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C’è tanta Italia nella vita di Man Ray

Da Camera a Torino una retrospettiva dell’uomo che trasformò la fotografia in arte

«Man Ray, l'œuvre photographique» alla Bibliothèque nationale de France. Catalogo della mostra con stampa ai sali d’argento in copertina. Collezione privata, Parma © Man Ray Trust by SIAE 2019

Torino. Giusto cinquant’anni fa, Milano e Torino ospitavano due mostre personali di Man Ray: la prima si teneva nello Studio Marconi, nato solo cinque anni prima ma già ben inserito nel circuito internazionale; la seconda alla Galleria Il Fauno di Luciano Anselmino, uno dei luoghi di punta di una città che aveva già visto la nascita dell’Arte povera, e nella quale convivevano tradizione e innovazioni estreme.

Non erano, quelle, le prime presenze italiane del maestro statunitense ma ormai trapiantato a Parigi dal lontano 1921 (salvo una breve parentesi tra guerra e immediato dopoguerra trascorsi a Los Angeles, dal 1940 al 1951): nel 1964 Arturo Schwarz ne aveva ospitato la prima personale nel nostro Paese nella sua galleria milanese, esponendo «31 oggetti del mio affetto», per l’appunto gli oggetti d’affezione realizzati dal 1920 al 1964, mentre a Torino le sue opere erano state tra le protagoniste di una ricognizione storica come «Le Muse inquietanti - Maestri del Surrealismo», allestita per la cura di Luigi Carluccio alla Galleria Civica d’Arte Moderna.

Sarà proprio tra questi due poli che si consoliderà e si diffonderà, almeno fino alla morte avvenuta nel 1976, la fama italiana dell’autore di opere entrate nella storia e nella leggenda dell’arte del XX secolo, la cui filosofia può forse essere riassunta nell’epitaffio che fa bella mostra di sé nella sobria sepoltura nel cimitero di Montparnasse (insieme all’inseparabile, dal 1940, moglie e musa Juliet), «Unconcerned but not Indifferent» (incurante ma non indifferente), sublime esempio della sua capacità di creare con nulla icone visuali e verbali.

Come il celeberrimo «Violon d’Ingres», ritratto fotografico di schiena dell’amata Kiki de Montparnasse, figura leggendaria della Parigi dei ruggenti anni Venti e Trenta, quando la Ville Lumière era davvero il centro del mondo culturale, arricchito da due segni che trasformano la modella nella cassa di un violoncello, che a sua volta il titolo trasforma in un calembour a sfondo sessuale di quelli tanto cari all’ambiente dadaista e surrealista, nei quali Man Ray si muoveva come protagonista tanto discreto quanto imprescindibile.

E sarà proprio quell’immagine a campeggiare nel manifesto, che ancora oggi fa bella mostra di sé nei corridoi di un elegante hotel del centro di Torino, che accompagnava una mostra epocale per la cultura fotografica italiana, «Combattimento per un’immagine», tenutasi alla Galleria d’Arte Moderna del capoluogo piemontese nel 1973, nella quale ciò che l’autore di «La Prière» e di «Retour à la Raison» aveva sempre sostenuto, e cioè che la fotografia non solo era un linguaggio a sé stante, ma aveva dignità pari a quella della pittura e delle arti tradizionali, trovava sostegno teorico e sistemazione storica adeguate.

Perché in effetti Man Ray era stato fotografo sin dai suoi inizi, per necessità dapprima, per fotografare i suoi quadri ancora giovanissimo negli Stati Uniti, aveva costruito la sua fama parigina attraverso la fotografia (sia ritraendo tutti i nomi della scena culturale del tempo, sia elevando a forma artistica tecniche come la fotografia off camera nei rayograph, la solarizzazione, le doppie esposizioni) e a essa aveva dedicato riflessioni di spessore, destinate a segnare prassi e teoria per decenni.

Certo, come ogni artista nato ancora nell’Ottocento (a Filadelfia per la precisione, nel 1890), Emmanuel Radnitzky, soprannominato Manny sin da piccolo, puntava al riconoscimento del suo lavoro pittorico, e della sua sottovalutazione un po’ soffriva, ma allo stesso tempo era conscio della straordinaria modernità del mezzo che gli procurava fama nei circoli intellettuali e un benessere, grazie alla professione di ritrattista e di fotografo di moda mai rinnegata, non così comune nel mondo artistico.

Una fama che si riverbera anche in Italia e che da Milano e Torino si amplia ad altri luoghi, come Ferrara, dove si terrà la sua prima antologica italiana nel 1972; Parma, dove grazie alla collaborazione con lo Studio Marconi, ancora oggi galleria di riferimento per l’opera dell’artista, sono conservate molte fotografie, esposte nella grande mostra del 1981 e infine a Venezia, dove una sua grande antologica fotografica curata da Janus, dagli anni Sessanta esegeta primario dell’artista, si aprirà pochi mesi prima della sua scomparsa.

Da queste due ultime mostre e da numerosi prestiti privati e pubblici, giungono le opere esposte nella mostra «wo/MAN RAY. Le seduzioni della fotografia», a cura di Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola e che si apre a Camera - Centro per la Fotografia di Torino, il 17 ottobre (fino al 19 gennaio 2020), poste a confronto con quelle di alcune delle artiste che hanno lavorato con lui, come Berenice Abbott, Lee Miller, Meret Oppenheim, Dora Maar.

Giorgio Marchesi, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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