CARAVAGGIOMANIA | Il Caravaggio di tutti

Ricordiamoci della storia dell’arte, come delle scienze, anche in altre occasioni

«Ecce Homo» attribuito a Caravaggio
Alessandro Morandotti |

Ho un bel ricordo di un libro di Philip Mould, Sleepers. In search of Lost Old Masters, edito nel 1995. Si seguiva il racconto vivace e suadente di alcune scoperte fatte dall’ antiquario londinese e da alcuni suoi colleghi nelle aste di arte antica, visto che gli «sleepers» non sono altro che opere male attribuite sonnecchianti in attesa di una seconda vita grazie all’occhio esperto di qualche conoscitore.

È come un altro mondo, più chiassoso e scomposto, quello che ci è stato disvelato dalle cronache recenti relative alla fugace apparizione di uno «sleeper» in un’asta che doveva svolgersi a Madrid, nelle sale della casa Ansorena, il giorno 8 aprile: un «Ecce Homo» genericamente indicato di scuola caravaggesca spagnola nel catalogo e valutato una cifra risibile, ma con una buona approssimazione al vero identificato come un’opera matura di Caravaggio da molti attori del mondo dell’arte, nonché dal governo spagnolo, e per questo ritirato prima della vendita.

Un risveglio precoce per l’eccessivo rumore del tam tam fra esperti. Molte voci, anche attendibili, giuravano fosse un quadro documentato del pittore maledetto, benedetto però da molto tempo dalla critica, dal mercato e dai media. Nessuno alla fine ha potuto esibire il trofeo, perché la scoperta è stata vanificata dal mancato evento della vendita all’asta, e allora si è cercato di stabilire chi avesse premuto per primo il pulsante durante il gioco a premi «scopri un Caravaggio». La disputa si spostava dalla sede della Ansorena ai canali mediatici.

Il quadro è stato ritirato il giorno prima dell’asta, e qualcuno allora dichiarava pubblicamente di averlo battezzato il 24 di marzo, subito però surclassato da chi già il 21 aveva gridato al primo sguardo: «È lui», «Mi ha parlato», «È un vero Caravaggio». Le attribuzioni si fanno anche con le orecchie, e quindi non sapremo mai chi ha dato il la a questo coro di opinioni.

A bocce quasi ferme, va comunque rimarcato un primo risvolto positivo di questa vicenda: abbiamo misurato la buona salute di cui gode la divulgazione sulle pagine dei grandi quotidiani nazionali, come non sempre avviene. Ci si accorge così che, nel momento in cui entra in gioco il nome di Caravaggio, l’informazione, pur fibrillata e non sempre selettiva di fronte ai casi di riscoperta, restituisce cronache impegnate. Tra l’8 e il 9 aprile si sono susseguiti buoni articoli sulla stampa, a partire dal «Corriere della Sera» e da «la Repubblica».

Non era avvenuto così qualche giorno prima, quando i quotidiani hanno sbandierato il ritrovamento da parte del Nucleo Artistico dei Carabinieri di Monza di un coloratissimo «Lot e le figlie» trafugato dai nazisti a una famiglia di origine ebraica nella Francia occupata dal tedeschi durante la seconda guerra mondiale: sulla base di vecchie pubblicazioni superate da tempo si favoleggiava del recupero di un importante quadro di Poussin, definito con un anacronismo pittore neoclassico su «la Repubblica» del 2 aprile, quando da tempo sappiamo che quel dipinto è un’opera  magnifica di Alessandro Turchi, l’Orbetto, pittore veronese del primo Seicento: ma a chi interessa precisare un’attribuzione a Turchi? Che notizia è? Qualche sito specializzato in informazione storico-artistica («Finestre sull’arte») se ne accorgeva, ma la frittata era fatta in barba alle conoscenze acquisite.

In seguito ai rumors intorno al quadro passato in asta in Spagna, gli storici dell’arte tornavano invece protagonisti del circo mediatico. Ecco allora il duetto di Stefano Causa e Cristina Terzaghi sull’edizione online de «Il Giornale dell’Arte», la stessa Terzaghi invitata a scrivere sulle pagine centrali di «la Repubblica», il breve resoconto della personale scoperta da parte di Massimo Pulini in un giornale on-line, oltre ai torrenziali interventi di Vittorio Sgarbi, uno dei pochi storici dell’arte invitato sempre a parlare. Lucido e calibrato infine l’articolo di Tomaso Montanari su «Il Fatto Quotidiano» del 9 aprile.

Gli storici dell’arte sembrano così esistere solo quando emerge un presunto Caravaggio: hanno spazio sulle televisioni, sui giornali e sembrano finalmente incidere nelle vicende culturali anche quando non sono personaggi mediatici. Poi cala di nuovo il silenzio sulla disciplina. È quello che succederà presto fino al prossimo appuntamento con un nuovo, vero o «falso» non importa, dipinto inedito di Caravaggio (o al massimo di Leonardo).

Qualcosa del genere, in un campo diverso ed eticamente assai rilevante della ricerca, è successo con il Covid-19, traumatico evento che ha fatto uscire dai propri ovattati laboratori i virologi, più o meno attendibili, più o meno disdettati dagli eventi, scienziati che presidiano le trasmissioni televisive e radiofoniche da oltre un anno: e quando torneranno in cantina come l’albero di Natale dopo il giorno della Befana, secondo la bella immagine di un’amaca di Michele Serra a proposito di uno di questi ubiqui protagonisti, sarà un buon segnale, perché vorrà dire che questa pandemia è terminata e fino alla prossima occasione non saranno interpellati.

Caravaggio è il virus che accende i riflettori sulla nostra disciplina, e come il morso del serpe della sua Medusa ci impietrisce tutti, catturando la nostra attenzione. Ricordiamoci della storia dell’arte, come delle scienze, anche in altre occasioni, please.

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