Carbotta: «Più sei iperconnesso, più sei isolato»

In un’antologica al MAMbo, sculture, installazioni e video evocano una città e una società immaginarie abitate da un unico personaggio

«One Thing After Another #1 (Paphos)» (2022), di Ludovica Carbotta. © Cortesia dell’artista
Stefano Luppi |  | Bologna

L’opera di Ludovica Carbotta (Torino, 1982, vive a Barcellona) è incentrata, in estrema sintesi, sulla relazione tra luoghi immaginari «costruiti» attraverso la pratica artistica e luoghi reali, museo o spazi pubblici. Il tutto ruota intorno alle nozioni di sito, di identità e di partecipazione evidenti in architetture realizzate o anche solo evocate attraverso materiali di ogni foggia e tenute insieme da codici linguistici e regole che divengono così le premesse su cui fondare e sviluppare una personale idea di società.

Dal primo febbraio al 5 maggio Carbotta arriva al MAMbo di Bologna con «Very Well, On My Own», un’antologica, a cura di Lorenzo Balbi con l’assistenza di Sabrina Samorì, composta da lavori degli ultimi 15 anni tra cui il bronzo «One Thing After Another #1 (Paphos)» del 2022, il video «Non definire la superficie» del 2011, «Plenum» in cemento del 2015 e l’inedito film «Monowe Series», vincitore dell’XI Edizione dell’Italian Council, prodotto grazie al contributo della Direzione Generale Creatività Contemporanea e destinato al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea.

Ludovica Carbotta, come ha concepito il percorso della mostra e perché ha scelto questo titolo?
Si tratta di lavori realizzati dal 2007 ad oggi presentati attraverso un allestimento che alterna, accostati e non in ordine cronologico bensì per vicinanza, assonanza e metodologia, la produzione recente e recentissima. Il titolo scelto, traducibile in «molto bene, per conto mio», vuole essere un po’ ironico e si lega direttamente ad alcune opere con al centro il film che presentiamo in anteprima, «Monowe Series». 
Uno still dal film «Monowe» (2024), di Ludovica Carbotta
Di che cosa si tratta?
Porto avanti un progetto con questo titolo dal 2016. Il lavoro è definito attraverso vari medium tra cui la scrittura, la performance, la scultura e i workshop: lo scorso anno, grazie all’Italian Council, è nata la possibilità di raccontare questo mio percorso attraverso un film che non è documentativo. Analizza un cittadino che opera nella città che dà nome all’opera, già protagonista dei miei passati racconti e performance, e agisce solo in questo spazio immaginario e realistico: anche se cambia la sua fisionomia e l’età o il genere, resta sempre l’unico individuo presente perché sostanzialmente rappresenta lo specchio della condizione di autoisolamento che molti di noi vivono quotidianamente. 

Eppure siamo tutti iperconnessi gli uni agli altri...
Tento di rendere palese un contrasto nel mio film e nelle opere che l’hanno generato: la polis, per definizione, è una comunità che per le regole che si dà riesce anche paradossalmente a produrre l’isolamento. Tra i miei intenti, c’è una riflessione su questo tema, ma anche un ripensamento del mondo. Ovviamente tutto quanto si vede è un paradosso perché non può esistere un sistema avanzato come quello che mostro abitato da un unico cittadino, collasserebbe. Nel film segnalo proprio l’assurdità di vedere una figura ripetere i meccanismi di tutti in una sorta di rituale. Metto così in discussione le regole. 

In questa maniera evoca nuovi modelli di società?
Non propongo nuovi modelli, ma piuttosto una riflessione del singolo, secondo me utile a prendere coscienza di come e che cosa si possa capire del mondo in cui viviamo, certo per cambiarlo.  

Quali altri lavori sono esposti al MAMbo?
C’è una serie del 2020 come «Die Telamonen-I Telamoni», un gruppo di sculture realizzate con diverse tecniche e legate a personalità differenti della famiglia Telamoni, figure identificate da forme diverse per età, genere, ornamenti, a cui sono arrivata lasciandomi guidare dai ricordi e dando così una sorta di forma fisica al tempo. La forma definisce proprio il singolo personaggio, ad esempio la superficie ruvida della statua richiama il carattere ruvido del Telamone: diciamo che la narrazione del carattere nutre la parte scultorea e viceversa. Tra l’altro, c’è anche un gruppo di sculture del 2022 in bronzo, «Paphos», attraverso cui rifletto sulla crescita partendo da un testo concepito da una neuroscienziata.
Veduta della mostra «Die Telamonen», a cura di Damian Jurt, nel Bündner Kunstmuseum di Coira nel 2020
Nella sua produzione emerge l’uso di tante tecniche diverse, perché?
Sono partita utilizzando molto il disegno e ho realizzato presto anche molte sculture attraverso legno di recupero, cemento, argilla; poi pian piano ho esplorato altri materiali sempre legati all’architettura e alle metodologie scultoree inserendo siliconi, spugne, gesso e quant’altro. Man mano, in questo modo, mi sono accorta che la parte narrativa della mia opera aveva un potenziale molto alto. 

Qual è per lei l’importanza della relazione tra luoghi e opere?
A livello formale non posso parlare di progettazione di una città ideale, ma, certo, nei vari luoghi espositivi ho sempre riflettuto rispetto a dove mi trovavo ad agire. Così, al MaXXI di Roma, ho lavorato sugli edifici militari che esistevano lì prima del museo, mentre al Pirelli HangarBicocca di Milano e a Parigi mi sono metaforicamente elevata il più possibile verso l’alto, in sostanza riflettendo sui processi scultorei, generando gesti che alla fine erano il calco del mio movimento nello spazio. Proprio a Bologna invece nel 2016 ho iniziato «Monowe»: il punto di accesso alla città immaginaria era una scala costruita davanti al canale del Cavaticcio, nel punto vicino al MAMbo in cui, con un vecchio progetto di Aldo Rossi per la Manifattura delle Arti, poi annullato, doveva nascere un ponte.

© Riproduzione riservata Ludovica Carbotta
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