Carlo Crivelli al centro dell'attenzione

Sono oggetto di studi e restauri le opere del pittore massacrato dal favore precoce del mercato e dalla mancata menzione di Vasari

Un particolare della «Maddalena» del Polittico di Montefiore (1471-73) di Carlo Crivelli
Giorgio Bonsanti |

Su Carlo Crivelli (Venezia, 1430 ca-Ascoli?, post 1494) si è verificata recentemente una concentrazione di attenzione per merito di due avvenimenti. In primo luogo, la pubblicazione di un pregevole studio della restauratrice e storica dell’arte Daphne De Luca (Il Polittico di Carlo Crivelli a Montefiore dell’Aso, prefazione di Claudio Strinati, Edifir 2021).

Lo studio si concentra su una delle prime opere di Crivelli eseguite nelle Marche, databile fra 1471 e 1473: un grande polittico (secondo la ricostruzione dell’autrice, doveva essere alto quattro metri e mezzo) oggi disperso in tutto il mondo, del quale restano in loco, cioè nel Complesso museale di San Francesco a Montefiore dell’Aso (provincia di Ascoli Piceno), sei figure di santi su due registri, a figura piena quelle inferiori, a mezza quelle di sopra. Quando si dice dispersione, si intende che pezzi erratici si trovano oggi a Bruxelles (la Madonna che era al centro) come a Honolulu. Del resto, la più grande collezione di opere del Crivelli è oggi quella della National Gallery di Londra.

In effetti, Crivelli è stato massacrato dal precoce favore del mercato come forse nessun altro artista: le dispersioni ottocentesche lo hanno polverizzato, tavole dipinte grandi e piccole, predelle e figure a sé stanti fin dall’origine, sono finite in molte sedi prestigiose e accessibili, ma in molte altre improbabili. D’altra parte, il favore della critica non è così antico né così scontato, a cominciare dalla mancata menzione da parte del Vasari; e io stesso, devo ammettere, ho avuto bisogno di rimeditare su Crivelli, perché mentre molti aspetti della sua pittura affascinano tuttora, altri lasciano qualche perplessità.

Crivelli, veneziano ma che svolse la sua attività quasi tutta nelle Marche (naturalmente viene in mente un altro artista dal percorso parzialmente assimilabile, Lorenzo Lotto), richiede di essere valutato astraendo da una concezione evoluzionistica della storia dell’arte, secondo cui esiste uno percorso che procede meccanicamente seguendo lo sviluppo degli stili.

I grandi polittici dipinti realizzati nelle Marche (e qualcuno fortunatamente è rimasto più o meno intatto sul posto: Duomo di Ascoli, Massa Fermana, Monte San Martino) a partire dai primi anni Settanta del Quattrocento risultano evidentemente antiquati nei confronti delle pale d’altare rinascimentali di Firenze o Venezia (pensiamo alla coeva «Incoronazione della Vergine» di Giovanni Bellini a Pesaro). Ma ogni opera deve essere giudicata secondo i suoi propri principi, e quelli della pittura di Crivelli si modellavano sulle aspettative e sui gusti dei committenti locali, cui venivano offerte comunque soluzioni di grande eleganza.

Nel suo studio sulla Pala di Montefiore dell’Aso, Daphne De Luca rovescia come un guanto tutto quanto si sapeva fino ad ora, e ci aggiunge le sue personali conclusioni quanto a una serie di argomenti, sia storici sia materiali, facendo appello alle sue due componenti professionali. Quanto alla storia, dopo il primo capitolo di presentazione della figura di Crivelli e della sua fortuna critica, l’autrice ricostruisce nel secondo, con impeccabile dettaglio, tutte le vicende subite dal polittico, prima, durante e dopo gli smembramenti.

Conclude un terzo capitolo di indagini scientifiche sui materiali costitutivi e le tecniche di realizzazione, che presenta anche i risultati di una campagna di riprese all’infrarosso riflesso. E qui non ci sono grandi sorprese, anche perché il segno di Crivelli, appunto molto grafico (a volte appare addirittura nelle stratigrafie), fa sì che le foto in bianco e nero dei suoi dipinti sembrino quasi riflettografie (specie se prese nell’infrarosso più vicino), e viceversa.

Un particolare caratteristico emerso da questa tecnica d’indagine, è che nella Maddalena del Polittico di Montefiore, famosa anche per essere stata messa in copertina da André Chastel nel suo libro I Centri del Rinascimento, trasferendo il disegno nella pittura, Crivelli, per così dire, sbottona il busto insolitamente prosperoso della Maddalena, eliminando il laccetto più in alto nel vestito.

Del resto, la Maddalena di Montefiore è una figura indimenticabile, dotata di un sorriso ambiguo e ammiccante da lasciare interdetti ancor oggi. Quanto alla tecnica, segnalo le pagine dedicate alle decorazioni in oro, con uso sapiente della cosiddetta granitura, appropriatamente messe in rapporto con il precedente del fabrianese Gentile. È da auspicare che si possa dar mano presto al restauro del polittico, sofferente soprattutto nel supporto ligneo restaurato nel 1963 da Leonetto Tintori secondo le prassi dell’epoca, che appaiono oggi decisamente da correggere.

Lo spirito d’iniziativa di De Luca non si è fermato al libro, ma ha suscitato anche due giornate di studio tenute fra Ascoli e Camerino il 22 e 23 ottobre; a cura, oltre che sua, del docente e direttore del Museo di Ascoli Stefano Papetti, di Graziella Roselli e Giuseppe De Girolami.

Diversi specialisti hanno approfondito argomenti specifici: Giuseppina Muzzarelli, medievista ed esperta di storia del costume dell’Università di Bologna, ha raccontato con verve le vesti sontuose delle donne di Crivelli, rispondendo alla domanda posta a suo tempo dal decano degli studi crivelleschi, Pietro Zampetti (veneto-marchigiano come il pittore), mancato novantottenne nel 2011: erano vestiti veri? Ma certo, la santa Caterina di Montefiore ha addosso una specie di campionario, quattro vesti l’una sull’altra. Papetti ha attribuito a Crivelli il Guinness delle dispersioni, dettagliando meccanismi e protagonisti di questa pratica sciagurata.

Thomas Golsenne e Francesco De Carolis si sono confrontati sui cetrioli (!) inseriti da Crivelli, ma insieme con altri frutti e vegetali, nei suoi dipinti, seguendo del resto una pratica diffusa in ambito padovano-mantegnesco: avevano un significato da riscoprire tramite l’iconologia, o si trattava di semplici elementi ornamentali? Ed è stato ricordato che sui cetrioli del Crivelli scrisse in un articolo su «Il Giorno» anche Carlo Emilio Gadda, recensendo la mostra veneziana del 1961.

E cosa significa la scritta sull’anello del san Ludovico? Nella seconda giornata, incentrata sulla conservazione, gli interventi sui dipinti milanesi di Andrea Carini (Pinacoteca di Brera) e di Barbara Ferriani, quello sui supporti lignei di Ciro Castelli, già dell’Opificio, depositario di conoscenze ed esperienze ineguagliate; della stessa De Luca, naturalmente sul polittico di Montefiore; e dei bergamaschi Giovanni Valagussa (storico dell’arte) e Delfina Fagnani (restauratrice), autrice di uno strepitoso recupero a bisturi sul manto finemente decorato della Madonna Lochis (peccato solo aver lasciato l’ingiustificabile tassello di pulitura), da cui la specialista Anna Brunetto aveva rimosso a laser gli spessori bluastri.

© Riproduzione riservata La «Maddalena» del Polittico di Montefiore (1471-73) di Carlo Crivelli
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