Canova orgoglio trevigiano

Nel Museo Bailo l'ultimo grande artista della Serenissima a confronto con la sua terra d’origine

«Ritratto di Antonio Canova» (1805 ca) di Angelica Kauffmann
Veronica Rodenigo |  | Treviso

Non ha la volontà di porsi come una monografica «Canova, gloria trevigiana. Dalla bellezza classica all’annuncio romantico» (a cura di Fabrizio Malachin, Giuseppe Pavanello e Nico Stringa) dal 14 maggio al 25 settembre nei nuovi spazi del Museo Bailo, che accoglieranno in forma permanente le collezioni civiche del primo Ottocento.

Piuttosto l’articolato percorso, che conta 150 opere e 11 sezioni, pone l’ultimo grande artista della Serenissima, ponte ideale tra Settecento e Ottocento, in dialogo con le collezioni trevigiane, in relazione con la sua terra d’origine e quindi con la stessa città di Treviso («un’associazione non certo immediata nell’immaginario collettivo», afferma Malachin, direttore dei Musei Civici), con la temperie artistica coeva, non senza tralasciare il culto canoviano rappresentato in mostra dalla maschera funeraria e il calco della mano destra dell’artista, custodite nelle collezioni civiche.

L’arco cronologico si estende dalla caduta della Serenissima (1797) al 1850. Il filo rosso: «Lasciar emergere un Canova non solo paladino del Neoclassicismo, prosegue Malachin, ma soprattutto di quell’annuncio romantico anticipato nel 1957 dalla mostra trevigiana di Luigi Coletti a Palazzo dei Trecento». Così, dopo un primo inquadramento storico-artistico della città del Sile vengono riproposti i gessi che Canova realizza per il padovano Palazzo Papafava: l’«Apollo del Belvedere» è messo a confronto con il «Perseo trionfante» e il «Gladiatore Borghese» con il «Creugante»: un raffronto tra antico e moderno in cui Coletti riconosceva la modernità romantica.

Le successive sezioni propongono la fedele riproduzione della tela di Giuseppe Borsato (oggi a Palazzo Martignoni) che ritrae un museo poi modello per l’attuale Gipsoteca di Possagno; la ritrattistica canoviana sia in pittura che in scultura (di cui si fecero interpreti, tra gli altri, Andrea Appiani e Angelica Kauffmann); il gruppo di «Teseo in lotta con il Centauro» per il quale Canova studia un cavallo morente come testimonia il gesso gettato dal vero (dal Mar di Ravenna).

Tra i focus più rilevanti, quello dedicato alla «Venere che esce dal bagno» (gesso dalle collezioni civiche) accostata alla «Venere che scherza con due colombe» di Hayez e la Diana di Pelagio Palagi (rispettivamente dal Mart di Rovereto e dal MAMbo di Bologna) e quello sulla figura della Maddalena le cui lacrime tradiscono l’afflato romantico. Senza trascurare la prima esposizione al pubblico di quel monumentale volume che Giovanni Battista Sartori, fratello di Canova, donò nel 1837 all’ateneo cittadino. In esso ben 86 incisioni documentano la fervida attività della produzione canoviana.

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