Calixto Ramírez: ritratto dell’artista come paesaggio

A Palazzo Collicola di Spoleto una personale dell’artista messicano: ispirato da Sol LeWitt, evoca nella natura dell’Umbria echi poveristi e minimalisti

«Da Monterrey a Monteluco», di Calixto Ramírez. Veduta della mostra a Palazzo Collicola, Spoleto (2023). Cortesia dell’artista e della Galleria Alessandra Bonomo, Roma. Fotografia di Giuliano Vaccai
Matteo Mottin |  | Spoleto (Pg)

«Da Monterrey a Monteluco», il titolo della personale di Calixto Ramírez (Reynosa, Messico, 1980) visibile a Palazzo Collicola di Spoleto fino all’11 marzo, a cura di Saverio Verini, è ispirato a quello di una pubblicazione di Sol LeWitt del 1976, From Monteluco to Spoleto. In questa l’artista statunitense, che visse per molto tempo nella città umbra, compila un’analisi visiva del percorso che dall'Eremo Bonomo, sulle pendici di Monteluco, passando per il Ponte delle Torri porta al centro storico. LeWitt ordina ciascuna delle 40 pagine del catalogo in una griglia di nove immagini quadrate, producendo un inventario con 360 immagini di rocce, nuvole, strade e quant’altro intercettasse il suo sguardo durante il tragitto tra il riposo e il lavoro.
«La quadratura di un uomo» (2022), di Calixto Ramírez. Cortesia dell’artista e della Galleria Alessandra Bonomo, Roma. Fotografia di Giuliano Vaccai
Se i raggruppamenti dell’eterogenea selezione di immagini di Sol LeWitt ci riportano al suo pensiero, a un grado zero di assimilazione del paesaggio in relazione al suo modo di concepire l’opera in chiave concettuale e minimalista, in Calixto Ramírez è il corpo a farsi unità di misura e principale elemento di relazione con l’ambiente naturale.

Nell’estate del 2022 l’artista messicano trascorre un periodo di residenza nell’area di Monteluco, un’alta collina a sud di Spoleto ricca di suggestioni: abitata dal V secolo da monaci anacoreti e da San Francesco d’Assisi, che nel 1218 vi fondò una comunità attiva tutt’oggi, la collina ospita un bosco sacro di lecci, protetto fin dall’epoca pagana dalla Lex Spoletina, che impediva il taglio e la rimozione degli alberi. In mostra negli spazi del settecentesco Palazzo Collicola sono presentate una serie di opere, risultato del rapporto che Ramírez ha instaurato con la natura, gli elementi e il paesaggio di Monteluco.

«Monte addomesticato» (2023) è una scultura composta da antichi mattoni impilati all’interno di una carriola e percorsi da un rivolo d’acqua, a creare una fontana. La bottiglia di plastica schiacciata tra i mattoni, così come il pallone che li sormonta e lo scorrere dell’acqua, ci ricordano che tutti gli oggetti trovati dall’artista sono stati aggiunti all’ambiente nel tempo dall’essere umano, destinati a essere riassorbiti nel lento fluire dei processi naturali.

Nella stessa sala troviamo i dipinti della serie «Abstract landscapes of Monteluco» (2022-23), in cui l’artista ritrae delle pietre del luogo sullo sfondo di linee di colore orizzontali, tratte dalle cromie offerte dal paesaggio in cui ogni pietra è stata ritratta. Se il paesaggio è una costruzione mentale del soggetto che osserva la natura, questi lavori sono una personale sintesi della percezione che ne ha avuto l’artista, riorganizzata seguendo una serie di regole stabilite a priori: non abbiamo una sovrapposizione di idee preconcette di Ramírez su Monteluco, ma regole di comportamento con cui entrarvi in contatto.
«Sorge» (2022), di Calixto Ramírez. Cortesia dell’artista e della Galleria Alessandra Bonomo, Roma. Fotografia di Giuliano Vaccai
Questo atteggiamento, che percorre tutte le opere in mostra, risulta particolarmente evidente nel video «Balla il vento» (2022), in cui l’artista si pone di fronte a un cipresso che ondeggia al vento seguendone i movimenti: inquadrati entrambi dal basso, per alcuni momenti sembrano immobili, fissi come due onde sincrone, producendo un effetto straniante. L’artista messicano estrae il massimo risultato da un’estrema economia di mezzi; nello specifico, da una videocamera e dal suo corpo, coordinandoli con la costante volontà di entrare in dialogo con il paesaggio, e cogliendo l’esatto momento in cui attivare il confronto.

Questa attitudine si trova anche in «Sintonia» (2022), un video verticale in cui l’artista si pone sotto a un ramo, lo fa oscillare, si abbassa come a scansarlo e poi continua a muoversi con il suo movimento. A metà del video, albero e corpo sono perfettamente sincronizzati, e ripetono un movimento continuo in loop, che va via via scemando e si conclude con l’uscita di Ramírez dall’inquadratura.

Percorrendo le sale al piano terra di Palazzo Collicola, troviamo ulteriori sculture realizzate con oggetti trovati nei boschi, come «La quadratura di un uomo» (2022), in cui il perimetro di un quadrato, i cui lati sono lunghi quanto l’ampiezza delle braccia dell’artista, viene tracciato a muro con del nastro adesivo, e una corda con tre nodi, un richiamo al cordone francescano, ne interseca le linee tenendo sospese una pietra e due bottiglie. Ramírez lavora in modo leggero, produce sottraendo detriti alla natura, con la volontà di scambiare la sua energia con quella dell’ambiente, e più della resa formale è in questa attitudine che il suo lavoro genera un collegamento con l’Arte povera e alcune sperimentazioni del Minimalismo.
«Abstract landscapes of Monteluco» (2022-23), di Calixto Ramírez. Cortesia dell’artista e della Galleria Alessandra Bonomo, Roma. Fotografia di Giuliano Vaccai
La mostra si conclude con la serie «El otro SOL» (2022), un omaggio diretto a Sol LeWitt: Ramírez ritaglia su delle foglie le forme di cerchi, rettangoli, quadrati, triangoli e trapezi, figure geometriche care all’artista statunitense. Le foglie così sagomate sono «installate» su sottili ragnatele nei boschi di Monteluco e fotografate. Se nella pubblicazione del 1976 LeWitt ordinava la sua osservazione del paesaggio in una serie di griglie geometriche, Calixto Ramírez inserisce un ordine effimero nell’ambiente naturale, un gesto destinato a riassorbirsi nei boschi in modo leggero, senza lasciare traccia.

© Riproduzione riservata «SUNS» (2022), di Calixto Ramírez. Cortesia dell’artista e della Galleria Alessandra Bonomo, Roma. Fotografia di Giuliano Vaccai
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