Canova e la folgorazione delle sculture vaticane

L'allestimento simula l’atmosfera a lume di torcia dell’atelier di Canova a Campo Marzio

«Amorino alato» (1794-97) di Antonio Canova (particolare), San Pietroburgo, Ermitage. Foto di Alexander Koksharov
Arianna Antoniutti |  | Roma

Antonio Canova (1757-1822) giunge a Roma, dalla natia Possagno, nel 1779 e da quel momento l’Urbe diverrà, nonostante frequenti viaggi e soggiorni in Italia e all’estero, la patria d’elezione del pittore e scultore, futuro capofila del Neoclassicismo. Le parole di Giannantonio Selva, architetto e amico di Canova, raccontano il primo incontro dell’artista con le sculture conservate nel Cortile vaticano del Belvedere: «Giunto colà fu tanto rapito da quegli eccellenti originali, che sembrava quasi pazzo; si fermava all’Apollo, correva al Laocoonte, pareva che in momento succhiar volesse quelle bellezze».

Tale cruciale rapporto del «novello Fidia» con l’antico e con Roma costituisce il tema principale della mostra «Canova. Eterna bellezza», curata da Giuseppe Pavanello e dal 9 ottobre fino al 15 marzo ospitata nel Museo di Roma a Palazzo Braschi. In un allestimento che si propone di simulare
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