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Opinioni

Canton Ticino | Rapporto 2020 sulla cultura

L'avvocato Dario Jucker: «Grazie ai sostegni alla cultura, i musei si riconfigurano. Ma le gallerie soffrono. Alla fine, che cosa resterà di queste trasformazioni?»

Dario Jucker

Il Cantone Ticino è un territorio particolarmente vivace sotto molti aspetti, la cultura non fa eccezione. Nel contesto svizzero gli investimenti nella cultura sono consolidati: secondo gli ultimi dati nell’economia culturale operano oltre 63mila imprese con un totale di circa 300mila operatori, per un valore aggiunto di 15 miliardi di franchi, pari al 2,1% del Pil.

Il Cantone Ticino fa la sua parte, per una popolazione pari a un solo quartiere di Milano (350mila persone) si contano numerosi musei, gallerie d’arte e manifestazioni culturali di ogni genere, alcune di respiro internazionale, come il Festival di Locarno che anche in tempo di pandemia ha tenuto la sua edizione in virtuale.

Nel 2020 è arrivata la pandemia. Roberto Badaracco, Capo Dicastero di Lugano alla Cultura sport ed eventi, conferma che il settore culturale è stato tra i più colpiti e che, nonostante i sostegni dati dal Cantone abbiano funzionato, l’assenza o la riduzione di attività per diversi mesi ha messo in seria difficoltà tanti lavoratori del settore.

Raffaella Castagnola Rossini, direttrice della Divisione della cultura e degli studi universitari del Decs, parte dal dato dell’avvenuta cancellazione di quasi 300 eventi. Il settore più colpito è quello delle arti sceniche, seguito dall’ambito cinematografico (sia a livello di fruizione sia di produzione), poi da quello musicale e da quello che copre gli aspetti organizzativi delle attività culturali. Il lockdown è stato però anche un periodo fertile dal punto di vista creativo. Molti operatori hanno usato il tempo per una riflessione che ha portato a nuove creazioni di contenuti e forme performative.

La pandemia ha indirizzato il pubblico sulle offerte locali, con conseguente riscoperta del proprio patrimonio da parte della popolazione. Si è anche assistito a un incremento dei contatti tra operatori ed enti culturali e il proprio pubblico tramite i sistemi digitali. In Svizzera il settore della cultura ha beneficiato di provvedimenti specifici che hanno cercato di tenere conto delle peculiarità di questo ambito lavorativo, con un sostegno finanziario sia dei Cantoni che della Confederazione.

È stato determinante che gli aiuti economici agli istituti culturali cantonali siano stati rapidi e diretti, mi racconta Marco Franciolli, ex direttore del MASI di Lugano; ciò ha permesso alle istituzioni più piccole e fragili di sopravvivere. Alcuni musei si sono organizzati creando una rete, come nel caso dei musei d’arte del distretto di Mendrisio che raggruppano il Museo Vincenzo Vela, la Pinacoteca Züst, il m.a.x. museo di Chiasso, il Museo d’arte e il Teatro dell’Architettura di Mendrisio, per promuovere collaborazioni e sinergie con azioni coordinate.

Franciolli, ottimista di natura, mi dice che è cresciuta la consapevolezza che il museo non è più un luogo di entertainment, che ha come scopo quello di catturare superficialmente il pubblico, ma che l’attenzione sta tornando verso la conservazione e la diffusione della cultura. Gli ultimi anni sono stati una continua rincorsa verso le grandi mostre con i prestiti dall’estero, eventi culturali che richiedono un importante investimento.

In questo periodo, come dice anche Badaracco, si è data maggiore attenzione alla ricerca e si è ridotta la programmazione commerciale che ha bisogno di grandi numeri, che oggi non sono sostenibili se si vuole privilegiare la sicurezza degli spettatori. L’editore Giampiero Casagrande, attivo tra Lugano e Milano, si è concentrato sulla qualità dell’edizione di alcuni titoli che aveva in programma, perseguendo l’obiettivo di valorizzare la connessione tra il Cantone Ticino e l’Italia (l’ultima pubblicazione s’intitola Un naufragio e altre favole ed è una collezione di lezioni liceali luganesi su Montale, Leopardi e Giorgio Orelli).

