de’ Resmini (Milano, 1923-2011), protagonista del percorso curato da Angela Madesani. L’altro è Gianni Melotti (Firenze, 1953), la cui rassegna è affidata alla curatela di Paolo Emilio Antognoli. Due artisti la cui ricerca spazia tra diversi materiali e ambiti espressivi come quello delle immagini in movimento, interesse specifico della Fondazione.

Figlio dell’artista e storico direttore di Brera Aldo Carpi, dopo gli esordi pittorici parigini Cioni Carpi è attratto dalla sperimentazione cinematografica attraverso l’incontro con la regista Maya Deren avvenuto negli Stati Uniti. Alcuni suoi film sono al MoMA di New York, altri sono stati restaurati dalla Cineteca di Milano nel 2002. Instancabile sperimentatore, «attento osservatore, antropologo raffinato e puntuale», come scrive la Madesani, Cioni è molto attivo anche nella scenografia teatrale ed è con Franco Vaccari l’unico esponente italiano del gruppo della Narrative Art a metà anni ’70.

La sua tipica commistione tra diverse pratiche artistiche è documentata in mostra da una selezione di dipinti, installazioni, lavori fotografici, filmati, disegni, progetti e libri in copia unica. Nove delle opere esposte (testi e fotografie su carta come le quattro «Trasfigurazioni/Sparizioni», 1966-74) provengono dalla Collezione Panza di Biumo. Vi sono poi alcune performance in cui Carpi, allievo del mimo Jacques Lecoq, figura come clown, tra queste «Me ne tornavo ai luoghi sfatti della memoria, Lasciatemi vedere una cellula viva del vostro cervello». E anche lavori su tela degli anni ’80 del ciclo delle utopie spaziali e «arazzi» composti da fotografie incollate su juta.

Altrettanto ricco e variegato è il campo di indagine di Gianni Melotti, vicino al gruppo di Lanfranco Baldi, Luciano Bartolini, Giuseppe Chiari, Mario Mariotti. Determinante per lui l’esperienza in «art/tapes/22», lo studio di produzione di videotape per artisti (dove esordì Bill Viola) di cui Melotti diventò il fotografo nel 1974; le immagini sono conservate nell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia.

Paolo Emilio Antognoli propone in mostra risultati inediti di una ricerca (ancora in corso) avviata durante i primi dieci anni di attività nella Firenze anni ’70 frequentata da artisti internazionali come Acconci, Burden, Rauschenberg e Kosuth. In questo clima, tra architettura, design radicale, editoria, cinema d’artista, video, musica contemporanea, disco, libro d’artista e multiplo, Melotti teorizza il network come arte, prima dell’avvento del personal computer.

Si spazia dalle sperimentazioni in bianco e nero cameraless (senza uso della macchina fotografica) alle installazioni, alle foto e film in super8 tra cui «Come as you are/Jacket and necktie» del 1981, sul tema del rapporto di coppia. E poi, ancora, dalla dia-proiezione «Uovo fritto» realizzata nel 1980 per la piazza fiorentina di Santo Spirito, ai lavori in silicone sul rapporto tra opera e cornice come «Pelle/Pellicola» (1987-89).

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