Campins e Nasr trasformano la caducità in bellezza

Nella sede toscana della Galleria Continua due mostre riflettono sulle trasformazioni del nostro pianeta

«Tectonic Shift» (2022) di Moataz Nasr, installation view, Galleria Continua, San Gimignano. Foto Ela Bialkowska
Laura Lombardi |  | San Gimignano (Si)

Fino al 15 maggio le mostre di Alejandro Campins e di Moataz Nasr alla Galleria Continua. In «Distancia interna» di Campins protagoniste sono le architetture, quelle di monasteri tibetani in parte distrutti durante al Rivoluzione culturale, quindi rovine, capaci però di sprigionare ancora bellezza. I disegni e i dipinti sono infatti frutto di un viaggio compiuto dall’artista cubano in Tibet, e traducono la riflessione di Campins su precetti del pensiero buddista, in particolare la non dualità delle cose, le quali vanno sempre viste secondo il loro potenziale e utilità e non nella dialettica bene o male.

In questo senso, e sempre seguendo la libertà interiore e la ricerca di pace e di armonia verso cui tendono gli insegnamenti tibetani, Campins ragiona sulla possibilità, che è propria dell’artista (come del buddista), di trasformare la caducità e la morte in qualcosa di bello. Un pensiero che ci rimanda a quell’estetica delle rovine che tanto si diffuse pur con altre forme, nell’arte europea specie alla fine del XVIII secolo, introducendo quindi anche il concetto del tempo, che le architetture semidistrutte richiamano. Il sociologo Marc Augé ha scritto che la nostra società non avrà più rovine, solo macerie, «perché non ne ha più il tempo». Quel tempo che, invece Campins, cala nelle sue opere.

Moataz Nasr nella mostra «Tecnonic shift» si ispira invece alla teoria tettonica delle placche, per riflettere sulle trasformazioni che il nostro mondo va affrontando. «Noi esseri umani non siamo diversi dal pianeta che abitiamo», scrive l’artista egiziano, siamo sottoposti agli stessi fenomeni della crosta terrestre anche se cerchiamo di contrastarli.

La pratica artistica è per Nasr strumento e linguaggio che abbraccia l’arte, la sociologia, il Sufismo e la storia, e deve incoraggiare a un dialogo che superi i confini geografici. La mostra si compone così di opere realizzate in diversi materiali (tessuti con storie o con scritte, sculture in legno o alabastro, neon...) che tutte fanno riferimento alle grandi contraddizioni tra passato e presente, ma anche alle scelte economiche che si riflettono sulle persone, impotenti, appunto, nel subire tali cambiamenti.

© Riproduzione riservata «Viento de Ralung» dalla serie «Tíbet» (2022) di Alejandro Campins. Foto Ela Bialkowska
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