È il momento di organizzare eventi più raccolti e di pensare in modo inedito. Le modalità operative delle istituzioni venivano forse date per scontate, mentre attualmente, dato che la progettualità è cambiata, il settore è costretto a rivedere tutta la tempistica a livello strategico e organizzativo. Tra le nuove tendenze sembrano delinearsi un innalzamento della qualità dell’offerta e una maggiore concentrazione sulle modalità di fruizione, tenendo anche conto dei continui cambiamenti sociali.

Raffaella Castagnola mi cita ad esempio il progetto ADDvibes, giunto in finale al concorso Tecnologie innovative per la mediazione culturale; si tratta dello sviluppo di un prototipo che permette l’ascolto musicale ai sordi tramite la conversione dei suoni in impulsi trasmessi sul corpo mediante l’utilizzo di una tecnologia innovativa.

Il Comune di Lugano lavora a progetti alternativi e non tradizionali nel rispetto delle misure di prevenzione, per non perdere il piacere di fare e imparare insieme. Molti musei si sono attivati per rendere accessibili le collezioni online, come la Pinacoteca Züst, il Museo d’arte di Mendrisio e il Museo Vela; quest’ultimo ha creato una visita virtuale nei territori di Milano, Torino e Cantone Ticino, dove si trovano le opere più note del grande scultore.

Nella quantità di contenuti messi a disposizione online, diventa essenziale il ruolo della mediazione culturale. Per far sì che il pubblico non si perda in un oceano di possibilità, la mediazione deve offrire un orientamento, una sintesi delle risorse disponibili per accrescere la fruibilità dell’enorme patrimonio disponibile. E alla riapertura? Raffaella Castagnola mi racconta che molti operatori si sono trovati nella situazione di non potere o non volere continuare l’offerta consueta, altri si sono adattati a organizzare un’offerta ridotta, con conseguenze anche sul grado di occupazione nel settore e il rischio di impoverimento del panorama culturale.

La Confederazione ha reagito tempestivamente: a inizio ottobre ha varato una legge che sostiene con aiuti economici gli operatori culturali che intendono riconvertire le proprie attività, adeguandole alle misure di sicurezza richieste o modificando le modalità di fruizione. A Lugano, come conferma Badaracco, la risposta del pubblico agli eventi culturali proposti nel corso dell’estate è stata positiva.

Ticinesi e turisti hanno potuto finalmente ritrovare un po’ di normalità, frequentando il centro cittadino e i suoi eventi in tutta sicurezza e con rinnovato entusiasmo, creando un’atmosfera positiva. L’arte si interroga in modo inedito su temi da sempre presenti nella ricerca umana, resi più attuali dal confinamento. È il caso della mostra «Hortus conclusus» alla Villa dei Cedri di Bellinzona (fino all’8 novembre), che declina nel contemporaneo il tema del confine, anche oggetto del Festival culturale «Sconfinare».

Il Teatro Foce di Lugano presenta il progetto «The Doorbell», attraverso cui ospiti di provenienza, generi e discipline diversi hanno aperto le porte del loro quotidiano stravolto, confrontandosi con l’impatto dell’isolamento sulla propria creazione artistica. Incontro per strada un amico gallerista che scuote la testa. Ha due gallerie sotto il mio studio, in una via centrale di Lugano e mi dice: «Senza inaugurazioni, senza viaggi, senza fiere d’arte, i collezionisti non acquistano; resta qualche cliente fedele, che compra regolarmente e che sa già cosa acquistare, ma se non ci sono gli incontri, non ci sono gli affari». La pandemia prima o poi finirà; come si sarà trasformata la cultura quando saremo dall’altra parte del guado?

L’autore, ammesso al patrocinio in Svizzera e Italia, ha esperienza ultraventennale in diritto dell’arte e fornisce consulenza legale a collezionisti, musei, fondazioni di artisti e mercanti d’arte a livello internazionale

Dario Jucker, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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